JOACHIM BOUFLET.
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IL DIARIO SEGRETO DI LUCREZIA BORGIA.
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Parte 1.
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Titolo originale: Lucrèce Borgia.
Traduzione di: Paola Carbonara.
2008. Newton Compton Editori, ROMA.
ISBN 978-88-541-2753-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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UNA SAPIENTE MISCELA DI REALTÀ E FINZIONE CHE RICOSTRUISCE IL DIARIO SCRITTO DA LUCREZIA BORGIA POCO PRIMA DI MORIRE.
Nel 1519, a trentanove anni, Lucrezia si guarda indietro e fa un bilancio della sua vita. I drammi e le gioie di una giovane donna, cresciuta in seno a una famiglia crudele, vengono affidati alle pagine di un diario. Costretta a tre matrimoni di interesse da suo padre, papa Alessandro sesto, nel 1493 si lega a Giovanni Sforza, nel 1498 ad Alfonso d'Aragona e nel 1502 ad Alfonso d'Este. Sullo sfondo lo scacchiere politico: l'avvicendarsi dei papi, la guerra contro i francesi di Carlo ottavo, l'ascesa al trono di Luigi dodicesimo, l'affermazione e la caduta del Valentino. Nelle città e nelle grandi
corti rinascimentali, come la Roma dei Borgia e dei Della Rovere, la Firenze dei Medici, la Ferrara estense, la Mantova dei Gonzaga, sfilano le figure mistiche delle "sante vive", religiose di clausura da sempre molto influenti sulla giovane Lucrezia, e personaggi celebri e prestigiosi come Leonardo, Machiavelli, Savonarola, Pico della
Mirandola, Ariosto, Bembo, Erasmo, Tiziano, Raffaello e Michelangelo... Il potente resoconto di una delle epoche più affascinanti della storia.
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L'AUTORE.
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Joachim Bouflet è uno storico che si dedica alla ricerca e allo studio delle differenti mentalità religiose. E’autore di opere su diverse figure spirituali e sulla fenomenologia mistica, nonché di numerose pubblicazioni tra cui, per la Newton Compton, La storia segreta di Padre Pio.
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IL DIARIO SECRETO DI LUCREZIA BORGIA.
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Alla mia figlioccia Marie, che ha ereditato da sua madre
il sangue dell'antenata Lucrezia Borgia.
A Pascal, in ricordo di Peschici, dove
sono state abbozzate queste pagine.
 
Alcune precisazioni.

Le fonti del Diario ricostruito di Lucrezia Borgia sono documenti autentici.
La Città indica sempre Roma.
La Serenissima è l'appellativo diplomatico abituale della Repubblica di
Venezia.
Il Milanese è il ducato di Milano, stato di cui gli Sforza erano i sovrani.
Del Regno di Napoli fa parte anche la Sicilia.
Un condottiero (plurale condottieri) è un piccolo feudatario che con le
sue truppe si mette al servizio di un signore più potente: si tratta di un mercenario, il che non toglie che possa comunque essere sovrano dei
suoi, più o meno modesti, stati.
Una virago è una donna dotata di coraggio e temerarietà eccezionali.
All'epoca il termine non aveva accezione negativa.
Una Rocca è una fortezza, nella maggior parte dei casi costruita su una
sommità rocciosa, da cui il suo nome.
Il termine madonna (letteralmente: signora) designa generalmente una
donna sposata o perlomeno fidanzata.
I personaggi del diario (Dramatis personae) sono indicati in appendice.

 Prologo.

Il Diario di Lucrezia Borgia, duchessa di Ferrara, fu redatto nelle settimane antecedenti alla sua morte, avvenuta il 24 giugno 1519. Aveva trentanove anni. Con lei si estingueva la progenie del papa
Alessandro sesto, ma non la sua discendenza: attualmente, quasi tutte le dinastie europee annoverano tra i propri antenati il Papa maledetto, e il sangue dei Borgia scorre ancora oggi nelle vene di centinaia di persone, perfino nelle famiglie americane, in Brasile così come negli Stati Uniti.
Lucrezia ha scritto per i propri figli, ha voluto lasciar loro un ritratto, nello stile in cui eccellevano gli scrittori della sua epoca. Per tutta  la vita fu denigrata e calunniata e nel contempo lodata, adulata e invidiata: ciò le lasciò presagire quanto la storia si sarebbe rivelata ingrata nei  suoi confronti, non sarebbe stata esclusa dalla condanna che già colpiva il padre e il fratello Cesare. Ciononostante, non ha cercato di discolparsi, di  giustificare
debolezze e momenti di smarrimento più che reali. Al contrario,
accompagnata spiritualmente da alcune grandi mistiche del suo tempo -
l'Italia sicuramente non era carente di quelle sante vive che, all'epoca, esercitavano un'influenza discreta ma reale sulla società, e perfino su  alcune sfarzose corti - e avendo intrapreso il cammino della conversione con il sostegno della loro amicizia e l'aiuto delle loro preghiere, Lucrezia si è sforzata di rileggere la sua esistenza alla luce della verità, per purificarla e offrirla a Dio. In ciò le fu d'aiuto una pietà sincera, mai venuta meno, e il suo amore per la lettura: questa grande lettrice aveva a disposizione una delle più ricche biblioteche della sua epoca, che raccoglieva vite dei santi e libri di spiritualità così come raccolte di poesia, trattati filosofici
e opere più leggere.
Sentendo che la morte si avvicinava, Lucrezia ha voluto raccogliere i
suoi ricordi in chiave di exempla. Scritti di nascosto, di solito durante le prime ore dell'alba, quando la stanchezza o la febbre le davano un attimo di tregua, nelle pagine si sente la fretta della scrittrice e, a volte,  il suo affaticamento.
In esse viene delineata, senza compiacenza, una delle maggiori
figure femminili del Rinascimento italiano. Ma sono anche cariche
delle preoccupazioni spirituali di una donna che, dopo aver conosciuto la gloria del mondo e aver ceduto alle sue tentazioni, ne misura la vanità. E quando queste pagine diventano anche pagine della storia contemporanea, per nostra grande fortuna, sono debitrici di quel pensiero e di quell'arte di vivere caratteristici dell'Umanesimo, di cui Lucrezia intravedeva lucidamente approssimarsi la fine, proprio come per quelle pesanti rose moscate che amava tanto e che guardava sfiorire, non senza che avessero esalato le loro ultime e più sottili fragranze, un petalo dopo l'altro, sotto gli assalti combinati di un sole troppo forte e di temporali frequenti.
La lingua del Diario è quella della sua epoca: colorita e cruda. Si diceva pane al pane e vino al vino e non si avevano remore a insultare perfino il papa (stando in ginocchio, come da cerimoniale) con i termini più crudi e volgari.
Le fonti di questo Diario ricostruito sono documenti autentici: il Diario di Giovanni Burckard (Buchardi Johannis diarium sive rerum urbanarum commentati), che parla relativamente poco di Lucrezia; il Diario della città di Roma, di Stefano Infessura; i testi intitolati Documenti borgiani, raccolti da A. Ronchino negli Atti e memorie delle RR. Dep. Di St. Patria per le province dell'Emilia-, e soprattutto gli Archivi della Casa d'Este, conservati a Modena. A ciò sono da aggiungere varie corrispondenze (quella di Pietro Bembo, che si trova all'Ambrosiana di Milano e quella dell'Ariosto).
Per le sante vive e la loro influenza, lo studio di Gabriella Zarri,
Le sante vive. Cultura e religiosità femminile, resta l'opera di riferimento.
A tutt'oggi, la migliore biografia di Lucrezia Borgia è in assoluto il rigoroso e documentatissimo Lucrezia Borgia di Maria Bellonci, pubblicato nel 1939 e che ottenne il Premio Viareggio. A opera di Geneviève Chastenet abbiamo un Lucrezia Borgia accessibile al grande pubblico.
Infine, ho preso in prestito da Maria Ferranti il testo della lettera di Barbara di Brandeburgo a sua figlia Paola: il suo romanzo La principessa di Mantova, magistrale e sorprendente, riporta il lettore all'atmosfera corrotta dell'epoca.

 Capitolo 1.
Ultima preghiera.

(Diario, 29 aprile 1519.)
Vorrei alzarmi ma non ne ho più la forza. È a causa della mia gravidanza che mi sfinisce, più delle precedenti. Ma anche della notizia, questa settimana, della morte di mio cognato Francesco Gonzaga, marchese di Mantova. Con lui scompaiono inesorabilmente le ore serene condivise un tempo, quel passato prossimo mi sembra ormai lontano, irreale, come  velato da quelle stesse brume che l'aurora faceva salire fino a noi quando, insieme sulla loggia a picco sul lago sottostante, contemplavamo in silenzio il sorgere del sole nell'ultimo giorno che avremmo trascorso insieme.
Sua moglie Isabella, mettendo a tacere una gelosia malsana, aveva avuto il tatto di lasciarci soli. Con che sforzo, Dio solo lo sa. E ne terrà conto. Le ho scritto due righe di circostanza, non avrebbe sopportato altro: La perdita crudele che avete subìto mi provoca un dolore tale che io stessa
sento troppo forte il bisogno di ricevere consolazione per riuscire a darne. Di
tutto cuore, compatisco l'afflizione di Vostra Eccellenza, e non saprei esprimere
tutta la sofferenza che mi causa. Ma Dio ha voluto così, è nostro dovere sottostare
alle sue leggi, e so che Vostra Altezza sopporterà il proprio dolore con il
coraggio e la fermezza che noi tutti le riconosciamo.
Povera Isabella. Le manca la saggezza di suo fratello - mio marito Alfonso
d'Este - il quale non s'ingannava affatto sulla natura del mio rapporto
con Francesco. Se mai ci fu una colpa da parte mia, essa fu di cuore
e non di carne, e in questo perfino peccaminosa: non ho forse smesso
di amare mio marito, il padre dei miei figli, per inebriarmi di una passione,
per quanto spirituale potesse essere?
I ricordi mi cullano, come la gravidanza, senza però procurare sonno né
riposo al mio corpo. Come se questa vita appena nata dentro di me dovesse
nutrirsi della mia, di una vigilanza forzata di tutto il mio essere. Gli specchi
che le dame di compagnia mi porgono, dopo avermi pettinato e acconciato
i lunghi capelli biondi, ma ancor di più lo sguardo velato di lacrime del mio
sposo, mi restituiscono l'immagine di una donna invecchiata, dall'aria stanca
e dal colorito cinereo. Le occhiaie violacee sottolineano spiacevolmente
il verde cangiante dei miei occhi, che conservano il loro sfavillio. Non ho
ancora quarantanni e sento, anzi so, che sto per morire. In pace con Dio e
con me stessa. Riconciliata con l'uomo che mi ha costretta a sposare il gioco
della politica, facendomi allo stesso tempo duchessa di Ferrara. Soddisfatta
dei miei figli - me ne restano sei e la promessa di un settimo -, cos'altro potrei
desiderare? Mio marito mi riempie di attenzioni. Rientra dal paese di
Francia, il cui re, molto cristiano, assicura ai nostri stati libertà e protezione
dagli appetiti del pontefice romano. Sono la figlia del papa Alessandro sesto. È
per questo che il suo terzo successore, l'ambizioso de Medici, nutre nei miei
confronti un odio mortale che riversa sulla casa d'Este? E che temo si estenderà
ai miei figli? Anche in questo mi rimetto a Dio:
Non Ti ho forse detto che voglio sacrificarli la mia volontà?
Non voglio più offenderli, mio Signore...
Alfonso lascia il mio capezzale solo per recarsi dalla sua amante, la bella
Laura Dianti. Per lei e a causa mia, trascura gli affari dello Stato, non
si rende conto che la sua presenza mi opprime. Mi costringo a sorridere
quando, per la ventesima volta, mi ripete che i francesi sono pazzi di me,
che preferiscono all'altezzosa marchesa di Mantova la gentile duchessa
di Ferrara. Cosa mai ho fatto per meritare tale appellativo?
Sono piena di miserie, tu trabocchi di bontà.
Tutto ti appartiene, eccetto il peccato, che è mio.
Il mio pensiero s'innalza verso Dio. Recito le parole della preghiera che
mi ha fatto arrivare suor Lucia. Dovrebbe maledirmi dal profondo della
clausura in cui è reclusa per causa mia. Tuttavia prega per me. Con me,
unendomi alla sua preghiera. Conservo nel mio comodino il biglietto
scritto di suo pugno. È da molto che non devo più nascondere le lettere
che ricevo. Le parole mi tornano alla mente, le ho imparate a memoria,
in esse mi riconosco pienamente:
Amore, amore che infuoca il mondo,
oh, folle colui che non ti ama affatto,
sì, mio Signore, assolutamente folle colui che non ti ama affatto!
Mio Signore Dio, tu sai quanto sia vero, anche se all'immagine del Tuo
viso adorabile si sostituiscono a volte, spesso, i lineamenti degli uomini
che ho amato. In ciascuno di loro ho riconosciuto un Tuo volto. Da ciascuno
di loro ho ricevuto un po' del tuo amore. È blasfemo dirlo, crederlo?
La vita mi scorre sotto gli occhi. Implacabile, la memoria fa rivivere il
passato, non come vorrei che fosse stato, ma alla luce della tua verità:
Degna di tutte le pene, e priva di meriti,
sono causa della rovina di questo mondo,
meriterei che la terra mi inghiottisse,
meriterei la dannazione eterna.
Ma Ti prego di perdonarmi:
ho disprezzato i tuoi doni,
che ho fatto in questo mondo, oltre il male?
Queste parole sono dure. Stranamente non sono difficili da pronunciare,
essendo veritiere: ho sempre cercato la verità. Ed è in Dio che la trovo,
alla fine. Suor Lucia, che ha composto questa preghiera a mia consolazione,
lo sa. Quando la recito nel profondo del mio cuore, con gli occhi
socchiusi, inizio a piangere. Mio marito ne è al contempo emozionato e
irritato, i dottori si preoccupano. Queste lacrime mi giovano, ma loro come
potrebbero saperlo? Mi purificano ai miei stessi occhi, tramutandosi,
pian piano, in lacrime di riconoscenza che mi portano a balbettare il dolce
nome dell'Amore. Le mie dame di compagnia pensano che stia delirando
e scuotono la testa.
Hanno rinunciato a capirmi da quando ho sottratto il mio corpo alle
loro cure. Corpo adorato, d'ora in avanti ti voglio amare alla follia per restituirti
al Creatore ripulito da ogni sozzura, come il prezioso fango suo
prediletto. Il mio confessore non capisce. Ma gli uomini, gli uomini di
chiesa in particolare, hanno forse mai capito qualcosa delle donne? Pensa
che abbia iniziato a detestare questa carne, a trattarla in quanto tale.
Ma come potrei mai odiare questa conca in cui, ancora una volta, inizia
la vita? Ogni gravidanza mi purifica e rinvigorisce il mio corpo. Che una
volta lo avvolgessi in broccati d'oro e che ora lo graffi con il cilicio, comunque
discende dal medesimo amore per l'esistenza. Amavo la mia
propria vita fino alla nascita del primo figlio, da allora amo quella dei
miei bambini che, come prolungamento della mia, è la prova certa del
dono dell'Amore.
Questi sono i miei pensieri che fluttuano tra vita e morte. Adagiata sui
cuscini, nella penombra del mio letto coperto, sono sottomessa, disponibile
ad abbandonarmi alla morte dal momento che mi permette di dare
la vita, ancora una volta.
Vorrei che tenessero chiuse le tende del letto.

 Capitolo 2.
La rottura.

(Diario, 30 aprile 1519.)
Sono diciassette anni che ho lasciato Roma. Era il 1502 e avevo ventidue
anni. Partita senza rimpianti, non ci sono mai più tornata. Rifiutavo
la lettiga offertami dalle attenzioni paterne - «una camera tappezzata di
oro e di fastosi drappeggi», scriveva con enfasi l'ambasciatore della Serenissima
- e cavalcavo insieme alle persone del mio seguito, che si tenevano
a distanza e mi parlavano a bassa voce. Trasportata dal passo molle di
una mula, mi obbligavo a non pensare a nulla, fuggendo ogni immagine
che potesse risvegliare un qualche ricordo e rifiutandomi di immaginare
a un avvenire del quale ignoravo tutto; mi applicavo quindi a contare i
fiocchi che, nelle mattinate livide, svolazzavano per finire poi nelle acque
del Tevere. Costeggiavamo il fiume, non c'era quasi nessuno nelle strade,
nessuno di quelli che dieci giorni prima si sarebbero spintonati al mio
passaggio: la Città si allontanava da me, rimproverandomi di abbandonarla,
cosa che in effetti stavo facendo. Io e Roma non ci conoscevamo
più. Ma come poteva essere altrimenti, visto che chiunque sapeva che,
dall'indomani del mio matrimonio per procura, facevo pressioni su mio
padre affinché mi mandasse a Ferrara e che per un'intera settimana non
avevo mai smesso di dichiararmi impaziente di partire.
Perché tanta fretta? Non era l'impazienza di raggiungere un marito a
me estraneo, e neanche la curiosità di scoprire un mondo che sarebbe
stato mio. Quando il corteo giunse davanti alla chiesa di Santa Maria del
Popolo, la vista del santuario ove riposano le spoglie di mio fratello Giovanni
mi fece vacillare, mi sentii venir meno. Rabbrividii sotto l'imbottitura
del mantello, e non fu a causa del freddo. In quel momento imparai
cos'è la paura, capii. L'avevo già intravista, ma seppi allora che era l'unica
motivazione a spingermi, a farmi decidere di lasciare la Città. Fuggivo.
Era la paura e non l'amore a condurmi a mio marito, ero costretta a fare
ciò che mai avrei voluto: unirmi a uno sconosciuto per sfuggire alla trama
opprimente che mio padre e mio fratello avevano ordito nel corso degli
anni intorno a me. Ma io ero giovane e volevo vivere.
Mi resi conto allora che l'immenso dolore a lungo celato, e improvvisamente
destatosi, mi avrebbe uccisa. Ignoro come sia riuscita a restare
dritta sul mio cavallo, ma sicuramente impallidii visto che mio cognato, il
cardinale d'Este, che cavalcava non lontano da me, si avvicinò e mi interrogò
con lo sguardo. Accennai con grande sforzo un sorriso, in modo da
fargli credere che si fosse trattato di un malore passeggero, ed egli ebbe il
buon gusto di crederlo. Quindi si allontanò, lasciandomi alla solitudine e
al silenzio nei quali avevo deciso di immergermi durante il viaggio.
Subito fuori Roma, gli ambasciatori si congedarono per far ritorno ai
loro palazzi. Li ascoltai felicitarsi con me e li guardai, senza dispiacere alcuno,
tornare indietro. Tutto ciò che mi allontanava dalla corte papale mi
era di sollievo poiché, da Santa Maria del Soccorso, non facevo che ripensare
alle ultime raccomandazioni che mio padre mi aveva fatto quando
mi ero congedata un'ora prima, parole che bruciavano più di uno
schiaffo: «Parti in pace, figlia mia, e resta in pace! Scrivimi e non mancar
di farmi conoscere anche il più piccolo dei tuoi desideri giacché per te,
nel tempo in cui sarai assente, farò ben più di quello che ho fatto nel corso
di questi anni in cui ho goduto della tua presenza». Pretendeva di
mantenere la sua tutela su di me, ma io avevo dimenticato tali parole nel
momento stesso in cui le avevo udite, non significavano nulla per me. La
sua protezione non la volevo, contavo solo su quella che avrebbe potuto
garantirmi mio marito, ancor più che mio padre era visibilmente sollevato
di vedermi partire, nella stessa misura in cui io lo ero di lasciarlo.
Quanta verità c'era nelle parole che scriveva in quel periodo l'ambasciatore
della Serenissima al Consiglio del doge: «Un tempo madonna Lucrezia,
donna saggia e di belle maniere, godeva delle grazie del papa, ma
attualmente egli non ama più così tanto sua figlia». Mio padre non mi
amava più molto, pare che le mie lacrime lo esasperassero. Ma era stato
forse lui a fornirmi sufficienti motivi per versarne? Si preoccupava soprattutto
dell'odio che nutrivo per mio fratello Cesare. Avrà mai capito
che in realtà li temevo e basta, entrambi, Cesare per la crudeltà, e lui per
la debolezza? Ormai libera da mio padre, la mia unica preoccupazione
da allora è stata quella di tenermi lontana, il più possibile, da questo fratello
un tempo così amato e improvvisamente avversato. Ma la paura mi
ha resa prudente e mi sono guardata dal manifestare i miei sentimenti.
Da allora, gli unici ai quali ho aperto il mio cuore senza condizionamenti
sono stati i miei figli.
...
Avanzavamo sulla via Flaminia sotto un cielo di un bianco pungente,
immobile, e la luce invernale rivestiva di un'insolita austerità la campagna
romana. La vista di questo paesaggio terso, dai contorni in lontananza
sfuggenti calmava il mio spirito, impedendomi di cedere alla malinconia
e dandomi l'occasione di considerare con calma il lato ridicolo della
situazione. In compagnia di mio fratello Cesare e dei miei cognati d'Este,
scortata da una folla di prelati, cavalieri e nobildonne, ero sola come mai
prima. Tra un'armata di scudieri e soldati, seguivano centocinquanta carrozze
ricolme di bauli e casse, ognuna delle quali racchiudeva un tesoro
fatto di piatti d'oro e d'argento, gioielli, tappezzerie e stoffe pregiate, ma
io mi sentivo la persona più povera al mondo: avevo altro valore oltre il
prezzo fittizio di uno scambio che io stessa avevo invitato a fissare? Sarei
dunque scomparsa, senza che queste ricchezze scomparissero con me; la
mia morte non le avrebbe scalfite neanche di un'oncia d'oro.
Volevo solo silenzio e, invece, parlavano tutti, cantavano o addirittura urlavano.
Finanche nella vettura in cui viaggiavo - a causa del freddo gelido avevo
scelto di coprire con un semplice mantello di lana scura, imbottita con
ermellino, il mio vestito di broccato cremisi ricamato in oro -, sembravo
la più modesta del corteo nuziale. Tutti facevano sfoggio d'eleganza nelle
loro cavalcature ingualdrappate di velluti ricamati d'argento, gli uomini
in abiti neri o rossi sobri e raffinati, le donne avvolte in mantelli di seta
cangiante foderata di martora, zibellino, scoiattolo o astrakan nel caso
delle meno ricche. Guardavo tutto ciò come se non riguardasse me, ma
qualcun altro e, scoprendo tanta aridità nel cuore - era forse morto? -,
stavo per cedere all'angoscia. Ma non avevo più neanche la forza per
piangere e le lacrime che trattenevo, mio malgrado, mi davano dei dolori
tali che pensavo che le ossa si stessero polverizzando.
Al calare delle prime ombre della sera, con la nebbia che si diffondeva
nelle valli, mio fratello Cesare prese congedo con un breve saluto. La sua
freddezza mi colpì ma non lo lasciai trapelare, non più del sollievo che
mi procurò la sua dipartita. Avrebbe per lo meno potuto mostrarsi più
galante davanti al mio seguito, ma avendo intuito che i legami affettivi
che ci univano vicendevolmente si erano ormai sciolti per sempre, forse,
con la sua indifferenza calcolata, me lo volle lasciar intendere. Senza voltarmi
neanche per un istante, diedi ordine ai miei di proseguire, lui tornò
a Roma dove avevo abbandonato un passato pieno d'ombre che volevo
dimenticare, ma che sapevo, invece, mi avrebbe perseguitata per il resto
della vita. La mia unica speranza era che tali ombre almeno diventassero
sempre più sfumate, diafane.
Ah, Dio mio, la partenza che si annuncia ora mi sembra infinitamente
più dolce di quella che un tempo mi portò lontano da Roma, fuggitiva!
Me ne vado con il cuore leggero, senza timore alcuno, con cognizione di
ciò che lascio e sapendo cosa mi aspetta:
Ne ho la consapevolezza, è dentro di me
Al punto che non conosco più le mie miserie.
La mia anima è ricolma di una grande e dolce pace, infusami dalla preghiera
di suor Lucia, e che vorrei dividere con tutti. Ma chi può comprenderla?
Oggi tutti piangono intorno a me, che ho finalmente smesso
di piangere...

 Capitolo 3.
Infanzie.

(Diario, 1 maggio 1519.)
Stranamente, per quanto torni indietro nei miei ricordi, il primo viso
che rivedo non è quello di mia madre. Tuttavia è con lei che ho trascorso
la mia tenera età. Sei mesi fa, è stata richiamata dal Signore. Non riesco
più a ricordarmi il suo volto, i suoi lineamenti vengono sfumati dalla mia
memoria e riesco a cogliere solo qualche fugace riflesso qua e là, come se
sorgessero all'improvviso dal grigiore nel quale si perdono: la trasparenza
dei suoi occhi azzurri, le labbra carnose e sorridenti, i folti capelli
biondi illuminati da un raggio di sole. Non aveva bisogno dei decotti di
fiori di matricaria per ravvivarne la brillantezza.
Mia madre si chiamava Vannozza de' Cattanei. Era bella tra le belle. Doveva
esserlo per forza, per sedurre mio padre. Si mostrava inalterabilmente
dolce in qualsiasi occasione, altrimenti non avrebbe potuto domare il
toro Borgia. Se lo era ingraziato con la sua intelligenza vivace, anche se
non sapeva scrivere. Tra le amanti del futuro papa, fu la più amata. Quando
venni al mondo, era da qualche anno vedova di un marito anziano.
Sono nata nel 1480, in una odorosa mattina di aprile, nel monastero di
Santa Scolastica a Subiaco. Era lì che mio padre - Rodrigo Borgia, allora
potente e magnifico cardinale - si riposava d'estate, per sfuggire al caldo
soffocante che in questa stagione opprime Roma sotto una cappa di umidità.
Volle anche che lì venissero alla luce i figli della sua amata, lontano
dai miasmi nocivi della Città tanto propizi alle febbri antecedenti la purificazione
della puerpera e che possono, in poche ore, condurre alla tomba
madre e figlio. Anche i miei fratelli maggiori, Cesare e Giovanni, sono
nati a Subiaco nella stessa stanza che il monastero aveva destinato ai travagli
di nostra madre. Nonostante la loro età, avevano conservato meno
ricordi di me di questi luoghi; io ne amavo l'austera bellezza, l'eleganza
del chiostro sul quale davano i nostri appartamenti, il silenzio paradisiaco
che avvolgeva ogni cosa. Sono convinta che il Cielo sia
silenzio, un infinito silenzio d'amore in cui le parole sono
superflue. Il Verbo è sufficiente
all'estasi eterna degli eletti.
Ancora in fasce, un giorno vidi il bel viso di mio padre sporgersi su di
me fino a sfiorarmi. Non parlava, ma gli lessi negli occhi neri l'amore e la
fierezza, indovinai dal tremito quasi impercettìbile delle labbra il bacio
che tratteneva, disarmato dalla mia fragilità. Gli uomini sono di una goffaggine
commovente con i loro figlioletti. Siccome non disse nulla, non
ebbi modo di udirlo e mi accontentai di contemplarlo, raggiante, in mia
contemplazione. Mia madre, invece, non cessava di cinguettare un attimo
mentre mi coccolava, e ogni sua parola mi trasportava lontano, malgrado
me e malgrado lei, impedendomi di concentrarmi sul suo volto, quando invece
l'unica cosa che avrei voluto sarebbe stata riposare contro il suo seno,
avvolta dal silenzio dell'amore. Troppo intenta ad ascoltarla, non
riuscivo a guardarla. Fu solo successivamente che i suoi dolci lineamenti
si impressero nella mia memoria. E ora, già si stanno cancellando, mentre
l'immagine di mio padre è talmente viva che, nonostante la febbre che mi
consuma, mi sembra di vederlo apparire all'improvviso per chinarsi
un'ultima volta sulla sua bambina. Ormai sono solo una ragazzina che ha
bisogno del tenero e rassicurante sguardo paterno:
Te lo chiedo, non fuggire dalla mia memoria,
meglio sarebbe se perdessi la vita!
Mio Dio, ho forse amato troppo mio padre, l'ho troppo ammirato?
Non è forse a causa di questa cecità che, piegandomi a ogni suo volere,
mi ha sovente impedito di fare la tua volontà?
...
Trascorsi i giorni della mia infanzia tra Roma e Subiaco. Lo stesso anno
della mia nascita, il cardinale aveva sposato mia mamma a Giorgio da Croce,
un nobiluccio milanese al quale aveva dato l'incarico di segretario apostolico.
Non ho conosciuto bene questo patrigno: così discretamente come
era arrivato, passò a miglior vita quando compii sei anni. Alcune settimane
prima della sua morte, Vannozza gli aveva dato un figlio, morto immediatamente
a causa delle febbri. Non mi pare di ricordare che li abbia pianti, né
l'uno né l'altro. In seguito prese l'abitudine di ritirarsi con noi, non appena
giungevano le belle giornate, nella villa che le aveva lasciato in eredità, tra
vigneti e frutteti, che costeggiano la chiesa di San Pietro in Vincoli. Il buonuomo
era ricco, mia madre lo era in egual misura. Le apparteneva, sull'incantevole
piazza Pizzo di Merlo, il palazzo che ne portava il nome in cui l'aveva
sistemata mio padre al principio della loro relazione: la voleva accanto
a sé, lui che aveva il suo palazzo non distante da lì, ai Banchi Vecchi, per andarla
a trovare a suo piacimento. Non ho mai conosciuto questi muri che
accolsero i loro amori. Mia madre era anche proprietaria di una deliziosa
casa completamente circondata da un giardino chiuso da alte mura, dietro
piazza Branchis. Era il tetto coniugale, sotto il quale io e i miei fratelli abbiamo
trascorso l'infanzia. Nostro padre veniva a trovarci come un qualunque
vicino dopo aver risposato, l'8 giugno 1486, Vannozza a Carlo Canale,
che nominò segretario della Sacra Penitenzieria. Il nuovo patrigno era un
uomo singolare. Si era invaghito di mia madre più perchè era stata l'amante
del cardinale che per i mille ducati che portava in dote. Questa follia lo conduceva,
suscitando il divertimento di tutti, a sfoggiare nel suo blasone il toro
dei Borgia straziato dal leone nascente della sua famiglia.
Dei miei primi anni di vita, serbo solo pochi ricordi, quelli dei bagni che
durante le belle giornate io e i miei fratelli facevamo nella vasca di marmo
del giardino, sotto la sorveglianza di due schiavi mori, quando ci spruzzavamo
l'acqua ridendo e gridando o facendo una gara di nuoto. Quello di
un cavallino che mi regalò mio padre, al quale Vannozza scriveva: «Eccellente
Signore, vostra figlia si comporta bene, è un vero piacere vederla
montare a cavallo, sia in sella che in groppa».
Ma anche il ricordo delle nozze di Maddalena de' Medici, figlia di Lorenzo
chiamato il Magnifico, con il figlio di papa Innocenzo ottavo, allora
regnante. Toccò a mio padre, in qualità di cardinale vicecancelliere, ricevere
nel proprio palazzo la fidanzata e il suo seguito. Attese all'incombenza
come sua abitudine: fastosamente. Fu in quell'occasione che vidi
per la prima volta la dimora paterna, la cui eleganza e le cui ricchezze abbagliarono
la ragazzina che ero: c'erano ovunque tappeti preziosi, credenze
cariche di argenterie, quadri e statue. Centinaia di candele profumate
riflettevano le loro fiamme su cristallerie e piatti d'oro, c'erano fiori
e nastri ovunque. Ne ero fiera come se tutto ciò mi appartenesse:
Siamo persuasi che il cardinale vicecancelliere abbia più oro e ogni sorta di
ricchezze di qualunque altro prelato, eccetto il cardinale d'Estouteville. È estremamente
ricco, e la considerazione che gli manifestano numerosi re e principi
ne accresce la fama. Abita in un palazzo ben costruito che ha fatto edificare tra
il ponte Sant'Angelo e Campo de' fiori. Trae immensi guadagni dalle sue funzioni
ecclesiastiche, da numerose abbazie che possiede in Italia e Spagna, e dalle
tre diocesi di Valenza, Porto e Cartagena. L'incarico di vicecancelliere, da solo,
gli porta annualmente ottomila fiorini d'oro. La quantità di argenteria, perle,
stoffe ricamate in oro e seta, libri su qualunque scienza che possiede nella sua
biblioteca è impressionante e di un lusso degno di un re o di un papa.
Maddalena aveva quattordici anni, era dolce e bella. Il suo vecchio e
brutto marito la rese infelice, lei lo accettò docilmente. Si affezionò a me
come una sorella maggiore, accogliendomi nella sua dimora ogni volta
che lo volevo e venendoci a trovare, accompagnata dal fratello minore
Giovanni, un ragazzone indolente dallo sguardo torvo destinato alla porpora,
e che è attualmente papa Leone. Stavo bene in sua compagnia, mi
insegnava le poesie composte dal padre, guidava le mie letture, mi iniziava
alla melodiosa parlata toscana, e addirittura giocava con me a carte e a
scacchi. Il mio patrigno apprezzava la cultura e lo spirito vivace di Maddalena,
e il fatto che fosse stata alunna di Angelo Ambrogini che tutti conoscevano
con il nome di Poliziano, perché nato a Montepulciano, che
lui stesso aveva protetto in altri tempi e che aveva aiutato a far rappresentare
il suo Orfeo alla corte di Mantova. Uomo di lettere raffinato, si
piccava di poesia - rimava mediocremente - e soprattutto mi iniziò al latino
e al greco. È a lui in primo luogo che devo l'arte del bel parlare. L'unione
con mia madre è stata felice, mi sembra.
Non lo frequentai a lungo poiché, non appena compii dieci anni, mio
padre mi affidò a sua cugina Adriana de Mila affinché perfezionasse la
mia formazione e si distraesse dalla precoce vedovanza: il suo bel marito,
Lodovico Orsini, signore di Bassanello, era morto durante i negoziati per
il matrimonio del loro unico figlio Orsino con Giulia Farnese. Quest'ultima,
di qualche anno più grande di me, abitava sotto il tetto della futura
suocera per perfezionare un'educazione sin lì un po' trascurata.
Vannozza non sembrava addolorata per la mia partenza. È vero che Palazzo
Orsini era accanto alle sue case e quindi aveva modo di venirmi a
trovare a suo piacimento. Non abusò di questa possibilità, troppo occupata
dai suoi impegni. Previdente e accorta, aveva investito la propria
fortuna nell'acquisto dell'albergo del Leone, che affittava al capitano
della cittadella di Torre Nova: lì vi alloggiava sia i guardiani che le famiglie
dei prigionieri. Vannozza aveva anche acquistato delle pecore che i
pastori portavano a pascolare nella campagna intorno al Colosseo, e di
cui vendeva la lana. Inoltre, la sua reputazione di persona onesta e discreta
le valeva la fiducia di numerosi nobili, mercanti e cambiavalute che
le davano in pegno gioielli, vasellame in oro e vermeil, quando avevano
bisogno di liquidità: meno usuraia degli ebrei, si era fatta una larga clientela
perfino nel Sacro Collegio dei cardinali.
...
Gli anni trascorsi a Palazzo Orsini furono tra i più spensierati della mia
vita. Adriana, che la vedovanza non aveva affatto reso austera, si prodigava
a rendermi quanto più piacevole lo studio raccomandato da mio padre.
A casa sua utilizzavamo correntemente il latino, ma tra di noi parlavamo
in catalano, nostra lingua natale, e in castigliano, che lei padroneggiava
perfettamente e che io dovevo imparare. Quando Giulia ci raggiungeva,
conversavamo in francese, lingua tanto difficile da imparare
quanto melodiosa da udire. C'erano le ore di grammatica latina - leggevo
la Legenda Aurea e gli autori classici accuratamente epurati -, e quelle
più laboriose in cui lavoravo sul greco. Non sono mai riuscita a padroneggiare
questa lingua. I momenti più piacevoli erano quelli consacrati al
toscano, che studiavamo nel Paradiso di Dante, nei versi di Petrarca e
nelle lettere di santa Caterina da Siena. Io e Giulia prendevamo anche lezioni
di disegno e pittura, suonavamo il liuto e il mandolino, esercitavamo
le nostre voci da concerto. Le giornate, ben ricche di impegni, iniziavano
con la messa nella cappella palatina. Ero estasiata, il raccoglimento
della cerimonia, la bellezza dei canti e il profumo dell'incenso mi sembravano
l'anticamera del paradiso:
Se tale era il tuo volere,
vorrei da te essere redenta
come mi dichiarasti la scorsa notte.
A quei tempi l'innocenza faceva sì che Dio parlasse al mio cuore e che
io fossi in grado di sentirlo. Ero ancora onesta e la mia virtù era protetta.
Non uscivamo mai per la Città, non ne sentivamo il bisogno. Per le nostre
passeggiate erano sufficienti i vasti giardini del palazzo, che si estendevano
sul Monte Giordano con prati fioriti, labirinti di bossi e carpini,
boschetti che nascondevano dei graziosi padiglioni dove spesso si davano
delle cene a lume di candela, durante le quali i musicisti ci deliziavano
con una serenata. Ridevamo delle paure di Adriana che sussultava e faceva
il segno della croce quando una civetta strideva nella notte, e che
emetteva dei gridolini agitando le mani se un pipistrello si avvicinava
troppo ai suoi capelli.
Nonostante Giulia avesse cinque anni più di me, non era di molto più alta.
Compensava la mancanza di altezza con delle forme armoniose, delle
belle mani sempre in movimento - le piaceva mostrarle - e dei lineamenti
di rara perfezione. Aveva una carnagione color miele, uno sguardo brillante,
il naso sottile e dritto, labbra vermiglie e carnose, la cui freschezza pensavo
dipendesse dal fatto che le mordicchiasse di nascosto. Il futuro sposo
pareva non accorgersi neanche di cotanta bellezza. Completamente assorbito
dalle sue chimere di battaglie e di gloria, Orsino si annoiava in nostra
compagnia e, dall'alto dei suoi sedici anni, ce lo faceva notare unendosi a
noi di controvoglia e solo quando la madre glielo imponeva. Dai Borgia
aveva ereditato la pelle olivastra e gli occhi scuri dal taglio allungato, dagli
Orsini il naso un po' grande e i boccoli biondi e folti che Giulia gli invidiava.
A furia di decotti di camomilla e zafferano, e lozioni di allume, riuscì a
schiarire i suoi capelli castani potenziando l'artificio con l'aggiunta di fili
d'oro. Durante gli anni del fidanzamento diventammo amiche e lo restammo,
con grande soddisfazione di Adriana e di mio padre.
...
Siccome soggiornavo a Palazzo Orsini, mio padre prese l'abitudine di
venire quasi tutti i giorni a informarsi sui miei progressi e verificare così
che mettessi in pratica i consigli di Adriana: «In primo luogo assicuratevi
di avere qualcosa da dire. Poi esprimetelo con termini semplici, in maniera
franca, evitando le costruzioni ricercate. Imparate a pensare e non
a spaccare il capello in quattro».
Ne ero lusingata. Si sedeva al tavolo, mi teneva in piedi di fronte a lui
per farmi domande nell'una o nell'altra lingua e leggere ciò che scrivevo.
Guardava i miei disegni, e a volte prendeva la pietra di sanguigna o il raschietto
per sottolineare un tratto, sfumare un'ombra. Ogni correzione
era accompagnata da una spiegazione semplice, così chiara che avevo
l'impressione di imparare più con lui che con i maestri. Poi, lasciandomi
ai miei studi, raggiungeva sua cugina nel salotto delle cariatidi dove si
mettevano a chiacchierare bevendo un bicchiere di vino e mangiucchiando
dolcetti di marzapane, che facevano portare anche a me. Spesso pregava
Giulia di unirsi a loro. Non ero affatto gelosa, mi sembrava naturale
che parlassero tra adulti delle prossime nozze della mia amica. Lo divenni
un po' quando, per andare a passeggiare con lei in giardino, iniziò
a dedicarmi meno tempo. Ma in quei casi, restava con noi la sera, condividendo
i nostri spuntini al crepuscolo, e questa presenza mi liberava
dalla sensazione di esser stata un po' trascurata in precedenza. Si mostrava
allegro e ciarliero davanti a noi, galantuomo con sua cugina, e la sua
risata cristallina incoraggiava le nostre chiassose risate di adolescenti.
Giulia mi parlava di lui con entusiasmo, ne ero fiera e felice. Se avesse
mostrato altrettanto trasporto verso il suo fidanzato! A volte Orsino cenava
con noi, ma era sempre taciturno, imbronciato, e non diceva una
parola. Neanche i dispetti o le carezze di Giulia gli strappavano un sorriso,
e si affrettava ad alzarsi da tavola non appena l'etichetta glielo consentiva.
Nessuno si preoccupava di trattenerlo, sua madre lo seguiva con
lo sguardo, sospirando. Il matrimonio è una triste cosa, pensavo quando
mi ritrovavo sola sotto le coperte, e mi lasciavo andare alla malinconia,
pregando Dio che a mio padre non venisse l'idea di trovarmi un marito.
Fu un sollievo quando mi annunciò che, subito dopo le nozze di Orsino
e Giulia, sarei andata per qualche mese dalle domenicane di San Sisto. Il
loro monastero, situato fuori dalla Città sulla via Appia, nasconde, tra i
pini marittimi e i tamarischi, le sue mura ocra che racchiudono chiostri
ombrosi e fontane zampillanti.

 Capitolo 4.
Immagini.

(Diario, 2 maggio 1519.)
Ieri ho scritto molto, e mi ha giovato. Se confessarmi ogni mattina procura
gioia e pace alla mia anima, non mi porta però il piacere che provo
nello stendere sulla carta i ricordi. E inoltre non posso importunare con
il racconto della mia vita passata padre Lodovico della Torre: ha già
ascoltato a sufficienza la litania dei miei errori presenti. Ve ne sono ogni
giorno in abbondanza, ma sono l'unica a conoscerli: scatti d'impazienza
e di stanchezza, slanci d'orgoglio, giudizi avventati e immediatamente
messi a tacere, brevi istanti di collera o di sconforto, tutte debolezze,
queste, nelle quali cado diverse volte al giorno e che, anche se non esterno,
non sono meno reali. Le parole di suor Lucia costituiscono un sostegno
prezioso:
Non mi confesso umilmente,
mi confesso per ignoranza,
ma ti prego, mio Dio, di accogliere le mie confessioni.
Padre Lodovico sa che scrivo e mi incoraggia. Mi ha suggerito di dirlo
a mio marito al fine di dissipare ogni ambiguità nel caso in cui lo informassero
di avermi sorpresa a scambiare delle missive, necessariamente illecite,
con un corrispondente sconosciuto - un nemico dello Stato o, ancor
peggio, un amante segreto -, ma non riesco a decidermi: Alfonso ha
troppo sospettato di me per il passato, ai tempi dei miei amori innocenti.
Lo scrittoio è a portata di mano sul mio comodino e raccolgo le pagine
del Diario in un cofanetto che nascondo sotto i cuscini.
...
Malgrado il fasto con cui si svolsero, le nozze di Orsino Orsini, signore
di Bassanello, e Giulia Farnese furono cupe proprio come il
loro fidanzamento. Lo si imputò al decesso del padre dello sposo, avvenuto due
anni prima. La mia amica, bella come non mai, era distratta, assente.
Nonostante si mostrasse affabile con tutti, vedevo che i suoi pensieri la
portavano altrove, ma i presenti si sbagliavano nell'attribuire alla sua grazia
e riservatezza tale atteggiamento. Quanto a suo marito, le donne lo
trovavano affascinante, e glielo dicevano. Bevendo iniziò a sorridere e,
alla fine, divenne molto allegro. La sera del primo giorno di matrimonio
era discretamente ubriaco, i suoi amici lo condussero alla stanza dove lo
attendeva la sposa: lo spogliarono e lo spinsero nel letto nuziale, chiudendone
le tende, e poi si allontanarono. L'indomani la giovane coppia si
mostrò falsamente distesa, cosa di cui ci accorgemmo solo io e Adriana.
Li festeggiavano tutti, ciò mi annoiava incredibilmente.
Quando presi congedo da Giulia per andare a San Sisto, mi strinse tra
le braccia chiedendomi di pregare per lei. Era sola poiché Orsino, su ordine
del cardinale vicecancelliere - mio padre - aveva dovuto lasciare la
Città per servigi alla Chiesa.
Rimasi sei mesi presso le suore di clausura, che mi insegnarono il canto
e l'arte di ricamare la seta con fili d'oro. Mi tornano alla mente alcune righe
di suor Lucia:
Se il vostro incarico è di ricamare, ricamate bene. Se è di danzare, al fine di
onorare il vostro sposo, danzate bene. Se è di pregare per l'anima di madonna
Vannozza, pregate bene, cioè con tutto l'amore filiale del vostro cuore e totale
fiducia nella misericordia del buon Dio. Ovunque voi siate e di qualunque cosa
vi stiate occupando, impegnatevi a svolgere qualsiasi mansione, non per gli altri
né per voi stessa, ma solo per l'amore dell'Amore.
Soprattutto, ebbi modo di dedicarmi senza restrizioni alla lettura e alla
riflessione. La vita regolare delle domenicane mi si confaceva. Mi accompagnavo
a loro, con piacere, per il canto dell'uffizio e le aiutavo nelle loro
mansioni. Non che avessi una qualche vocazione per la vita di clausura
- non ho mai sentito una simile chiamata interiore - ma, dopo due anni
in cui avevo diviso la mia vita tra lo studio e le feste, sentivo un imperioso
bisogno di solitudine. Di silenzio. Di semplicità. Il ricordo del matrimonio
di Giulia e Orsino mi metteva a disagio, riempiendomi di inquietudine
quando pensavo al mio avvenire. Mi confidai con suor Girolama
Pichi, una religiosa che si diceva fosse molto esperta della pratica
della contemplazione. Seppe trovare parole di conforto e pace per la
bambina che ancora ero, e ben presto la mia risata si aggiunse a quella
delle novizie durante le ore di ricreazione in cui, sotto la benevola sorveglianza
della madre superiora, sgusciavamo i piselli o filavamo la lana.
Parlavamo poco della mondanità, che non mi mancava molto, e, con mio
sommo stupore, non si parlava mai male di nessuno: si trovavano attenuanti
per chiunque, per quanto pessima fosse la sua reputazione, e noti
gli eccessi, si manifestava una sincera compassione. Per me, abituata ai
pettegolezzi, era una novità. Presi allora la decisione che mai avrei recato
danno all'altrui nomea e, con l'aiuto di Dio, fino a oggi ho mantenuto
l'impegno preso. Se avessero fatto così anche nei miei confronti! La divina
Provvidenza non lo ha concesso.
Mio padre non venne a trovarmi a San Sisto. Ne soffrii. Adriana e Giulia
lo fecero qualche volta. Le loro risate e cicalecci mi stancavano ma
non lo davo a vedere. Erano piuttosto stupite della mia scarsa curiosità
verso ciò che avveniva fuori dal convento come per i maneggi della corte
pontificia. Ciononostante le accoglievo con affetto, le ringraziavo per i
loro deliziosi regali - confetti di Andria, gelatine di frutta e marmellate
che consegnavo immediatamente alla sorella economa affinché il regime
di austerità del convento ne fosse in qualche modo mitigato -, ma tiravo
un sospiro di sollievo non appena mi lasciavano, ben felice di tornare al
mio caro silenzio e alla presenza discreta delle buone domenicane. Le
uniche visite che mi facevano piacere erano quelle di Maddalena de' Medici,
che veniva con la sua bambina di due anni.
A volte dovevo posare per un artista mantovano chiamato Mantegna,
che era stato chiamato a Roma da papa Innocenzo a cui talvolta a mio
padre riusciva sottrarlo. Tale pittore (di cui scoprii la fama solo in seguito)
veniva a intervalli irregolari. Arrivava senza preavviso, non appena riusciva
a strappare alla pignoleria del pontefice qualche ora di tregua. Era
una persona già anziana, di una dolcezza e di una pazienza lodevoli: seduta
davanti a lui nel parlatorio, restavo immobile, in raccoglimento,
quasi senza respirare. Le sedute non mi annoiavano, lasciavo che la mia
mente vagasse mentre riempiva con grandi tratti nervosi uno dei fogli,
prima di tornare al viso che aveva abbozzato con il carboncino o la pietra
grigia. Allora procedeva con lentezza, riprendendo all'infinito in margine
un dettaglio, rimodellando l'arco di un sopracciglio, ritracciando il
profilo finché non ne era soddisfatto. Poi mi mostrava il suo lavoro e dovevo
sforzarmi per raggruppare mentalmente gli elementi sparsi che
avrebbero costituito la mia immagine. Amavo ciò che faceva, sapeva
spiegarmelo. Benché conoscessi ogni singolo dettaglio della mia fisionomia
- «Lei ha il viso allungato, il naso sottile, i capelli biondi, gli occhi
chiari di un azzurro tenue, la bocca piuttosto grande, i denti molto bianchi,
il collo ben definito e bianco» -, non ebbi mai modo di vedere neanche
uno solo dei ritratti che abbozzò a San Sisto su richiesta di mio padre,
divenuto cardinale vicecancelliere.
...
In un piovoso pomeriggio del gennaio 1491, la priora mi fece chiamare.
Era la prima volta che penetravo nella cella di una monaca di clausura
e, per quanto fossi già padrona di me stessa, non riuscii a celare un
moto di sorpresa. Come se nulla fosse, Sua Reverenza mi fece sedere sull'unico
sedile della stanza, uno sgabello di legno consunto per l'uso che
aveva preso da una mensola altrettanto povera, fissata al muro:
«Bambina mia, vostro padre desidera che torniate alla sua dimora.
Manderà qualcuno a prendervi domani dopo l'uffizio di sesta».
Parlava dolcemente, e il colpo fu ancora più duro. Dovevo lasciare la
quiete di queste mura e chiostri che erano il mio paradiso! Senza dire
nulla, voltai il capo affinché non vedesse gli occhi pieni di lacrime. Dopo
un attimo di silenzio riprese:
«Anche noi ci siamo affezionate a voi. Siate certa che la nostra porta,
così come i nostri cuori, per voi sarà sempre aperta. Sappiate anche che
non passerà un giorno senza che siate presente nella nostra
preghiera a Dio».
«Sono obbligata a Vostra Reverenza. Tali parole mi sono di grande
conforto e ve ne ringrazio. Avrò cura, madre mia, di
ricordarvi presso Sua Eminenza».
Ero sorpresa di sentirmi parlare tanto pacatamente, con voce ferma. Il
mio cuore aveva raggiunto la pace. Fui però ancor più sorpresa della sua
risposta:
«Abbiate la bontà, bimba mia, di non proferir parola sulla nostra casa
con vostro padre. Non si addice alla nostra religione essere glorificata
dagli uomini, per quanto siano potenti. È solo da Dio che aspettiamo una
ricompensa per il bene fatto».
La guardai, in piedi, in controluce vicino alla stretta
finestra che lasciava filtrare un chiarore fioco. Immobile nel suo vestito bianco, con i lineamenti
addolciti dalle pieghe del lungo velo nero, era leggermente piegata
in avanti. Rabbrividii. Non c'era il fuoco nella stanza. Poggiata sulla nuda
terra, davanti a un crocifisso di legno grezzo attaccato al muro, un lume
da notte, dalla fiamma minuscola, diffondeva una luce dorata che
rendeva ancor più severa l'austerità della stanza, e più intenso il freddo
di quella giornata d'inverno. Mi tornarono alla mente le comodità del
Palazzo Orsini, il lusso di quello di mio padre e, nella mia confusione,
sentii improvvisamente un vago piacere nell'immaginarmi nel Salone
delle stelle, il più bello della residenza paterna, dove erano state celebrate
le nozze di Giulia e Orsino. Se il cardinale l'aveva messa a disposizione
della nuora della sua parente, a maggior ragione avrebbe permesso alla
propria figlia di usarla. A tal pensiero, arrossii e, per dare a quest'emozione
passeggera una giustificazione, chiesi alla priora quale fosse stato il
motivo che aveva spinto mio padre a richiamarmi presso di lui:
«Madonna Lucrezia...».
Si interruppe. Era la prima volta che mi chiamava così, turbandomi
nella stessa misura in cui lo era lei. Si schiarì la voce, esitò:
«Siete in età da marito...».
Mi trattenni dal protestare. Sentii dentro di me un lungo grido che mi
buttò a terra, e stringendo con le braccia le ginocchia della priora, scoppiai
in singhiozzi. Ella posò dolcemente la mano sul mio capo, mi sembrava
che le sue parole fossero quelle di un angelo, impregnate della soavità
del cielo empireo:
«Piccola mia, piccola mia...».
I miei pianti raddoppiarono, quieti. Com'era bello sentirsi chiamare
così! Mia madre non aveva mai avuto simili slanci di tenerezza, non mi
aveva mai neanche fatto una carezza. Si limitava a stringermi contro di
lei, come fossi un pegno d'amore di mio padre. Allo stesso modo, stringeva
a sé i diamanti, le perle, le pietre rare con cui lui la ricopriva. Per lei
ero solo un gioiello in più, tra quelli che le donava. Penso che la odiassi,
la povera Vannozza. Piangevo dolcemente, desideravo che qualcuno
asciugasse le mie lacrime. Rabbrividivo di solitudine, aspettavo che mi
scaldassero. Bruciavo dal desiderio di essere amata, ma non c'era nessuno
che lo facesse, al di fuori di una vecchia monaca di clausura che, nella
purezza del suo cuore, si lasciava andare dandomi ciò che sapeva mi
mancava maggiormente, la tenerezza di una madre, che lei non era mai
stata ma che il totale distacco da se stessa le consentiva di diventare inconsapevolmente.
So cosa sia la maternità, l'ho imparato ancor prima di
diventare moglie. Una volta di più ne conoscerò l'ebbrezza e la sofferenza,
le gioie accompagnate da altrettante paure, e il mio cuore assapora
una pace ineguagliabile. Sicuramente morirò, ma sarà dando la vita, e
conta solo questo. I ricordi sono come le onde che il mare stende sulla
spiaggia, si cancella ogni mia traccia affinché il bambino che nascerà vi
posi la sua impronta. La sua. La serenità del mio cuore diventa gioia al
pensiero di questa nuova vita che prolunga la mia:
Ti prego di non cancellarmi dalla tua memoria,
come di non cancellarti mai dalla mia,
meglio perdere la vita!
Devo riprendere il mio racconto? Sarebbe egoista da parte mia non lasciare
ai miei figli il ritratto della loro mamma, che avrei mostrato loro direttamente
se avessi vissuto. Un altro indizio oltre ai quadri che guarderanno
un giorno cercando di cogliere, al di là delle pennellate, chi era colei
che posava per l'artista. Non voglio che si avvicinino a me così, come
una forma senza vita, un'immagine senza anima, nella sua perfetta rappresentazione.
A tale proposito, mi torna alla mente il ricordo di un disegno
di mia cognata Isabella abbozzato da Leonardo da Vinci. Era il
1499. Se non fosse stata lei, avrei acquistato quel disegno. Ignoro che fine
abbia fatto, Francesco l'avrebbe reputato inferiore al modello. Isabella,
però, lo ha voluto. Quant'anche fosse bella, non fu mai ritratta meglio,
senza sfondo, nella semplicità della sua persona, con i capelli sciolti
sulle spalle rotonde che facevano idealmente risaltare un profilo regolare.
Non amò di più il ritratto che le fece Mantegna, due anni dopo, e che
era destinato a sua cognata e amica Elisabetta, duchessa d'Urbino: «Siamo
estremamente contrariati dal non potervi inviare il nostro ritratto; al
pittore è venuto talmente male che non ci assomiglia minimamente».
Lo ha distrutto. Si preferiva immortalata dall'abile pennello di Lorenzo
Costa in un'allegoria in cui appariva al centro della tela, vestita di rosso,
il viso teso e pallido come quello di una Madonna. Menzogna delle immagini.

 Capitolo 5.
La bella Giulia.

(Diario, 3 maggio 1519.)
Utilizzando alcuni schizzi del Mantegna, il cardinale vicecancelliere fece
realizzare diversi ritratti portati a termine da alunni del pittore. Ho la
certezza che il maestro non diede il tocco finale, poiché non avrebbe mai
lasciato in azzurro - per quanto «tenue», come scriveva a un ambasciatore
- questi miei occhi che sono di un verde chiazzato di grigio glauco.
Misero in luce i colori del viso e della capigliatura, e, a partire da alcuni
campioni di stoffa che gli erano stati forniti, immaginarono la parte superiore
dei vestiti che avrei potuto indossare. Ingenua, credevo che la tenerezza
paterna sentisse il bisogno di circondarsi dei segni della mia esistenza.
Non si trattava d'altro che di esche destinate a taluno o talaltro
marito che avrebbe potuto scegliermi, a quello che alla fine mio padre
avrebbe prediletto. All'epoca lo ignoravo.
Il primo fu Cherubin de Centelles, signore di Val d'Ayora. Non l'ho
mai incontrato. Adriana ne lodava la bellezza e i meriti, il maggiore dei
quali consisteva nell'essere, come noi, originario di Valenza, Spagna.
Pensava di placare così le esitazioni che aveva scatenato in me. E vero
che, benché nate entrambe vicino Roma, ci capitava spesso di evocare il
paese dei nostri padri e di sognare. O almeno, lei mi faceva sognare, abbellendo
con i mille sfavillìi che le dettava l'immaginazione, queste contrade
d'oltre mare che né io né lei avevamo mai visto. Per quanto accattivanti,
i suoi racconti non riuscirono a incuriosirmi su colui che mi veniva
destinato: non apprezzavo granché l'idea del matrimonio, ancor meno la
sua prospettiva.
Il contratto, steso dal nostro notaio Camillo Beneimbene, fu firmato il 26 febbraio 1491 nel Salone delle stelle. L'intenzione di mio padre era di abbagliare la famiglia del futuro sposo, i cui emissari non mancarono di fare una descrizione incantata degli appartamenti cardinalizi. Si era  impegnato a versarmi in dote circa trentamila denari, corrispondenti a centomila sols valenziani. Quando lo appresi, pensai, con una vanità di cui mi pentii immediatamente, che ero stata venduta a un prezzo mille volte maggiore di quello per cui fu tradito nostro Signore Gesù. Immagine ridicola oltre che
empia, che mi spinse a pensare unicamente alla partenza per la Spagna.
Era meglio. Quando, due mesi dopo, gli accordi saltarono, non ne fui né
scontenta né felice. Neanche sollevata poiché sapevo che era solo questione
di tempo.
Ben presto ebbi un altro fidanzato, anche lui valenziano, Gaspare d'Aversa.
Aveva quindici anni e viveva in Spagna, anche se la sua famiglia si
era stabilita nel Regno di Napoli dove lui era conte di Procida. Secondo
Adriana, anche lui si distingueva per prestanza e doti. Non lo vidi più del
precedente, benché questo fidanzamento andò per le lunghe, né la cosa
mi fece stare peggio. Questa volta non cercai di conoscere l'importo della
mia dote, dopo aver capito che il mio unico prezzo sarebbe stato quello che io stessa avrei fissato e che non sarebbe stato calcolabile in scudi o
gioielli. In realtà, avendo imparato a diffidare dagli eccessi dell'immaginazione
- lo devo alle domenicane di San Sisto - non ho mai pensato né
al primo né al secondo dei miei fidanzati, se non in maniera fugace. Ciò
mi ha preservata dalle stupide fantasticherie come dalle vane apprensioni:
come avrei potuto amarli o temerli se non li conoscevo?
...
Mi trovavo a Subiaco con mio padre quando ci giunse la notizia della malattia
di papa Innocenzo ottavo. L'estate si annunciava dolce e i ricordi riaffioravano,
proprio come oggi scorrono nella mia mente, portatori di pace. In
un'età ancora tenera - appena dodici anni -, ne avevo una riserva, alla quale
potermi attaccare e da poter incrementare per prolungare un'infanzia che
mi scivolava come sabbia tra le dita: evocare tali ricordi mi consentiva di
non prestare troppa attenzione a un presente ben triste, e, soprattutto, di
cercare di scrutare un avvenire la cui incertezza mi angosciava.
La sera saliva dalla valle. Affacciata al balcone che dava sull'ingresso del
chiostro, guardavo, al di là delle sottili colonne geminate della balconata, le
aiuole di semplice che al tramonto emanavano fragranze delicate e si fondevano
lentamente in un mare d'ombra violetto. Più che al pontefice morente,
pensavo ai miei fratelli che non erano con me e mi mancavano. Non
che siamo mai stati intimi, ma le loro risate e il rumore delle liti hanno
riempito gli anni della mia infanzia, attenuando, in parte, l'assenza perenne
di nostro padre e l'indifferenza che nostra madre aveva nei miei riguardi.
Preferiva i figli maschi. Ho sempre saputo di esser sola, di non essere
amata. Troppo grandi per coinvolgermi nei loro giochi, Cesare e Giovanni,
però, non dimenticavano di interessarsi a me, tirandomi i capelli per il piacere
di sentirmi gridare e vedermi piangere - cosa che succedeva spesso -
regalandomi però, subito dopo, una bambola per farsi perdonare. Amavo
quindi passare dalle lacrime alle risate, ci giocavo, loro lo sapevano. Li vedevo
ancora, qualche anno prima, rincorrersi in mezzo a un boschetto di
oleandri tra i sarcofagi e i fusti delle colonne disposte disordinatamente ai
lati di un viale, che erano state scoperte tra le rovine di una villa romana e
portate nel chiostro. Sembrava fossero le vestigia di una dimora di Nerone.
Andando per i diciotto anni, Cesare stava terminando gli studi all'università
di Perugia, e di lui avevo poche notizie indirette:
È personaggio di grande spirito, notevole, e con un carattere straordinario; i
suoi modi sono quelli del figlio di un sovrano assoluto. È sereno e pieno di allegria,
infonde gioia. È molto modesto, il suo atteggiamento è di gran lunga superiore
e di un effetto assolutamente preferibile a quello di suo fratello, il duca di
Gandia, che tuttavia non è dotato di minori qualità.
Avviato alla carriera ecclesiastica, era protonotaro apostolico e munito
di benefici assai lucrativi. Quanto a Giovanni, che aveva sedici anni, si
preparava a recarsi in Spagna poiché, a causa di un fratello maggiore, che
non ho mai conosciuto, era diventato duca di Gandia. Mi sforzavo per
un attimo di immaginarli occupati nelle loro attività, ma siccome ne
ignoravo tutto, era fatica sprecata.
Mi dedicai allora a pregare per il papa. Invano. Costui non mi era affatto
simpatico e ciò che sapevo di lui non mi spingeva neanche a rispettarlo
in nome dell'eminente carica che rivestiva. Non che i suoi costumi
fossero da biasimare: lo erano stati un tempo, quando era cardinale, molto
più che quelli di mio padre. Ma era un debole, pronto a chinarsi davanti
a chiunque alzasse la voce. In particolare, a disprezzo dell'onore,
aveva dato ordine al gran maestro dei cavalieri di Rodi di trattenere con
la forza il principe Zizim, arrivato nell'isola per sottrarsi all'odio di suo
fratello, il sultano dei turchi; ancor peggio, aveva ordinato che fosse condotto
a Roma come ostaggio, cosa decisamente singolare: fin quando il
sultano avesse versato una somma affinché il fratello fosse trattenuto alla
corte pontificia, la cristianità non avrebbe appoggiato quest'ultimo come
possibile successore, né avrebbe intrapreso una crociata che tutti temevano
potesse aver luogo. Per quanto contorti, ero in grado di decifrare
questi calcoli: i bambini sono curiosi e ascoltano le conversazioni degli
adulti. Io avevo ascoltato e capito.
Mi ricordo l'ingresso in Città del prigioniero. Come tutte le ragazzine
della mia età, avevo nove anni all'epoca, mi innamorai di questo principe
che la mia immaginazione rivestiva del fascino emozionante degli eroi
sfortunati. E per di più, era un uomo bellissimo, dal viso incantevole e con
dei lunghi occhi chiari, ereditati dalla madre circassa. Sono sempre stata
sensibile allo sguardo degli uomini, per me è sempre stato il più lusinghiero
degli specchi. Ancora oggi, quando Alfonso mi guarda, attraverso le
sue lacrime mi viene riflessa l'immagine della sposa lontana che egli rimpiange
di non aver saputo o voluto amare come ella avrebbe desiderato.
Alla fine, incapace di fissare i miei pensieri, rimasi immobile ad assaporare
quest'ora, la più delicata di tutte, che ricopre di ori e di porpora la valle
dell'Aniene. In quel momento, di ritorno da qualche battuta di caccia nelle
foreste circostanti o da una visita ai fattori, mio padre amava passeggiare
con i suoi amici nei viali di sabbia bionda, mentre le finestre del piano venivano
illuminate dai servitori con centinaia di candele di cera, il cui profumo
delicato si confondeva con quello dei fiori del chiostro, nella brezza vespertina.
Mi inebriavo con quest'aria balsamica, per metà sonnolente, e trasalivo
allorché le risate e i rumori di voci mettevano fine alle mie fantasticherie.
Il cardinale portava a Santa Scolastica solo gli intimi. Avevo scoperto
che Giulia - che tutta Roma ormai chiamava “la bella Giulia” - lì era di
casa, insieme ad alcune donne, come lei, mogli di nobili funzionari del
Palazzo apostolico o, sempre come lei, compagne di prelati. Infatti, dopo
il matrimonio era diventata l'amante di mio padre, sempre che non lo
fosse già da prima. Quella sera sembrava appoggiarsi con noncuranza al
suo braccio, dando così l'impressione che lui la sostenesse con vigore
maschile. Indossava un vestito di seta bianco, semplice, senza orpelli, il
cui taglio morbido ne sottolineava a ogni passo la figura minuta e ne faceva
risaltare l'incarnato. In verità, era radiosa, e capivo, per quanta sofferenza
mi causasse, perché mio padre fosse così preso da lei.
 
Capitolo 6.
La cena del cardinale.

(Diario, 4 maggio 1519.)
Quella sera del 20 luglio 1492, che evocavo nei miei scritti di ieri, eravamo
a Subiaco e mio padre ci onorò di una cena nel chiostro. Di solito,
per lasciare ogni ospite completamente libero, ciascuno cenava nella
propria stanza con uno spuntino e poi, chi lo desiderava, si univa agli altri
per continuare la serata. Qualcuno si metteva a suonare nei suoi appartamenti;
qualcun altro si ritirava in biblioteca per consultare, alla luce
delle fiaccole tenute accese sino a notte inoltrata, i preziosi libri raccolti
un tempo dal cardinale Torquemada; altri ancora preferivano i giardini
ove, sotto le stelle nascenti, tra il mormorio delle fontane, la fragranza
delicata del gelsomino si mescolava a quella più decisa del caprifoglio. Il
cardinale Ascanio Sforza si faceva beffe della frugalità della tavola di mio
padre. È vero che per quanto potesse essere fastosa, il tenore della sua
casa era modesto poiché non vi spendeva più di settecento ducati al mese:
quest'uomo tanto voluttuoso e carnale non amava i piaceri della tavola
e, alla sua, non si serviva mai più di un piatto accompagnato da un
contorno. Siccome Sforza era un grande amante della buona tavola, non
veniva mai a Subiaco senza uno stuolo di valletti carichi di panieri zeppi
di pasticci, prosciutti e cacciagione, e di ceste stracolme di frutta e dolci;
e, poiché amava la compagnia, era di sera che invitava chiunque lo volesse
ai suoi cenoni notturni: quando mio padre gli annunciò che ci aveva
invitati, la sua espressione cambiò.
Al crepuscolo, una tavola era stata imbandita tra due cipressi, dietro alcuni
paraventi tappezzati. Appena scoprimmo questa nuova sala da
pranzo, non potemmo trattenere un'esclamazione di ammirazione, mai
avevamo visto una simile opulenza: sulla tovaglia di damasco bianca, disseminata
di petali di rose, la cristalleria e l'argenteria riflettevano la luce
delle candele in cera che ricadeva poi, smorzata, sull'oro opaco del vasellame;
tra fiasche di vino rosso e caraffe di bianco, coppe di agata, diaspro
e onice offrivano in quantità le leccornie più raffinate. I miei occhi di
bambina curiosa correvano dai confetti di Andria alle nocciole di Avellino,
dalle paste di mandorla ai tartufi bianchi e neri, dalle scorzette di cedro
candito allo zenzero macerato nello zucchero, prelibatezza che avrei
potuto gustare con moderazione poiché scalda il sangue e porta alla voluttà.
Per lasciare alla serata la sua caratteristica intimità, il servizio era
stato ridotto, le portate erano poste su una credenza collocata un po' in
disparte, dove due scalchi erano a nostra disposizione per riempirci i
piatti. La cena consisteva in un biancomangiare freddo:
filetti di lucioperca e trote di torrente all'agresto, suprema di cappone e di oca all'aroma
di salvia, cosce di maiale all'aceto condite con pepe e pezzetti di mele
paradiso. E ancora, cuori di cardi e bietole in salsa, piselli freschi con
cipolle, piatti di formaggi, latte di mandorla, meloni siciliani e cocomeri;
e, come dolce, fondi di carciofi al miele, pere al vino e cannella, adatte a
rinforzare le attività del fegato e dello stomaco, frutta secca - uvetta, fichi,
datteri - e persino melegrane di Valenza. Sono forse ancora prigioniera
dei miei sensi se rammento così lucidamente fino all'ultimo e più
infimo dettaglio di quella cena! Ma, a causa della mia natura languida,
mi torna il ricordo delle portate, dei profumi, dei colori, della soavità
delle stoffe, del luccichio dei gioielli, ma anche delle frasi udite, degli
sguardi scambiati. La mia memoria è sempre stata fedele, e ciò mi ha
causato non pochi tormenti.
Eravamo dieci commensali poiché, in quella prima estate, erano in pochi
ad averci già raggiunto a Subiaco. Mi ritrovai seduta di fronte a mio
padre, aveva alla sua destra Giulia e alla sinistra Adriana. Accanto a me
sedeva il cardinale Ascanio, che si mostrava deferente nei miei riguardi al
punto da chiamarmi la “nipote” del vicecancelliere. Erano presenti anche
il cardinale Gianbattista Orsini, mio cugino Giovanni Borgia, arcivescovo
di Monreale, e fra Domenico da Gangagno, archiatra di mio padre.
E ancora, le mie amiche Lucrecia Lopez, figlia del datario apostolico,
e Lella Orsini, una cugina del cardinale, promessa ad Angelo Farnese,
fratello di Giulia.
I musicisti sistemati nella galleria superiore del chiostro ci deliziavano
con una serenata, ma erano abbastanza lontani affinché i loro strumenti
potessero distrarci senza coprire le nostre voci. Il pasto fu gioioso, ascoltavo
gli altri evocare i recenti avvenimenti di cui tutta Roma parlava. C'era
quel corpo femminile trovato intatto dagli scavatori lombardi
all'apertura di un sarcofago esposto nel chiostro di Santa Maria Nova, non lontano
dalla via Appia. Si trattava di una ragazza che sembrava dormisse
nel suo sudario: aveva le gote leggermente incipriate, le labbra socchiuse
lasciavano intravedere graziosi denti bianchissimi, i boccoli castani acconciati
in uno chignon scoprivano le piccole orecchie, e si potevano addirittura
contare le lunghe ciglia nere sulle palpebre semichiuse. Io e
Giulia ridevamo, Adriana ci lanciò un'occhiataccia poiché, sfidando il
divieto di mio padre, ci aveva portate a vedere questa meraviglia esposta
al Campidoglio. Come diversivo, domandò ai cardinali cosa si dovesse
pensare dell'ultimo regalo del sultano Bajazet al papa: tre mesi prima gli
aveva fatto recapitare una lama arrugginita affermando che era la Santa
Lancia utilizzata dal centurione per squarciare il costato di Nostro Signore
sulla croce. I prelati ne risero dicendo che il papa avrebbe fatto bene
a riservargli la stessa sorte della giovane morta della via Appia: alcuni
affermavano che si trattava della figlia di Cicerone, altri si dicevano certi
che si trattasse di una martire dei tempi antichi, per cui Innocenzo ottavo aveva fatto prelevare il corpo nottetempo perché fosse inumato in un
luogo tenuto segreto. Per contro, aveva dato ordine di esporre alla venerazione
dei fedeli la Santa Lancia di dubbia provenienza. Ma Adriana
non ci aveva portate a pregare lì davanti.
Non avendo nulla da dire, ascoltavo in silenzio. Soprattutto perché
non intendevo perdermi nessuna di quelle deliziose portate e, come si sa,
non si può mangiare e parlare contemporaneamente. Mentre mi servivo
una seconda pera al vino, scorsi lo sguardo di mio padre fisso su di me.
Voleva esser severo, senza però riuscirci. Gli sorrisi senza abbassare lo
sguardo mentre mordevo il frutto il cui succo mi colava sul mento. Mi
porse un panno profumato, mi pulii ridendo, e lui rise a sua volta. Amavo
troppo mio padre, più di quanto non faccia ogni figlia? Non credo.
Mi sembrava l'uomo più bello del mondo - e realmente lo era - e siccome
non avevo ancora raggiunto l'età in cui egli era tenuto a interferire
contro di me, mi coccolava e mi chiamava con graziosi nomignoli, e nulla
mi rendeva più felice. Giulia era padrona dei suoi sensi, il mio impero
si estendeva al suo cuore. Quanto a mia madre, la rispettava e conservava
per lei un fondo di tenerezza. Ma non si vedeva più a Santa Scolastica,
dove non era neanche invitata, e quindi io vi regnavo sovrana. Il cardinale
Ascanio lo aveva capito e, benché fossi molto giovane, si mostrava galante
con me.
...
Con l'abilità che lo contraddistingueva, mio padre fece scivolare la
conversazione là dove voleva che arrivasse:
È un uomo dallo spirito estremamente versatile e dalla grande intelligenza. Il suo
eloquio è accattivante, elegante nello stile, e, benché le sue conoscenze in letteratura
non superino la media, ne sa fare buon uso nei discorsi. È abile per natura, meravigliosamente
ingegnoso nella gestione degli affari. La sua fortuna è nota e il credito
di cui gode notevole, grazie alle relazioni che ha con quasi tutti i re e principi.
Seppe gestire le cose in maniera da indurre i suoi prossimi a evocare i
vaticini che infiammavano gli spiriti, quelli dell'eremita di Roma e quelli
del priore domenicano del convento di San Marco a Firenze. Non che lui
gli desse il minimo credito, ma gli fornivano così tante occasioni per evocare
l'imminente morte del papa, propizia a ogni sorta di supposizioni e
pronostici sul prossimo conclave.
Il primo di questi profeti era uno straniero vestito di stracci che, giunto
da qualche mese nella Città, urlava invettive contro i passanti. Brandendo
una croce in legno, richiamava al pentimento affinché si compiesse
la parola di Dio:
Abitanti di Roma, prima della fine dell'anno verserete molte lacrime, e numerose
sventure si abbatteranno su di voi. L'anno prossimo tali flagelli colpiranno
tutta l'Italia, ma alla fine verrà il Pastore angelico, il Santo Papa che, privato del
potere temporale, si occuperà esclusivamente della salvezza delle anime e del
bene del suo gregge!
I prelati sottolineavano che i fatti sembravano dargli ragione poiché il
papa era agonizzante. Ma chi sarebbe stato il Pastore angelico chiamato
a succedergli sul seggio di Pietro le cui fondamenta, a detta di mio padre,
erano scosse dagli eccessi cui si era lasciato andare Innocenzo?
Quanto al priore di San Marco, si chiamava Girolamo Savonarola e
spiccava per l'insigne santità che gli era valsa il favore del signore di Firenze,
il magnifico Lorenzo de' Medici. Il cardinale Orsini lo affermava
con forza, aggiungendo:
«Il Magnifico se ne è andato in pace e senza soffrire, proprio come gli
aveva predetto fra Girolamo dandogli la benedizione».
Tutti conoscevano le circostanze di questo decesso, preannunciato tre
notti prima da un violento temporale. Nel momento in cui il fulmine colpì
la cattedrale, fra Girolamo udì, nell'illuminazione del lampo, una voce
potente che sovrastava il tuono: «La spada di Dio si abbatterà sulla terra,
presto e velocemente!». Già il mattino seguente, nel suo sermone, rese
noto l'episodio, udendo il quale il Magnifico mormorò: «Eh, sto per morire,
perché il fulmine è caduto al lato della mia dimora!».
«Lorenzo fu ammirevole davanti alla morte, così come lo era stato in vita».
Infastidito da tali commenti che, evocando il passato - per quanto
prossimo - distraevano i commensali dallo speculare sull'avvenire, mio
padre domandò se il domenicano avesse predetto la morte del papa. Alla
risposta negativa del cardinale Orsini, sospirò:
«È un vero peccato...».
«Ma il Venerdì santo ha avuto una visione terrificante, raccontatami da
Giovanni Pico della Mirandola, il giovane duca di Concordia, che è uno
dei suoi intimi».
Tutti si volsero verso mio cugino, l'arcivescovo di Monreale. Proseguì:
Ed ecco. Due croci sono apparse, mostrandosi alla mia vista. Una era nera, sospesa
in un cielo tempestoso su Roma, la nuova Babilonia, e recava l'iscrizione:
«Croce della collera divina». Fu allora che si levò una tempesta, e una pioggia di
fuoco e di spade si abbatté sulla terra, uccidendo numerosi peccatori. Fu risparmiato
un unico, piccolo, gregge, i pochi cuori puri rimasti. Poi apparve la
seconda croce, era d'oro e brillava e si levò in un cielo sereno su Gerusalemme,
recava l'iscrizione: «Croce della misericordia divina». Tutti i popoli della terra
accorrevano piangendo di gioia per baciarla e adorarla.
Adriana impallidì rabbrividendo, si fece di nascosto il segno della croce,
ma il cardinale Ascanio vedendola tuonò:
«È solo l'immaginazione di un monaco esaltato!».
«Non credete a nulla...».
Con lo stesso tono, l'arcivescovo ci espose come interpretava la visione
di Savonarola. Non riteneva fosse una profezia, quanto piuttosto un precetto
che, attraverso la voce del profeta, Dio inviava al suo popolo, e soprattutto
ai pastori: che riformassero la Chiesa in modo tale che Roma,
dallo stato di Babilonia al quale si era ridotta, ridiventasse la nuova Gerusalemme
e attirasse sull'intera cristianità la misericordia divina. Ascoltavamo
quasi in raccoglimento. Mio padre si mostrava attento, con gli
occhi socchiusi, a volte scuotendo la testa in segno di consenso. Quando
l'arcivescovo tacque, il silenzio si protrasse fino al momento in cui Giulia,
nell'ardore dei suoi diciotto anni, esclamò:
«Brindiamo allora al Pastore angelico e che si aprano le porte dell'inferno
per inghiottire papa Innocenzo!».
Adriana soffocò un grido - c'erano delle parole, tra cui «inferno», che
non bisognava pronunciare davanti a lei, e Giulia lo sapeva - e, ridendo,
levammo tutti i calici mentre mio padre, con falsa gravità, riprendeva la
sua sfrontata amante:
«Imitiamo il Signore e mostriamo misericordia nei confronti del papa!
Un lungo purgatorio sarà sufficiente!».
Bevemmo al purgatorio del papa e la cena si protrasse fino a notte inoltrata.
...
Si era levata una brezza quando facemmo ritorno ai nostri appartamenti.
L'arcivescovo di Monreale si offrì di accompagnarmi e accettai di
buon grado. Questo cugino, figlio di una sorella maggiore di mio padre,
aveva trenta anni più di me. Era un uomo pacato e dolce del quale si
sbeffeggiava l'indulgenza; proprio per questo, mi succedeva, per quanto
segretamente, di confidargli i miei interrogativi: mi ascoltava volentieri,
rispondendomi con una pazienza e una bontà che mi toccavano il cuore.
Lo avevo preso per mano e mentre risalivamo i sentieri immersi nell'ombra
e nel silenzio, sussurrò quasi impercettibilmente:
Signore onnipotente,
se i nostri debiti sono dunque pesati
sulla bilancia dell'equità,
e se le misure sono ancora qua
della tua giustizia e verità,
chi sarà dunque tanto valente
da affrontare la pena pungente
del Vendicatore vivente?
«Pregate?»
«Può darsi. Pensavo al nostro papa morente, ma nel contempo a noi.
Anche noi dovremo rendere conto...».
«È una bella preghiera».
La ripeté, a voce più alta, scandendo le parole, poi precisò che si trattava
di una poesia del suo amico Pico della Mirandola, intitolata Deprecatoria
ad Deum. Apprezzai che avesse avuto abbastanza fiducia nel mio
latino da non tradurre il titolo. Poi, tutto a un tratto, disse:
«Sarebbe stato per te un buon partito, ma sta per prendere le vesti domenicane
e, in ogni caso, non vivrà a lungo. Suor Camilla Rucellai gli ha
fatto sapere che morirà presto, durante la stagione dei gigli».
Allora avevano tutti a cuore di trovarmi uno sposo! Comunque, non
ignorava che fossi fidanzata a don Gaspare d'Aversa, e non osai confessargli
che non avevo alcuna voglia di sposarmi. Mi sforzai di ridere per
chiedergli:
«Ma voi credete a tutte queste cose?»
«Non so, ma altri ci credono, e dobbiamo tenerne conto. Presto o tardi
vedremo se la sorella ha detto il vero».
Prima di lasciarmi, sulla soglia dell'appartamento che dividevo con
Adriana, mi segnò la fronte con una croce, accompagnandola con queste
parole:
«L'avvenire e la fortuna del nostro lignaggio sono qui, in Italia, e non in
Spagna, perché Roma è il centro dell'universo. Credo che tuo padre lo
capirà presto e che rinuncerà ai suoi progetti di matrimonio valenziano».
Ho conservato a lungo il ricordo di quella serata fatata. Nessuno poteva
immaginare, allora, che quella sarebbe stata l'ultima cena che mio padre
dava in qualità di vicecancelliere. Lui solo lo sapeva - ne ebbi ben
presto la convinzione - e senza dubbio lo aveva intuito anche l'arcivescovo
di Monreale.
  Capitolo 7.
Conclave degli stolti.

(Diario, 5 maggio 1519.)
All'indomani della memorabile cena del 20 luglio 1492, io e Adriana ci
alzammo tardi, svegliate dalle grida di Giulia che entrò nei nostri appartamenti
come una furia. Non era neanche pettinata. Noncurante della
causa dei lamenti e non prestando alcuna attenzione alle lacrime che
scendevano sulle sue guance, Adriana la rimproverò senza tanti riguardi,
e a ciò sua nuora rispose, raddoppiando gli schiamazzi:
«Si tratta proprio di questo, di sistemarmi i capelli, visto che siamo tenute
prigioniere in quest'abbazia come se fosse una fortezza!».
Prima ancora che avessimo capito, si girò verso di me e mi disse in tono
di sfida:
«Tuo padre e i suoi amici sono partiti alle prime luci dell'alba, lasciandoci
sole tra queste mura sinistre!».
«Perché mi accusi? Se c'era qualcuno che avrebbe potuto trattenerlo,
quella eri proprio tu, mi pare!».
Non appena pronunciai quelle parole, mi resi conto della mia insolenza.
Arrossii e mi morsi le labbra, in attesa della sberla che lei o Adriana
non avrebbero mancato di darmi. Ma raddoppiando le lacrime, Giulia si
lasciò cadere su uno sgabello. Tacqui. Alla fine, dopo qualche minuto di
silenzio, venimmo a conoscenza, attraverso un racconto in cui si alternavano
invettive e singhiozzi, della situazione in cui ci trovavamo.
Sul far del giorno, dopo aver sellato loro stessi i migliori destrieri, mio
padre e i suoi amici avevano lasciato al gran galoppo Subiaco, senza scorta
alla volta di Roma. Mentre noi parlavamo, erano già al capezzale del
papa morente, primi tra i cardinali ad arrivare. Avevano avuto la premura
di rinforzare la guardia intorno a noi e di dare al personale istruzioni
precise: con nessun pretesto dovevamo lasciare il territorio dell'abbazia,
nessuno straniero era ammesso e avevano il divieto di fornirci selle. Per il
resto, ci avrebbero trattato con ogni riguardo. Giulia lo aveva scoperto
da un valletto che aveva pregato, come ogni mattina, di farle trovare il cavallo
pronto per la passeggiata. Adriana ascoltava senza mostrare alcuna
sorpresa, il che non fece altro che accrescere il furore della nuora:
«Tu lo sapevi, tu! Facevi parte del complotto! E a me non ha detto
niente!».
Adriana alzò le spalle. Di cosa si lamentava Giulia? Eravamo in un luogo
meraviglioso, ci avevano lasciato valletti, servitori, musicisti e cuochi,
con l'ordine di soddisfare ogni nostro capriccio. E, pensai, ci sarebbe
mancato solo che mio padre confessasse i propri progetti all'amante, celandoli
alla figlia! Adriana mise fine alle proteste di Giulia:
«Il cardinale-vicario non deve renderci conto delle sue azioni, non sta a
noi donne di intervenire in materie tanto delicate come un conclave e
un'elezione pontificia. Almeno non palesemente».
«Andando a pregare, forse! Certamente il cielo si mostrerà sensibile alla
nostra devozione di circostanza...».
«Ciò ci risparmierà sicuramente le tue lamentele. E poi, vai a pettinarti
e a farti bella. Non è conveniente che questa gente abbia argomenti per
burlarsi di noi».
Alla fine decidemmo di approfittare di quella giornata d'estate per andare
a fare il bagno. Ho sempre amato curare il mio corpo, la schiuma di
sapone sulla pelle, il tocco morbido delle spugne, la freschezza ruvida dei
panni per asciugarmi, la dolcezza del latte di mandorla, il profumo degli
oh di violetta o di rosa con cui mi ungevo i seni e il ventre perché conservassero
la loro sodezza.
Lucrecia Lopez e Lella Orsini si unirono volentieri a noi, ben contente
di una clausura che, per quanto forzata, ci permetteva di ritrovarci tra
amiche sotto la custodia benevola di Adriana. Trascorremmo la fine della
mattinata tra risa, catini e stufe, schizzandoci l'acqua ghiacciata all'uscita
delle vasche fumanti, inseguendoci da una sala all'altra con il rischio
di scivolare sul pavimento bagnato. Poi, ricoperte da leggeri accappatoi,
ci occupammo dei capelli, che avevamo tutte molto lunghi. Dopo averli
sciacquati, avevo l'abitudine di scioglierli sulle spalle e lasciarli asciugare
all'aria aperta, che restituiva loro morbidezza e brillantezza. Giulia si dava
molto da fare per schiarire i suoi folti boccoli castani: li lavava con
succo di limone, poi succo di rabarbaro e infine li avvolgeva intorno alla
testa sistemandoli su di un grande cappello senza fondo fatto di paglia
per poi esporsi, in questo modo, al sole di mezzogiorno. Aveva avuto tali
ricette, si diceva, da una cortigiana chiamata Diana Cognati. Mentre i capelli
si asciugavano, ci curavamo le unghie canticchiando una vecchia
canzone del paese di Francia, i cui abitanti sono famosi per lavarsi poco:
Una pulce nell'orecchio ho, ahimè!
Che mi morde e solletica giorno e notte,
e che mi fa impazzire.
Nessun rimedio riesco a trovare,
corro di qua, corro di là,
toglimela, o ti prego, levala,
o mia bella soccorrimi!
Quando i capelli furono asciutti, facemmo colazione con i residui della
cena della sera prima, poi andammo a passeggiare nel sottobosco a raccogliere
fiori e cercare le ultime fragole di stagione. Quando le ombre
della sera scesero sulla valle, i musicisti fecero una serenata, cantammo e
ballammo nel chiostro, alla luce delle candele. Presto il sonno ci colse e
ognuna fece ritorno al proprio appartamento.
...
Io e le mie compagne eravamo felici della reclusione, persino Giulia
mostrava un viso allegro. Per quattro giorni ricreammo, nella pace di
Subiaco, un paradiso di musica e feste, inventando nuovi divertimenti,
riunendoci o isolandoci a nostro piacimento, e all'ora della siesta ci svagavamo
con la lettura, il ricamo, gli scacchi, la dama o le carte. La sera
del 25 luglio arrivò da Roma un messaggero di mio padre per darci la notizia
della morte del papa: si era spento dopo una dura agonia, nonostante
i medici avessero tentato di prolungare i suoi giorni facendogli trasfusioni
con il sangue di tre ragazzi vigorosi, pagati un ducato. I disgraziati
non erano sopravvissuti al salasso, le loro famiglie non si dissero per questo
meno onorate di aver così contribuito al prolungamento della vita del
pastore supremo, anche se credo che speravano di trarne profitto.
Da quel giorno il silenzio ricadde sull'abbazia. Non che avessimo manifestato
l'intenzione di vestirci a lutto per un papa che non amavamo, ma
c'era la sensazione che, nell'aria resa pesante da un'ansia quasi palpabile,
il sole fino a quel momento benefico fosse di colpo diventato opprimente.
Adriana riceveva gli emissari di mio padre, con i quali restava chiusa per
ore. Non ci diceva nulla dei suoi colloqui e noi non osavamo chiedere.
Giulia appariva imbronciata, si lamentava di esser tenuta in disparte
“nonostante il suo rango”, ma non mancava di unirsi a noi quando andavamo
a pregare nella cappella: nonostante non fosse devota, in quei giorni
di incertezza, sentiva il bisogno di rassicurarsi ricorrendo a una qualche
vaga protezione divina. La pietosa Lucrecia Lopez mi confidò che chiedeva
a Dio che avesse la compiacenza di inviare alla sua Chiesa il Pastore
angelico atteso da molti. Seppe farmi sposare la sua causa, pregai con lo
stesso intento. Ma in quei momenti, ricordandomi le parole di mio cugino,
l'arcivescovo di Monreale, mi mettevo a fantasticare su quel giovane
signore della Mirandola, che componeva rime tanto eleganti e che era votato
a una morte precoce. Doveva essere in preda a una cupissima malinconia,
per volersi fare domenicano, o forse il pensiero della sua fine prossima
lo aveva già distaccato dal mondo? Memore dei giorni felici che avevo
trascorso dalle monache di clausura di San Sisto, lo capivo e mi sentivo
vicina a lui. E, nella mia ingenuità, osai chiedere alla Madonna, se tale era
la sua volontà, di risparmiargli la vita e concedermelo in sposo.
Ero convinta che i ricordi, avvicendandosi, si sarebbero annullati l'un
l'altro man mano che il tempo passava, o che le mie lacrime li avrebbero
cancellati. Non è così, mi tornano alla mente con forza, e più puri, come
fossero spogliati dei colori del sogno e della nostalgia con cui li avvolgevo
un tempo.
Era trascorsa una settimana dalla morte del papa, quando Adriana organizzò
una cena alla quale fummo invitate. Troppo curiose per quello
che ci avrebbe detto, non prestammo molta attenzione alle portate e,
avevamo appena sgranocchiato dei pistacchi o delle mandorle, che ci annunciò:
«Il conclave si aprirà fra tre giorni. Resteremo qui fino alla proclamazione
del nuovo papa».
La guardavamo senza comprendere. Eravamo troppo giovani per sapere
che, nei periodi di interregno, Roma diventava una città pericolosissima.
Il trono pontificio vacante risvegliava le ambizioni, ravvivava passioni
sempre pronte a infiammarsi. Si costituivano fazioni rivali, le cui bande
mercenarie scorazzavano per le strade alla ricerca di uno scontro che
avrebbe potuto provocare una sommossa, e la cui responsabilità veniva
scaricata sulla fazione avversa, per diffamarla. Si assediavano i palazzi dei
cardinali e dei baroni romani, se ne forzavano le porte per saccheggiarle
dei mobili, a volte uccidendo i guardiani e violentando le donne che avevano
avuto l'imprudenza di restare tra le mura. Dalla partenza di mio padre,
si contavano più di duecento morti, e ogni giorno il Tevere restituiva
nuovi cadaveri, gonfi ed esangui.
Adriana ci spiegò ancora che si erano formate due fazioni, e ognuna
pretendeva di portare il proprio candidato sul seggio di Pietro per assicurarsi,
nella sua persona, la dominazione di tutta l'Italia. Il re di Napoli
appoggiava il cardinale Giuliano della Rovere, nipote del papa Sisto quarto - predecessore di Innocenzo ottavo - la cui sete di potere era immensa, e che
godeva di un'autorità pari a quella di mio padre. Se Napoli gli assicurava
l'appoggio delle proprie truppe, al fine di intimidire i cardinali elettori, il
re di Francia, anch'egli suo sostenitore, gli aprì un credito di duecentomila
ducati perché comprasse qualche voto, e la Repubblica di Genova
ne offriva centomila allo stesso scopo.
«Non saranno i ducati a comprare la tiara!».
Non potemmo trattenere un sorriso davanti all'indignazione della virtuosa
Lucrecia Lopez. Adriana continuò con le sue spiegazioni: il duca
di Milano, Ludovico il Moro - chiamato così a causa della sua pelle scura,
affermano gli uni, del suo animo cupo e crudele, assicurano gli altri -,
appoggiava suo fratello il cardinale Ascanio, che improvvisamente si era
unito a mio padre e a Orsini. In quel momento, il partito di Napoli poteva
contare su nove voti, quello di Milano su sette, ai quali se ne sarebbero
aggiunti senza difficoltà altri quattro. Ma ce ne volevano sedici per essere
eletto. Nei giorni precedenti, mio padre aveva quindi informato regolarmente
sua cugina sugli sviluppi della situazione. Chiedemmo ad
Adriana perché ci confidasse quelle cose:
«Perché non vi mettiate a gridare quando al ritorno ritroverete i palazzi
dei vostri padri saccheggiati e spoliati dei beni, le vostre tolette strappate
o perse, i gioielli rubati».
Scherzava, e noi non dicemmo una parola, ma mi si strinse il cuore al
pensiero del Salone delle stelle abbandonato al saccheggio.
«Soprattutto, dovete sapere dove sono gli alleati delle nostre casate,
dove sono gli avversari. Dalla vittoria del partito di Milano dipende la
nostra fortuna...».
Non avevamo voglia di mangiare, e presto ci separammo, ognuna aveva
bisogno di restare sola con le proprie riflessioni. Prima di raggiungere
l'oratorio, Lucrecia Lopez mi sussurrò che era arrivata l'ora in cui Dio
avrebbe svegliato il Pastore angelico e che né il cardinale Ascanio, né il
cardinale Giuliano avevano possibilità di essere eletti... Per delicatezza,
omise di aggiungere ai loro nomi quello di mio padre.
Il 7 agosto, un messaggero arrivato da Roma ci informò che i cardinali
elettori erano entrati in conclave la mattina precedente. Appena avevano
raggiunto in processione la cappella Sistina, tre soli simili erano apparsi
in cielo sul versante orientale. La sera sedici torce si erano accese all'improvviso
in una torre del palazzo della Rovere al quale, da parecchio
tempo, nessuno aveva più accesso; poi, si erano spente una dopo l'altra,
eccetto una, che aveva continuato a bruciare fino all'alba. Il popolo era
turbato da questi segni. Adriana alzò le spalle, erano proprio quelli i modi
di agire del perfido cardinale Giuliano. Ma non seppe trovare alcuna
spiegazione per i tre soli. Non rinunciava a un'ammirevole serenità.
L'11 agosto, verso mezzogiorno, un cavaliere arrivò di corsa a Subiaco.
Ebbe giusto il tempo di dirci che il papa era stato eletto, che svenne.
Adriana lo fece riavere lei stessa con dei panni bagnati in acqua e aceto,
ogni suo gesto era lento, calmo. Quando l'uomo riprese i sensi mormorò:
«Il nuovo papa ha preso il nome di Alessandro sesto... è l'eminentissimo
cardinale e nobile signore Rodrigo Borgia».
Ero ormai la figlia del papa. Non ero la prima, ma al momento ero l'unica.

 Capitolo 8.
Mio padre, il papa.

(Diario, 6 maggio 1519.)
Ignoro al prezzo di quali intrighi, di quali accordi, mio padre ascese al
seggio di Pietro. Poco mi importa, lo Spirito Santo ispira il conclave,
portandolo a termine attraverso i meandri della mediocrità umana. Lo
credo più che mai, perché ne ho fatto l'esperienza: il mistero della Misericordia
divina non consiste proprio nel servirsi delle nostre debolezze
per tracciare attraverso esse il suo doloroso cammino nel marasma umano?
Sono assolutamente certa che, fino alla fine dei tempi, simili intrighi
e accordi regoleranno l'elezione dei successori di Pietro più che la grazia
dello Spirito Santo, almeno in apparenza: forse le ambizioni si smorzeranno,
perché il mondo si calmerà e si spegnerà l'amore per la verità...
...
All'epoca ero troppo giovane per valutare in che misura la nomina di
mio padre avrebbe sconvolto la mia vita. Non appena rientrammo da
Subiaco, io, Adriana e Giulia ci trovammo sistemate, per ordine papale,
con le nostre serve e domestiche in una casa accanto alla basilica di San
Pietro. Il pretesto era che la residenza paterna ai Banchi Vecchi era stata
saccheggiata non appena era stato reso noto il nome del nuovo papa. All'obiezione
che il Palazzo Orsini non aveva subito alcun danno, mio padre
rispondeva che mi voleva accanto a sé, e che la mia tenera età non
permetteva di affrancarmi dalla tutela di Adriana. Se, maliziosamente, si
faceva notare che la presenza di Giulia non era necessaria, la giustificava
dicendo che sarebbe stato sconveniente lasciare sola, in una casa, una
giovane donna il cui marito era spesso assente, e che ella non avrebbe ricevuto
migliore compagnia e vigilanza di quelle della suocera. In realtà,
intendendo godere a suo piacimento dell'amante, la sua scelta era caduta
sul palazzo di Santa Maria in Portico. La nostra nuova dimora,
elegante e spaziosa, era stata fatta costruire sei anni prima dal ricchissimo cardinale
Zeno che, nella speranza di indossare un giorno la tiara, si era voluto
avvicinare a essa quanto più possibile. La cappella privata era fatta
in maniera tale da comunicare con la basilica: come lui aveva la comodità
di venirci a trovare, senza esser visto, tutte le volte che voleva, così noi
potevamo accedere facilmente agli appartamenti papali.
Con mio sommo piacere, trovai ai muri della mia stanza le preziose tappezzerie
che ornavano il Salone delle stelle e, nel vestibolo, disposte ad
arte su una credenza di legno pregiato, le argenterie che erano l'orgoglio
della nostra famiglia. Prevedendo che, come da tradizione, qualora fosse
stato eletto papa i romani avrebbero saccheggiato il suo palazzo, mio padre
aveva avuto la presenza di spirito di mettere al sicuro la maggior parte
dei suoi tesori: dopo aver trasportato, in segreto, mobili, tendaggi, cristalli,
vasellame d'argento e di vermeil, quattro muli carichi di sacchi pieni
d'oro e gioielli erano stati condotti sotto stretta sorveglianza presso la
residenza del cardinale Orsini. Tanto era bastato per far correre la voce
che mio padre aveva acquistato il voto del prelato. Sarebbe stato davvero
un voto caro pagato, e coloro i quali diffondevano tale menzogna erano
gli stessi che non avevano disdegnato i ducati del re di Francia!
Giulia era estasiata dal fatto che tutti sapessero che era la Dama scelta
dal papa. Infatti, non erano passate neanche due settimane dal nostro rientro
nella Città, che tutti ormai la conoscevano come “la sposa di Cristo”.
Lei ne rideva, io ero umiliata. Avendolo notato, cercò di esporre, senza ambagi,
la situazione alla ragazzina che ero. Per rassicurarmi, o per
giustificarsi? Entrambe le cose, ma non riuscì né nell'uno né nell'altro intento.
Non immaginava quanto mi facesse soffrire con le sue confessioni, né
quanto mi rendesse odiosa la prospettiva del matrimonio.
Siccome ripeteva che non aveva scelto di sposare Orsino,
l'avevo redarguita aspramente:!
«E noi sceglieremmo chi ci piace? Credi forse che io abbia deciso di
sposarmi con un uomo che non conosco e che non ho mai visto
nonostante siamo fidanzati da quasi un anno?»
«Mi capirai quando, costretta a vivere con un estraneo al quale non
avrai nulla da dire e che disprezzerà ogni tua singola azione,
ogni mattina non aspetterai altro che il momento in cui si allontanerà, e ogni sera
avrai timore che venga a importunarti!».
Mio Dio! È questo allora il matrimonio? Eppure vedevo intorno a me
tante donne che sembravano felici con i loro mariti, ma forse mi illudevo!
forse fingevano di esser felici? Avevo voglia di piangere, ma la mia superbia
ebbe la meglio. Rispondendo alla domanda che non osavo porle, proseguì
senza interrompersi:
«Almeno tuo padre è quello che dice il suo stemma: un toro. Mi procura
il doppio piacere di sentirmi desiderata e di potergli resistere o, meglio
ancora, di darmi a lui. Orsino, per avvicinarsi a me, deve ubriacarsi,
e non è capace di possedermi senza avermi picchiata. Che gli ho fatto?
Mai ha poggiato la mano sulla mia spalla o sul seno per accarezzarlo, mai
mi ha sfiorato con un dito la curva delle labbra, mai ha nascosto il viso
tra i miei capelli. Ha sempre e solo amato la mia bellezza, o, piuttosto,
l'orgoglio che gliene viene. Le gelosie che suscita. Sa che dormo con tuo
padre, e sa soprattutto che chiunque dei suoi amici darebbe il proprio
patrimonio per essere mio marito, anche a costo di dividermi con il papa.
Tuo padre mi ama e mi desidera, e io amo essere desiderata».
Senza fiato, gli occhi sfavillanti, le gote infiammate, era l'incarnazione
della spudoratezza. Sconvolta dalle sue confessioni, fui incapace di rispondere.
Ma come, l'amore si riduceva a una tale schifezza? Ero molto
puerile. Allora, forse perché mi impietosivo per la donna sposata che sarei
diventata presto, mi sorpresi a compatirla. La lasciai bruscamente
perché non vedesse le mie lacrime.
La voce sulla nostra lite arrivò alle orecchie di mio padre, che subito incaricò
Adriana di rimproverarmi. Lei mi palesò che lui era molto arrabbiato
con me:
«Non me ne curo, non ha bisogno del mio affetto, come non ne ha della
mia presenza accanto a lui».
Scoppiai a piangere. Lei sospirò, mi si sedette accanto e, dolcemente, mi
strinse a sé. Aveva un buon profumo, mi lasciai cullare tra le sue braccia:
«Non dire sciocchezze, lo sai che non fa nulla. Sei e sarai sempre l'unica,
la figlioletta adorata. Ogni padre è segretamente innamorato della
propria figlia, che mette al primo posto, davanti alla moglie o all'amante».
Ne dubitavo. Siccome restavo in silenzio, proseguì:
«Orsino e Giulia non hanno avuto la fortuna di andare d'accordo. Bisognerebbe
per questo metterli alla gogna, obbligarli ad annoiarsi insieme?»
«Io non voglio un marito a metà, non voglio questo Gaspare d'Aversa
che non conosco neanche, non lo voglio uno spagnolo!».
Avevo quasi gridato, i miei singhiozzi raddoppiavano. Adriana mi prese
per le spalle, mi scosse, mi allontanò a portata di braccio e, con il suo
sguardo cupo, mi guardò fisso negli occhi, bagnati di lacrime, e mi disse
con forza:
«Non piangere più. Non sposerai don Gaspare, né nessun valenziano,
te lo prometto. L'avvenire della nostra casata è qui in Italia, ora tuo padre
lo sa».
Poi, riavvicinandomi dolcemente a lei:
«Ti sposeremo a un italiano di buon lignaggio, E sarai felice. Non lo sono
forse stata io, con mio marito?».
Si fece il segno della croce furtivamente. All'improvviso mi
parve invecchiata, più bella che mai, con i lineamenti addolciti, il viso come circondato
di malinconia. Sicuramente non mentiva: in quindici anni, lei e
Lodovico Orsini erano apparsi come una coppia affiatata, suo marito la
riempiva di attenzioni e la copriva di gioielli, lei lo inorgogliva con la sua
altera bellezza e lo lusingava con la sua vivacità di spirito. Si mormorava
che lei, come una tigre, ruggisse di piacere quando lui la onorava. È vero
che dall'inizio della sua vedovanza non le si conosceva alcun amante.
«Credimi, è tutto a posto. È ora che impari a godere del presente, a
non mostrare le inquietudini del tuo cuore, né soprattutto le tue sofferenze:
troppi amano dilettarsi con le pene o le disgrazie altrui. Osserva
come se non stessi guardando, ascolta come se non stessi sentendo, e non
dire mai niente a nessuno dei tuoi sentimenti. Sii gentile con tutti, ma riserva
amore e fiducia per colui che saprà amarti e mostrarsene degno».
Tranquillizzata, asciugai le lacrime. Lei mi abbracciò e, lasciandomi, mi
disse di farmi bella per la cena.
...
Passò una settimana, furono giornate davvero strane in cui vivevo come
in un sogno. Colmata della lezione di Adriana, giunsi a considerare
unicamente i lati positivi della situazione. Spesso mio padre mi faceva
chiamare presso di lui e, vedendomi, si alzava con le mani tese verso di
me. Voleva che mi sedessi accanto a lui, persino davanti ai miei fratelli
che erano tornati a Roma. Ma, completamente assorbiti dalle
loro occupazioni, li vedevo di rado, non avevano molto tempo da dedicarmi.
Mio padre fu incoronato domenica 26 agosto 1492 sul sagrato della basilica
di San Pietro. Aveva ordinato che la cerimonia si svolgesse con tutti
i fasti all'aperto, affinché il popolo ne fosse edificato. Il
tempo era magnifico, la calura estiva piacevolmente rinfrescata da una leggera brezza
marina. Poi il corteo si mise in marcia, e avrebbe scortato il papa fino alla
cattedrale di Laterano. Dieci compagnie d'armi in alta uniforme aprivano
la marcia, precedendo la casata pontificia. I miei fratelli volteggiavano
in prima fila, accanto al principe Zizim, di cui erano diventati amici.
La folla li salutava con degli evviva sempre più entusiasti poiché, a
ogni incrocio, facevano lanciare manciate di carlini d'argento e persino
dei ducati d'oro. Avevano un'andatura nobile sui loro palafreni ingualdrappati
di stoffe preziose, anch'essi vestiti con sobria ricercatezza: alla
livrea di Zizim, un vestito alla turca interamente in broccato ricamato
oro su oro, faceva da contrappunto l'elegante abito in seta nera di Cesare,
sottolineato da una catena d'oro dalla lavorazione ammirevole, mentre
Giovanni e nostro fratello Jofré - che aveva dieci anni appena - sfoggiavano
colori più vivaci. Noi seguivamo, io, Adriana e Giulia, trasportate
da muli dai morsi d'argento e dalle gualdrappe di seta scarlatta; io avevo
messo sulla gonna in tessuto argentato una tunica di seta verde pallido
dal collo decorato con smeraldi. A seguire, le nostre dame di compagnia
e poi gli ambasciatori degli stati italiani e quelli delle potenze straniere,
che gareggiavano per il lusso degli abiti. Questi ultimi avevano reso
noto ai loro sovrani l'elezione di mio padre nei termini più lusinghieri,
parole venute a conoscenza del popolo che le ripeteva di continuo:
«Borgia è un uomo di coraggio e grande ambizione, e ciò conviene all'appellativo
che prende... Non si poteva trovare miglior pastore, un capo
con maggiore esperienza!».
Quando, a volte, mi giravo potevo appena immaginare il seguito del
corteo dietro lo stendardo della nostra casata, spiegato per la prima volta
lungo le strade di Roma: d'oro al toro di rosso passante su una terrazza
di verde, alla bordura di rosso caricata da otto fiamme d'oro, il tutto
sormontato dalla tiara e dalle chiavi di San Pietro(1).
La calca era tale che impiegammo più di un'ora a raggiungere Castel
Sant'Angelo, tra acclamazioni e grida di gioia del popolo. Migliaia di voci
scandivano «Borgia! Borgia!», ci aspergevano di acque profumate, ci
lanciavano fiori. In cima alla fortezza sventolava il gonfalone con lo stemma
del nuovo pontefice, e con le bandiere recanti le insegne della Chiesa
e del popolo romano. I soldati avevano tenuto sgombero un vasto spazio
in modo che il corteo vi si potesse disporre. Nel momento in cui giungemmo
lì, in nostro onore i cannoni spararono a salve. Da un lato dello
spiazzo vedemmo avanzare gli ufficiali degli stati pontifici: i Baglioni di
Perugia, raggruppati intorno al giovane conte Grifonetto, il crudele Giulio
Cesare Varano da Camerino con i suoi quattro figli - sua figlia si era
fatta clarissa dieci anni prima -, i Bentivoglio di Bologna, i Pico della Mirandola
e i Concordia. Poi seguiva la processione dei vescovi dalle zimarre
viola e dalle mitre dorate, i cardinali dai piviali porpora e dalle mitre
bianche alle quali si abbinava la gualdrappa immacolata delle loro cavalcature,
ognuno dei quali era circondato da dodici scudieri vestiti con tuniche
dei loro stessi colori. Finalmente, preceduto da dodici prelati che
portavano il Santo Sacramento, segnalato da una lanterna, apparve maestosamente
mio padre, a cavallo di una chinea bianca sotto un baldacchino
velato d'oro con righe rosse e gialle; portava la tiara, il cardinale camerlengo
Raffaele Riario e il cardinale Francesco Piccolomini, decano
del Sacro Collegio, reggevano i lembi del suo mantello drappeggiato d'oro.
Non riuscivo a saziarmi della contemplazione di quel nobile volto, il
primo di cui conservo intatto il ricordo, proteso sulla mia culla. Svanita
ogni amarezza, mi lasciavo andare all'ebbrezza di questi festeggiamenti
di cui mio padre era causa e oggetto, e non pensai molto a Dio. O meglio,
in quelle ore di inebriamento, Dio e mio padre si fusero nella mia
immaginazione, in quella celebrazione che esaltava nei suoi fasti pagani il
nuovo Alessandro, come scrisse un ambasciatore: «Non credo che Cleopatra
abbia ricevuto da Marcantonio un festeggiamento pari a quello che
Roma ha riservato al pontefice».
Davanti a Castel Sant'Angelo, mio padre ricevette la delegazione degli
ebrei di Roma che, secondo le usanze, lo attendeva per presentargli gli
omaggi. Stavano in piedi presso un pulpito sul quale era
poggiata la Torah circondata su tre lati da candelieri a sette bracci che reggevano dei
ceri accesi. Il papa diede il proprio consenso alla loro Legge, biasimò
l'interpretazione che ne facevano, e alla fine assicurò loro
la sua benevolenza, reiterando solennemente il loro diritto a vivere liberamente nella
Città. Poi il corteo si riformò per proseguire la sua marcia trionfale.
Le genti d'armi riuscivano appena ad aprirci un varco nelle
strade gremite di persone. C'erano dappertutto drappi dai colori vivaci, stesi dalle
finestre, nastri che andavano da un tetto all'altro, archi di piante - rami
di ulivo e alloro misti - sotto i quali passavamo, cartigli recanti insegne,
figure simboliche come il toro che spruzzava acqua dalle narici, immaginato
dal cardinale Babo per la piazza del Campidoglio. La folla ci spingeva,
fermando il corteo per meglio contemplarci, protestando a gran
voce quando ripartivamo, perciò impiegammo diverse ore a raggiungere
San Giovanni in Laterano. E lì, quando stava per ricevere l'omaggio dei
canonici capitolini, mio padre fu colto da un leggero malore e sarebbe
scivolato dalla cavalcatura se il cardinale Riario non l'avesse sostenuto.
Lo rianimarono con qualche goccia di acqua fredda sul viso.
La sera mio padre diede una cena negli appartamenti pontifici. Giulia
era alla sua destra, raggiante, e aveva sistemato me alla sua sinistra. Di
fronte a noi Adriana sembrava perdersi ogni tanto nei suoi pensieri e,
quando glielo facemmo notare, lo addusse alla stanchezza. Anche io ero
sfinita dai rumori, dall'attesa e dall'umidità di quella giornata estiva. Ma
ero felice. E lo fui maggiormente quando, dopo la cena, Lucrecia Lopez
mi disse in confidenza, con gli occhi brillanti di gioia:
«Quanto ho pregato oggi per tuo padre! Hai visto con quale esultanza
il popolo ha salutato la salita al trono dell'Apostolo? Con la grazia di
Dio, potrebbe essere quel Pastore angelico che ci è stato annunciato e
che invoco con tutte le mie forze».
Per qualche tempo lo avremmo creduto sinceramente, perché nel suo
pensiero, come nel mio, gloria e santità si confondevano.

Note.
1. Blasone dello stemma del papa Alessandro sesto. [n.d.r.]

 Capitolo 9.
Progetti matrimoniali.

(Diario, 8 maggio 1519.)
Mi sembra di aver scritto troppo, e in ciò vi è una segreta compiacenza.
Ne ho parlato al mio confessore, ma mi assicura che è positivo: questi ricordi
rinnovati devono costituire altrettanti motivi di riconoscenza per i
doni di Dio, di rimpianto e di sincero pentimento per le colpe passate.
Mi assicura inoltre che, una volta messi nero su bianco, sarà più facile
staccarmene per raggiungere quella totale rinuncia a me stessa richiesta
dall'unione della mia anima a Dio. Questo Dio al quale mi rivolgo oggi
come mi ha insegnato suor Lucia: «Non giudicarmi secondo la tua giustizia,
ma secondo la tua misericordia!». Misericordia per me, ma misericordia
anche per il mio sangue, per mio padre e i miei fratelli, per mio
marito e i miei amanti, per i miei nemici, per i morti e per i vivi... Ma soprattutto
per i miei figli, se Dio vorrà ascoltarmi. Verranno oggi a trovarmi,
devo essere bella per loro e mi affiderò alle mani delle dame di compagnia
affinché pettinino la mia chioma. Mi metteranno un po' di cipria
sulle gote e sulle labbra, mi improfumeranno con polvere d'ireos o acqua
di zagare. Della morte ho il pallore, ne sento l'odore dolciastro che, insidioso,
esala questo corpo di miseria. Forse sono la sola al momento a
percepirlo.
Un tempo, adoravo i profumi. Fino al mio matrimonio, utilizzavo solo
violette, mirto o lavanda mentre Giulia preferiva le fragranze inebrianti
del muschio e dell'ambra, in accordo con la sua bella carnagione. Aveva
appreso da Diana Cognati il segreto di una mistura di olio di garofano e
scorza d'arancia, con cui impregnava i suoi capelli e che si spandeva intorno
a lei con intensi effluvi. Gli uomini se ne inebriavano, le donne
glielo invidiavano.
I nostri appartamenti di Santa Maria in Portico profumavano. Durante
l'inverno bruciavamo nelle stufe legno di sandalo, foglie di rosmarino e
costose resine orientali. Col bel tempo, i mazzi di gelsomino
e rose moscate mescolavano i loro profumi a quelli dei cedri e dei bastoncini di
cannella lasciati a seccare in alcune coppe. A seconda della stagione, c'era
anche il forte odore dei fichi freschi, il profumo dolciastro delle albicocche,
quello più intenso dei lamponi e, verso la fine dell'anno, il delizioso
e inconfondibile aroma delle mele che completavano la loro maturazione
nelle ceste posate sulle credenze, all'inizio un po' amarognolo,
poi sempre più pieno e delicato, fino a diventare squisitamente sottile.
Per tutta la vita, ho conservato il gusto di questi molteplici profumi che
si mescolavano tanto bene tra loro, corrispondendosi e
succedendosi impalpabilmente. Molte mie amiche, perfino mia cognata Isabella, mi hanno
imitato in questa moda.
...
In quegli anni della mia giovinezza, non passava un giorno senza che
mio padre - il papa! - non venisse nella nostra dimora o mi chiamasse
presso di lui. Si mostrava affettuoso, mi interrogava sui miei progressi in
francese e toscano, si informava sulle necessità che avevo e pagava le spese,
mi faceva i complimenti per un vestito che mi donava:
«Voglio che tu sia bella... la più bella!».
Aprendo per me il baule nel quale conservava i gioielli della nostra famiglia
e quelli che non aveva mai smesso di aggiungere alla sua fortuna,
mi invitava a indossarli. Nutriva una forte passione per le pietre, e le sue
preferenze andavano a diamanti e rubini. Dal canto mio, apprezzavo la
profondità dello smeraldo e il freddo riflesso dello zaffiro che si sposavano
perfettamente con il mio incarnato, cosa di cui doveva convenire.
Amavo le perle, sembravano prendere vita sulla mia pelle, che ne esaltava
l'oriente. Perché mai non avrei dovuto credere alla tenerezza di mio
padre quando mi manifestava tanta benevolenza, quando, malgrado le
mie proteste, mi copriva di gioielli, assicurandomi che potevo disporne a
mio piacimento?
Soprattutto, mi faceva prendere parte all'udienza che ogni martedì dava
nella sala reale del Vaticano, o nel Cortile del pappagallo, se il tempo
era clemente. Voleva che in quei giorni fossi al massimo della mia bellezza.
Mi sedevo ai suoi piedi, su un cuscino di velluto. Ero sola in quelle
occasioni, poiché Giulia non amava affatto le ore consacrate, secondo lei,
a discussioni interminabili. A volte sollecitava il mio parere, spiegandomi
sottovoce le sottigliezze di una procedura avviata da tale querelante.
Nessuno meglio di me può dire che pastore equo e magnanimo fu, considerato
che la sua natura lo spingeva all'indulgenza più che al rigore, alla
sollecitudine piuttosto che alla collera. Non l'ho visto spazientirsi una
sola volta, si mostrava attento a ogni richiesta e trattava tutti con la stessa
equanimità, qualunque fosse il rango, la condizione o il patrimonio. Era
giusto. Ciò non gli impedì di mandare alla forca due fratelli che si erano
macchiati di un omicidio orribile: furono giustiziati a Campo de' Fiori
nel mese di settembre del 1492. Non ci andai poiché mio padre aveva
vietato ad Adriana di condurmici, ma è anche vero che avevo solo dodici
anni. Adriana questa volta ubbidì tanto più facilmente poiché la sua sensibilità
non le permetteva di reggere la visione di siffatti spettacoli.
Da quando era papa, mi sembrava che mio padre avesse più tempo da
dedicarmi. In compenso vedevo poco i miei fratelli, tutti intenti nelle loro
occupazioni. Giovanni si preparava a partire per la Spagna, dove
avrebbe preso possesso del ducato di Gandia e avrebbe sposato donna
Maria Enriquez, parente del re d'Aragona: si era ritrovata vedova ancor
prima di esser sposata, a causa della morte di un fratello maggiore di nostro
padre, alla quale era promessa. Quanto a Cesare, mi capitava di incontrarlo
quando veniva in Vaticano. Dopo il matrimonio con Alfonso,
un giorno questi mi fece leggere una lettera dell'allora ambasciatore di
Ferrara:
Andai a trovare Cesare nella sua dimora privata, a Trastevere. Pronto ad andare
a caccia, aveva indossato un abito assolutamente mondano: era vestito di
seta, l'arma sul fianco, un minuscolo cerchietto sulla capigliatura ricordava che
era tonsurato. Ci incamminammo insieme a cavallo intrattenendoci. Tra tutti
quelli che lo attorniavano, mi trattò con grande familiarità.
In realtà, per quanto si mostrasse affabile in ogni circostanza, i suoi occhi
neri non sorridevano mai, e non ricordo da parte sua un solo slancio
d'affetto nei miei confronti. Attribuivo tale freddezza alla sua condizione:
benché non avesse mai manifestato alcuna attrazione per la condizione
ecclesiastica, nostro padre, non appena eletto papa, lo aveva fatto arcivescovo
di Valenza per conservare alla nostra famiglia gli introiti di
questa ricca diocesi.
Cesare non fu mai un pio, le cose della religione lo annoiavano. Essendo
solo tonsurato, non diceva messa, e ci andava raramente. A quell'ora era
ancora a letto, in quegli istanti che precedono la levata. Ho capito più tardi
che era infelice proprio per la sua condizione, lui che non amava nulla
più delle armi, della caccia e della vita galante. Ma dovendo onorare il suo
stato, si impose un comportamento altero, anche se non freddo, e da allora
lo si vide solo vestito di nero con un bordino viola al collo. Credo che si
compiacesse di sfoggiare questa tenuta austera che gli donava quanto le
stoffe dorate valorizzavano la bellezza solare di nostro fratello Giovanni.
I miei fratelli mi sembravano tanto più belli - e lo erano davvero -
quanto più mi erano lontani, inaccessibili come degli eletti in paradiso.
Mi accontentavo di salutarli quando li incrociavo, molto rallegrata se mi
rivolgevano un sorriso, e poi di avvolgerli in uno sguardo meravigliato
mentre loro già andavano a occuparsi delle loro incombenze. Immaginavo
che non sapessero cosa farsene di me... Come avrei potuto
indovinare che ero il principale argomento delle loro conversazioni con nostro
padre? E che quest'ultimo mi faceva sfoggiare i gioielli non per tenerezza,
quanto piuttosto per mettermi in mostra come riflesso della sua magnificenza?
...
Per mia umiliazione, devo evocare l'unione con il mio primo marito.
Avrei preferito che non ci fosse stato bisogno di scrivere queste pagine:
Che dolore in questa confessione,
a causa della conoscenza che ora ho di me,
che non conosco affatto le mie miserie!
Non erano trascorsi due mesi dalla proclamazione di mio padre quando,
una mattina, Adriana si fermò mentre mi pettinava, svolgendo con
una leggerezza inusuale il compito che di solito prendeva molto a cuore:
«Sua Santità vorrebbe che tu fossi iniziata un po' agli affari politici,
poiché eccoti ora figlia del più potente sovrano d'Italia... del signore dell'universo».
Non potei soffocare un sorriso sentendola chiamare così mio padre, e
alzai le spalle rispetto a ciò che mi sembrava una cosa sconveniente: da
quando le figlie venivano chiamate a occuparsi della politica? L'arte di
governare non era una scienza che gli uomini si riservavano gelosamente
l'ultima che avrebbero diviso con noi? Solo le circostanze
portavano a volte una vedova a prendere in mano le redini del potere, per garantire a
un figlio, ancora troppo giovane, un'eredità strappandola alla rapacità
dei parenti o solo per preservare un dotario. E anche lì, erano rare le
donne capaci di gestire un impero. Si era visto con Caterina Cornaro dopo
la morte di suo marito, il re di Cipro, che l'affetto del suo popolo non
era riuscito a trattenere nei suoi stati: nativa di Venezia, aveva lottato per
quindici anni contro le ambizioni della Serenissima, contro la pusillanimità
di suo padre, contro l'ignavia della sua famiglia. Aveva conosciuto la
prigione, lo spionaggio, il tradimento di chi le era vicino, fino al momento
in cui, stanca di combattere, aveva abdicato in favore del proprio fratello,
mandato presso di lei per farle così pagare la protezione con cui la
sua città natale onorava un regno che ormai era solo un nome. Ricondotta
in pompa magna nel paese dei suoi padri, e dopo aver deposto la corona
dei Lusignano nelle mani del doge, aveva ricevuto, in cambio della
sua isola baciata dal sole e profumata dalle rose e dai limoni, il mediocre
borgo di Asolo: abbastanza lontana da Palazzo Cornaro da non avere la
tentazione di tramare, ma anche abbastanza vicina perché ne potessero
spiare ogni minimo gesto e azione, nella sua villa “Il Barco” in inverno
ghiacciava, con le mani coperte di geloni, e d'estate aveva il viso divorato
dalle zanzare.
«Cosa c'entra la regina di Cipro? Quella non aveva senso della politica!
Guarda piuttosto la dama di Forlì...».
«Fai proprio un bell'esempio!».
Certo, Caterina Sforza regnava con pugno di ferro sui feudi di Imola e
Forlì, ma era aiutata segretamente dal suo amante - che si diceva avesse
sposato di nascosto - Jacopo Feo, signore di Ravaldino. E queste modeste
città romagnole, poste sotto la protezione della Santa Sede, non attiravano
affatto l'attenzione degli stati vicini, poco propensi ad alienarsi la
benevolenza pontificia per qualche piccolo podere.
«Mi sposerete a un principe che goda della fiducia di mio padre e troverò
un amante che mi aiuti a governare il principato di mio marito!».
«Gesù Maria! Ma Caterina Sforza è vedova! E tu non sei neanche fidanzata...».
«Ma come! Hai dimenticato che sono promessa al conte di Procida?».
Fingendosi sorpresa - o forse lo era davvero - che non avessi ancora
dimenticato quel pretendente, fece un gesto brusco, come per scacciare
una mosca:
«Quella nullità di don Gaspare d'Aversa, ancora ci pensi! Non ti ho
forse assicurato che non sposerai uno spagnolo?».
Mi rivelò, allora, che non appena eletto papa, mio padre non aveva esitato
un istante a rompere il mio fidanzamento: se la figlia di un prelato
poteva accontentarsi di un qualunque nobiluccio aragonese, non poteva
più essere così da quando sedeva ai piedi del seggio di Pietro. I sovrani lo
avevano capito bene, e ormai facevano a gara per stipulare un'alleanza di
famiglia con il pontefice supremo, l'uomo più potente del mondo. Il cardinale
Ascanio ne era preoccupato: «Qui sono numerosi quelli che si
propongono per legare una parentela con il papa attraverso sua nipote.
A molti uomini si dà la speranza, lo stesso re di Napoli aspira a ciò».
«Il re di Napoli!».
Sentii il sangue gelarmi nelle vene. Darmi in sposa al re Ferrante, che
era sporco di sangue fino ai gomiti, che in un modo o nell'altro lasciava
morire le proprie mogli, che conservava nel salone ufficiale i cadaveri impagliati
dei nemici che aveva fatto assassinare a tradimento! Vedendo il
mio turbamento, Adriana si affrettò a rassicurarmi:
«Non temere, tuo padre non ti concederà mai a quel Borbone che peraltro
ha contro di lui il fatto di aver sostenuto al conclave il cardinale
Giuliano».
Ciò non mi rassicurò molto:
«Allora, a chi mi unirà mio padre?».
Posi la domanda innocentemente, poiché ignoravo che le trattative in
prospettiva del mio matrimonio fossero già molto avanzate. Sicuramente
il mio pensiero era allora andato al giovane signore della Mirandola, ma
non me ne ricordo più. Trascurando di rispondermi, Adriana disse anche
che don Gaspare e suo padre facevano un gran baccano a Roma, dove
erano appena arrivati, per far valere i diritti garantitigli dagli accordi stipulati
un anno prima:
«Tuo padre li ha ricevuti per convincerli a rinunciare a queste nozze...
insomma, per dissuadere don Gaspare dallo sposarti. Ma da questo orecchio
non ci sente, e men che mai suo padre. Dicono forte e chiaro che sfideranno
il tuo futuro marito».
«Ma chi è dunque?».
L'esuberanza con la quale l'avevo interrotta, non la turbò
affatto e continuò con lo stesso tono divertito:
«Questi valenziani impudenti contano il profitto che avrebbero
ad allearsi con il pontefice supremo, ma scommetto che qualche milione di
ducati avranno ragione delle loro pretese».
«Magnifico, non hai però risposto alla mia domanda: a chi andrò in
sposa?».
Sospirò a lungo, si fece il segno della croce macchinalmente:
«Il cardinale Ascanio e il nostro parente l'arcivescovo di Monreale hanno
suggerito a tuo padre un unione con il Milanese...».
Fortunatamente Ludovico il Moro aveva sposato l'anno prima Beatrice
d'Este! Tremai, mio malgrado, per un timore che non aveva più ragione
d'essere, all'idea che potessero consegnarmi a quel mostro che aveva fatto
mettere a morte i propri fratelli per essere l'unico a esercitare il potere
in nome del loro giovane nipote Gian Galeazzo, l'erede legittimo. Anch'egli
era sposato, per la sfortuna e l'umiliazione di donna Isabella d'Aragona,
nipote del re Ferrante. A quale Sforza mi avrebbero accordata?
«A Giovanni, il signore di Cotignola. È un bell'uomo, dai bei modi, e
ha ricevuto un'educazione accuratissima».
Feci una smorfia, avevo sentito parlare di lui:
«È vedovo, ed è vecchio!»
«Ma se ha solo ventisei anni!».
Sorrise, non poteva capire la mia stizza. Ventisei anni era il doppio della
mia età. E il fatto che avesse perduto sua moglie - la dolce Maddalena
di Gonzaga, morta di parto tre anni prima - mi sembrava un cattivo presagio,
non avrei saputo dirne il perché.

 Capitolo 10.
Prime nozze.

(Diario, 9 maggio 1519.)
Don Giovanni Sforza e io ci siamo sposati il 12 giugno 1493.
Nei mesi antecedenti la nostra unione, ci furono degli intrighi in quanto
mio padre e il Moro non volevano che si speculasse sull'alleanza preparata
tra le nostre famiglie. Si mormorava anche che il papa aveva ritardato
le nozze di sua figlia con don Gaspare - in realtà, lui e suo padre accettarono
di mettere a tacere le loro pretese in cambio di un pagamento
di tremila ducati -, poi che avrei sposato un signore catalano. Ma il cardinale
Ascanio confessò sub sigillo confessionis (sotto segreto confessionale)
al vescovo di Modena, che ne scrisse al suo signore il duca di Ferrara:
«Per portare le cose a buon fine, e per motivi estremamente fondati,
si tiene segreto il matrimonio e si lascia credere che la si voglia sposare
in Spagna».
Ebbi la debolezza di augurarmelo, queste false voci risvegliavano in
me l'illusione di vedere rotti gli accordi con gli Sforza. Ma rinunciai ben
presto a questa vana speranza, dicendomi che il rimedio rischiava di essere
peggiore del male. Ero smarrita. Chiesi di ritirarmi dalle buone domenicane
di San Sisto, ma mi fu rifiutato: dovevo stare di rappresentanza
al lato del papa, affinché tutti fossero persuasi che mi amava a un livello
superlativo. Soprattutto dovevo essere iniziata agli arcani della politica,
cosa alla quale si dedicarono - su preghiera di mio padre - Adriana
e l'arcivescovo di Monreale, nel frattempo promosso alla porpora
cardinalizia. Tanto diffidavo di Adriana, per quanto oneste fossero le
sue intenzioni, quanto le parole di conforto di mio cugino contribuirono
a rassicurarmi; la sua bontà e saggezza furono un aiuto prezioso, e
anche la sua esperienza visto che era ritenuto da molti «uomo di grande
eccellenza e molto intraprendente». Tutti avevano applaudito quando
mio padre lo aveva imporporato, perfino l'astuto cardinale Giuliano che
avrebbe voluto ingraziarselo per opporsi alle ambizioni di
Ascanio Sforza e all'influenza che aveva su di lui. Ora, mio padre aveva già mostrato
che governava «seguendo la sua concezione particolare e senza riguardi
per le persone».
Avendo negoziato il mio matrimonio con suo nipote, il cardinale Ascanio
iniziò, dal canto suo, a farmi prendere confidenza con gli affari milanesi.
Acquisii così in poco tempo una vasta conoscenza dell'imbroglio
cui mio padre doveva far fronte. Questi non aveva mai smesso di evitare
l'entrata dei francesi in Italia, per garantire l'unione - piuttosto fragile, a
dire il vero - degli stati intorno alla Santa Sede. Se un tempo si era impegnato,
quando era solo cardinale, nel partito del re di Napoli, era perché
il suo predecessore, l'irragionevole Innocenzo ottavo, si era messo in testa
di incitare alla rivolta le armate straniere per schiacciare Ferrante, spingendosi
fino a promettere al sovrano francese che gli avrebbe accordato
l'investitura del Regno di Napoli. Certo, Ferrante rifiutava
allora di riconoscere la sovranità della Sede Apostolica e di pagare il tributo che si era
impegnato a versare, ma mio padre aveva calcolato il rischio
di un'invasione e, con una solenne protesta, aveva persuaso il papa a rinunciare al
suo progetto, il che gli valse di essere chiamato in pieno concistoro dal
cardinale francese Jean Balue «ebreo, moro, marrano» e, per
finire, «figlio di puttana».
All'epoca attuale, conveniva controllare il re di Napoli e
sopirne la diffidenza, poiché temeva sempre un'alleanza tra la Santa Sede e la Francia. A
causa dei legami che tenevano unito questo paese e gli Sforza,
il mio matrimonio poteva lasciar presumere che si stesse
cementando la temuta alleanza. Del resto i condottieri di
Ferrante tenevano le loro truppe alle
frontiere degli stati pontifici, pronte a intervenire se il
Moro avesse chiamato la Francia alla riscossa per eliminare
definitivamente il nipote Gian
Galeazzo... e la sposa di questi. Il pericolo era reale, checché ne dicesse '
il cardinale Ascanio:
«Non comportarti come quella stupida e frivola di Beatrice che, per la
rabbia di essere sovrana di Milano, compie le peggiori sciocchezze!».
Scontenta di non avere il titolo di duchessa e mossa dall'odio
per donna Isabella di Aragona, tormentava il marito affinché
convincesse i Francesi a venirgli in aiuto con le armi per consolidare il suo potere sugli stati
dei quali era solo reggente. Ma, benché fosse molto invaghito
della giovane moglie, il Moro conservava il senso della politica e cedeva ai suoi
capricci solo per tenerla lontana dagli affari politici. O almeno questo era
ciò che il cardinale Ascanio assicurava, lui che non nutriva grande tenerezza
nei confronti della cognata. Si ingannava.
Le altre potenze osservavano con attenzione questo gioco ambiguo.
Mio padre lo padroneggiava meglio di chiunque altro, in quanto il suo
unico scopo era di impedire che si desse ai francesi un pretesto - uno
qualunque - per penetrare in Italia. Unirmi a uno Sforza equivaleva a
rendere nota la costituzione di un'alleanza difensiva contro il Napoletano,
ma soprattutto a esercitare una pressione costante sul Milanese: ci si
aspettava da me che acquisissi un ascendente sufficientemente forte su
mio marito da trattenerlo nell'orbita degli stati del nord gravitanti intorno
alla Sede e da non farlo partire come condottiero per conto del Moro
qualora questi si fosse alleato alla Francia. Che lo volessi o meno, diventavo
così una pedina essenziale nella scacchiera politica di mio padre.
Ciò avrebbe potuto essere inebriante. Lo fu.
A furia di espormi l'importanza e la posta dell'alleanza che avrei stretto,
i miei mentori riuscirono a convincermi dell'importanza che rivestiva il
mio matrimonio con Giovanni Sforza. Per l'occasione lo avrebbero fatto
conte di Pesaro. Alla fine, ritrovai la pace, totalmente assorbita dall'importanza
della mia missione al servizio del seggio di Pietro e quando vidi
per la prima volta il mio futuro sposo ero disposta, nell'innocenza dei
miei tredici anni, ad amarlo, convinta che mi avrebbe amata di riflesso.
Era il 9 giugno 1493. Giovanni Sforza faceva la sua entrata pubblica a
Roma accolto dalle ovazioni della folla. Eravamo sposati per procura da
quattro mesi, non l'avevo ancora visto. Accolto a Porta del Popolo dai
miei fratelli Cesare e Giovanni, e scortato da numerosi signori, doveva
passare davanti al palazzo di Santa Maria in Portico. Le mani esperte di
Adriana e Giulia mi avevano agghindata e pettinata come una regina, in
conformità al volere paterno: vestita di un abito in broccato bianco con ricami
d'oro, ornata di diamanti e smeraldi, i lunghi boccoli biondi sistemati
con fili di perle cadevano liberamente sulle spalle arrivando fino alle
anche. Tutte le donne della casa avevano preso posto alle finestre, lasciandomi
sola sulla loggia sovrastante la porta d'ingresso. Le trombe squillarono,
annunciando l'arrivo del corteo a cavallo. All'inizio vidi solo gli scudieri
e i paggi dalle livree colorate, poi un buffone con un berretto dorato
che faceva mille capriole e smorfie, e finalmente il mio sposo a cavallo tra
i miei due fratelli e alla testa di un immenso corteo. Aveva un bel portamento
e quando, dopo aver fermato il suo palafreno sotto la loggia,
si inchinò per salutarmi, sentii il cuore battere forte e le
guance arrossire. Gli
rivolsi la riverenza protocollare, ma gli avrei volentieri mandato un bacio
con le dita. Sparì troppo rapidamente per i miei gusti, poiché lui e il suo
seguito dovevano alloggiare in un palazzo vicino a Castel Sant'Angelo.
...
La cerimonia nuziale ebbe luogo la mattina del 12 giugno 1493 al Vaticano.
Faceva già caldo, nonostante una leggera brezza, quando mio fratelloGiovanni venne a prendermi nei miei appartamenti per condurmi in
quelli di mio padre, dove si sarebbero celebrate le nozze. Non appena
comparve, io e le mie compagne non potemmo contenere la nostra ammirazione:
indossava un sontuoso abito turco alla francese - una moda che
aveva lanciato ispirandosi ai vestiti di seta che portava il principe Zizim al
suo arrivo a Roma -, interamente in tessuto d'oro goffrato, con delle maniche
riportate in broccato scarlatto tutte ricamate con fiori e volute di
grosse perle. Oro su oro, una catena artisticamente cesellata gli scintillava
sul petto, sottolineando lo sfavillio della collana di rubini e perle con cui
si intrecciava. Sui boccoli castani dai riflessi rossi aveva poggiato un tocc
di velluto color oro ornato da un magnifico rubino balascio. Tutta la sua
persona, vestita d'oro e di fuoco, evocava inevitabilmente il sole nel suo
massimo splendore. Per qualche secondo, mi sentii offuscata da cotanta
magnificenza. Tuttavia, il mio vestito con lo strascico era costato quindici
mila ducati, aveva delle balze alternate di raso azzurro
pallido disseminato di diamanti e di tessuto argentato con dei motivi ornamentali fatti di
zaffiri; un corsetto di velluto color pesca, leggermente scollato, metteva in
risalto il mio seno già ben formato, anche se minuto; da una
retina argentata sfuggivano i miei lunghi boccoli biondi ai
quali Adriana e Giulia avevano aggiunto alcuni fili d'argento e altri di perle sottili. Seppi solo in seguito
che mio fratello indossava centocinquantamila ducati in gioielli...
Giovanni mi prese per mano, mentre Caterina, la mia piccola mora
sollevava lo strascico, e Giulia e Adriana mi sistemavano sulla testa un
lungo velo di seta di Lucca, la più sottile che si potesse trovare, leggera
come un soffio, quasi trasparente.
«Siete bella come il sole e la luna!», esclamò Giulia.
Percorremmo in silenzio i corridoi che portavano agli
appartamenti pontifici. Mio fratello mi lasciò sulla soglia, tra le altre donne. Accanto a me
stavano Giulia e Lella Orsini - da poco divenuta sua cognata - a seguire
c'erano Adriana, Lucrecia Lopez, Teodorina Cibo, figlia del defunto papa
Innocenzo, e sua figlia Battistina che aveva sposato qualche anno prima un
nipote del re di Napoli, e poi altre ancora, tutte vestite di seta, broccato e
raso dai colori sfavillanti, tutte adorne di perle e pietre preziose.
Tra i vari saloni, avevano sistemato un corridoio stretto che percorsi a
passo sostenuto - «il portamento della sua persona è tanto soave che
sembra non muoversi», scrisse più tardi un lusingatore -, indifferente alle
esclamazioni e ai commenti che si levavano al mio passaggio. Da ogni
lato, la gente si spintonava, spingeva, trattenuta dalle guardie, era un tumulto
indescrivibile. Io non pensavo a niente, con lo sguardo fisso su
mio padre che, in fondo al salone delle feste, mi aspettava in piedi davanti
al suo scranno, circondato da cardinali e vescovi, nel chiarore diffuso
delle candele accese a profusione. Mi sentivo un po' angosciata, ma
lo attribuii al caldo e alla folla. Finalmente arrivai davanti a mio padre,
maestoso nel suo mantello di tessuto ricamato oro su oro e diamanti.
Mentre mi inginocchiavo su uno dei due cuscini di velluto dorato sistemati
davanti allo scranno pontificio, alzai gli occhi verso di lui: sotto la
tiara, aveva un'espressione impassibile, ma il suo bello sguardo cupo mi
avvolse in una profonda dolcezza, quasi velata. Ebbi voglia di piangere,
ma l'orgoglio e l'arrivo del mio sposo me lo impedirono.
Giovanni Sforza si inginocchiò accanto a me. Era molto ben vestito, indossava
anche lui un abito turco alla francese di tessuto dorato con delle
maniche di un raso verde scuro, e, al collo, una catena d'oro dalla lavorazione
ammirevole. All'improvviso il silenzio si fece impressionante. Il notaio
Beneimbene si mise davanti a noi:
«Don Giovanni, conte di Pesaro, volete prendere come sposa donna
Lucrezia Borgia, qui presente?»
«Lo voglio, e spontaneamente».
La sicurezza con la quale pronunciò queste parole, e il tono della voce,
che tutti nella stanza poterono udire, per poco non mi fece sobbalzare.
«Donna Lucrezia, volete ricevere come sposo il qui presente don Giovanni,
conte di Pesaro?»
«Lo voglio».
La mia voce mi parve essere solo una debole eco di quella dell'uomo
che ora era mio marito. Poi il vescovo di Concordia ci mise gli anelli al
dito mentre Niccolò Orsini, conte di Pitigliano - padre di Lella - alzava
sulle nostre teste la spada di capitano generale della Chiesa. Alla fine, il
vescovo ci gratificò con un'omelia sulla santità del sacramento che aveva
il merito di essere ben scritta e molto breve.
Non appena la cerimonia terminò, il delizioso silenzio si interruppe.
Tutti si alzarono in fretta e nella confusione, tra grida e
risate, per raggiungere il salone dei ricevimenti dal soffitto
dorato e dai muri tappezzati di stoffe preziose dove avrebbe avuto luogo il festeggiamento. Io e
Giovanni eravamo seduti accanto allo scranno pontificio e,
dall'altro lato, presero posto i miei fratelli. Al lato del raggiante Giovanni, Cesare era
di un'eleganza superba, nel suo vestito nero di seta dal taglio perfetto
ornato solo da una semplice croce di diamanti; se all'improvviso gli
sguardi venivano rivolti “al sole”, poi si bloccavano per fissare Cesare
che fingeva di non accorgersene. Jofré, il più piccolo, conservava ancora
le rotondità e l'impaccio dell'età infantile e non gli si faceva caso benché
si impegnasse al massimo per attirare l'attenzione. La sua goffaggine mi
toccava, lo chiamai allora vicino a me, dove fu felice di stare.
Ebbe luogo una rappresentazione dei Menaechmi di Plauto recitata dai
familiari del cardinale Colonna e da alcuni studenti travestiti con pelli di
animali. Un mio maestro, Pomponius Laetus, che insegnava all'università
di Roma, ne aveva ideato la messinscena, ma era complicata e
non piacque. Tuttavia a me piaceva molto questa storia di padri circuiti, di giovani
debosciati e gaudenti pronti a recitare la parte dei ruffiani, di amanti voraci
che non si curavano di essere sfruttate dai parassiti. Tutto
ciò somigliava forse troppo alla corte pontificia? Le proteste di Giulia e Teodorina
Cibo irritarono mio padre, quindi, con molto garbo, la pièce fu interrotta.
Poi ascoltammo un'egloga di Serafino Cimino, il poeta de L'Aquila che
tutti salutavano come “il divino Aquilano”. Io la trovai noiosa.
Finalmente fu servita una cena, che consumammo in piedi. I servitori
ci porgevano coppe piene di confetti, marzapane e dolciumi, intere ceste
cariche di pasticcini e frutti, ma io non avevo fame. Mi sentivo un po'
smarrita in quell'assemblea rumorosa e agitata. Il mio sposo
si mostrò galante, ma senza sollecitudine, desideroso
soprattutto di ricevere le lodi
dei suoi compagni. Mio padre aveva occhi solo per Giulia il cui credito
presso il papa era talmente famoso che le venivano destinati tutti gli onori.
Adriana intratteneva con grazia altera prelati e ambasciatori e i miei
fratelli erano interamente assorbiti dai loro affari e amicizie. Ciononostante,
non mi sentivo sola poiché mio cugino di Monreale e il cardinale
Ascanio non mi lasciarono neanche un attimo e, tra un complimento e
l'altro rivoltomi da un qualche convitato, mi venivano offerti calici di vino
fresco di cui bevevo solo un sorso; e numerose persone che non conoscevo
mi intrattenevano piacevolmente.
Mentre la cena volgeva al termine, alcuni servitori sfilarono per presentare
i numerosissimi regali. Quelli degli Sforza suscitarono viva ammirazione:
Ludovico il Moro aveva inviato due anelli, uno di diamanti e l'altro
di rubini, e cinque stole di quel pesante broccato d'oro per cui i tessitori
milanesi sono famosi; il cardinale Ascanio, invece, ci fece dono di un servizio
da tavola in argento massiccio di notevole fattura: piatti, vassoi e calici,
un vaso da marmellata, un catino con il suo acquamanile. Dentro di
me, deplorai che Beatrice d'Este non mi avesse inviato neanche due righe
in segno d'amicizia. Non mi ha mai scritto neanche una parola, benché
fossi divenuta una sua parente. In seguito ho saputo che non approvava
questo matrimonio, che considerava una mésalliance(2), e che si era informata
solo sulla mia attitudine alla danza: «Ho domandato se non fosse
maldestra e goffa, mi hanno risposto di no, che al contrario era molto dotata;
poiché sapeva cantare e conversare, non ho dubitato del resto».
Man mano che le ore passavano, ci furono discorsi di circostanza, numeri
di buffoni e balletti, grazie ai quali tornava un po' di silenzio. Apprezzammo
una composizione del maestro Josquin des Prez, all'epoca
cantore alla cappella papale, un'allegra canzone in lingua francese di cui
ricordo le parole:
«Baciatemi, baciatemi,
Baciatemi, dolce amica mia,
Per amore ve lo chiedo io!»
«Non lo farò!»
«E perché no?»
«Se commettessi tale follia
Ne impazzirebbe la madre mia».
«Ma no! Ma no!»
Tre cantori la eseguirono allegramente a tre voci e con una mimica che
ci fece molto ridere.
Faceva caldo, mi ero tolta il velo - che poi non trovai più - e, anche
grazie al vino, le risate si facevano più sonore e le
conversazioni più animate. Ci fu un po' di trambusto alle
finestre di un salone, ma non ci prestai attenzione. Seppi
l'indomani mattina dal cerimoniere che i miei fratelli
e mio marito avevano dato ordine di buttare i residui del banchetto
sulla piazza del Borgo, dove si era radunato il popolo per partecipare alla
festa ballando e cantando:
«Buttare!».
Avevo chiesto che venissero distribuiti ai poveri...
Distogliendo lo sguardo, il cerimoniere - un alsaziano
imbronciato e totalmente preso dalle sue funzioni che si
chiamava Jean Burckard e che aveva
comprato la carica per quattrocento ducati d'oro - mormorò con
voce dolente:
«I vostri fratelli e vostro marito hanno trovato divertente guardare quelle
persone litigarsi dolci e prelibatezze. E ce n'erano circa cento libbre! E
quelle persone applaudivano e gridavano evviva!».
Non dissi una parola.
Durante la serata, alcuni uomini si divertirono a lanciare dei confetti sul
grembo di qualche dama che, stanca, si era seduta un po' in disparte. Ciò
costituì una nuova occasione di risate e grida, soprattutto quando i signori
manifestarono l'intenzione di andare a recuperare le prelibatezze finite nelle
scollature. Il gioco guadagnò il consenso di tutti i presenti, e perfino mio
padre vi si prestò di buon cuore - quando in seguito mi assicurarono che fu
lui a darne il via, stentai a crederlo. Nessun confetto cadde su di me, forse
perché ero la sposa o più verosimilmente perché indossavo sul petto una
modestina di linone, abitudine che non ho mai abbandonato: avevo orrore
di esporre i miei seni, e non avrei mai adottato la moda di Firenze, dove le
donne si vantavano esibendo corsetti scollati fino a mostrare i capezzoli.
Finalmente gli invitati iniziarono a congedarsi. Mi sfinii in
riverenze davanti agli uomini, risposi ai baci e agli abbracci delle donne, e, quando venne
il momento di passare nella sala in cui mio padre dava un banchetto privato,
ero così stanca che pensai di sentirmi male. Con la calma ritrovata, il
sapore delle pietanze e un bicchiere di vino di Frascati mi restituirono un
po' di brio e la serata fu piacevole. Con il suo abituale tatto, mio padre aveva
stabilito la lista degli invitati in modo da non irritare le suscettibilità di
nessuno: se gli Sforza sedevano ai posti d'onore - come avrebbe potuto essere
altrimenti? - gli Orsini e i Colonna erano anch'essi presenti. Della nostra
famiglia erano stati invitati solo i miei fratelli maggiori, il cugino di
Monreale e Adriana. Il cardinale San Severino, del quale nessuno ignorava
la simpatia per la Francia, sedeva non lontano da me, mentre Teodorina Cibo
e sua figlia Battistina, alleate del re di Napoli, stavano di fronte al mio
sposo. La cena fu squisita, e tra una conversazione allegra e una seria ci fu
della musica.
Verso mezzanotte, espressi il desiderio di ritirarmi. Lucrecia Lopez si unì
a me, e mio padre, insieme ai miei fratelli e marito, ci condussero fino al palazzo
di Santa Maria in Portico. Dopo averci salutate, si congedarono tutti.
Era stato stabilito che io e Giovanni non avremmo abitato sotto lo stesso
tetto per alcuni mesi, nonostante fossi in età da marito e pronta per le cose
del matrimonio. Ignoravo perché mio padre avesse imposto questa clausola
nel contratto e, a dire il vero, me ne preoccupavo poco, non avendo alcuna
fretta di dividere il letto con un marito che, per quanto attraente, rimaneva
un estraneo. Durante il corso della giornata ci eravamo scambiati in tutto
una decina di parole.
Raggiunsi i miei appartamenti in preda a un'improvvisa malinconia, accompagnata
solo da Lucrecia Lopez. Aveva percepito il mio smarrimento e
cercava di distrarmi con mille complimenti e parole affettuose. Quando,
sulla soglia della porta, stava per andare via, le presi la mano e le domandai:
«Tu che sei mia amica, dimmi: come ti sembra l'uomo che ho sposato?».
Senza abbassare lo sguardo, ma arrossendo lievemente, mi rispose dopo
un attimo di esitazione quasi impercettibile:
«Io e il conte di Pesaro non saremo mai amici. Spero, tuttavia, che saprà
amarti e onorarti come meriti».
Lungi dal ferirmi, quelle parole mi consolarono e ripresi a respirare, visto
che fino a quel momento avevo avuto la sensazione di soffocare. Mi strinse
fra le braccia e si allontanò in silenzio, e io entrai per mettermi nelle mani
delle dame di compagnia che mi svestirono sciogliendo anche l'acconciatura
con gesti dolci, poi mi condussero cinguettando fino al bagno che mi avevano
preparato. Scivolai con delizia nell'acqua calda e mi rilassai sotto le dita
della mia gentile servitrice mora Caterina: mi massaggiò finché non mi
addormentai. Allora mi asciugò, mi mise una camicia profumata e mi condusse
al letto, di cui tirò le tende.
 Note.
2. Mésalliance: matrimonio con persona di condizione sociale inferiore. [n.d.I,]
 
Capitolo 11.
Nell'orbita di Pietro.

(Diario, 10 maggio 1519.)
Poco dopo le nozze, Giovanni andò presso il suo feudo di Pesaro a causa
della peste che si era appena diffusa a Roma. La sua partenza non fu per me
causa né di dispiacere né di fastìdio e benché la sua fretta di lasciarci mi colpì,
lui non mi mancò affatto. Appena giunto nelle sue terre, inviò un corriere
a mio padre pregandolo di anticipargli cinquemila ducati della mia dote,
sostenendo che si era rovinato per sostenere le spese del matrimonio. Essendone
venuta a conoscenza, andai a chiedere spiegazioni a mio padre che
era in compagnia di mio fratello maggiore e del cardinale di Monreale:
«Se è indigente, che impegni la catena d'oro che ha sfoggiato con tanto
orgoglio il giorno delle nozze!»
«Per farlo dovrebbe essere sua! Non gliela vedrai più, l'aveva presa in
prestito da Francesco di Gonzaga, fratello della moglie defunta».
A questa rivelazione, Cesare rise sprezzantemente, e ciò gli valse da
parte mia un accesso di collera:
«Ma insomma, a che razza di signore mi avete data in sposa! Sarò quindi
una poveraccia, la moglie di un miserabile?».
Ero furiosa. Mio padre rideva sfregandosi le mani. Togliendo dal suo
scrigno uno dei gioielli che tante volte mi aveva fatto indossare, me lo
porse:
«So che ti piace. Ti appartiene, ricevilo come segno del mio amore paterno
e a riparazione dell'oltraggio che, nella sua ignoranza, ti ha inflitto
il tuo sposo».
Era una collana di smeraldi e perle di incomparabile bellezza. Fu lui
stesso a mettermela al collo, fece qualche passo indietro per contemplarmi
così ornata, e poi mi mormorò all'orecchio:
«Quand'anche avessi sposato l'ultimo dei poveracci, avrei vegliato affinché
non ti fosse mancato nulla. Non dimenticare che sei la figlia del
Papa!»,
Tornai ai miei appartamenti felicissima del sontuoso dono - valeva proprio
cinquemila ducati - e scontentissima di mio marito.
...
Quello stesso giorno, il 2 agosto, in cui egli partì, ci lasciò anche mio
fratello Giovanni. Se la partenza del mio sposo aveva avuto l'aria di una
fuga davanti al pericolo, quella di Giovanni si svolse in pompa magna e
con la gloria tributata a un conquistatore, non a un codardo. Mio fratello andava in Spagna. Una settimana dopo le nozze, don Diego Lopez de
Haro, ambasciatore di quei re successivamente chiamati Cattolici, era venuto
a presentare presso la Sede le rimostranze dei suoi signori, che si lamentavano
del fatto che il papa accogliesse a Roma ebrei e marrani,
espulsi dai loro stati. Assistei all'udienza, seduta su un cuscino ai piedi
dello scranno papale. Mio padre rispose un po' rudemente che non doveva
prendere lezioni dai sovrani spagnoli, ai quali aveva appena concesso
in dono la piena e totale proprietà delle Indie occidentali da poco scoperte
da un navigatore al soldo della corona castigliana:
«Dovremo forse ricordare Noi alle loro Maestà i termini delle Nostre
bolle Inter caetera del 3 e 4 maggio? È trascorso un mese appena dalla
Nostra promulgazione, e già le loro Maestà non hanno altre risposte da
farci pervenire se non delle recriminazioni sulla Nostra condotta caritatevole
verso dei loro sudditi perseguitati che vengono a cercare rifugio
presso il seggio di Pietro!».
Tacque per qualche secondo, prima di pronunciare con tono solenne:
In quelle terre sconosciute raggiunte da Cristoforo Colombo, visse, nudo e nutrendosi
unicamente dei frutti della terra, un popolo che credendo in un unico Dio
chiedeva solo di essere istruito nella credenza di Gesù Cristo. Tutte queste isole e
terre, che d'altro canto abbondano d'oro, spezie e numerosi tesori, situate a ponente
e a sud di una linea che va dal polo nord al polo sud, a cento leghe a ovest
delle isole Azzorre e di Capo Verde, sono concesse ai Re cattolici a condizione che
non siano state scoperte prima del Natale precedente da un altro principe cristiano.
Tale atto è stabilito in virtù dell'autorità di Dio Onnipotente conferita al beato
Pietro e a titolo del vicariato di Gesù Cristo che il pontefice esercita in terra.
Don Diego ammutolì per lo stupore di fronte alla prodigiosa memoria
di mio padre, che proseguì con la stessa severità:
«Vi rammentiamo, inoltre, il breve accluso a codeste bolle, precisando
che la concessióne sulle Indie occidentali fu accordata solo in vista di una
divulgazione della fede, e che, in qualsiasi istante, in virtù di quella medesima
autorità, possiamo liberamente revocare questi accordi nel momento
stesso in cui le loro Maestà farebbero passare davanti al servizio
della gloria di Dio gli interessi commerciali della Spagna».
L'ambasciatore impallidì. Si affrettò a rispondere che infatti i suoi signori
lo avevano inviato presso il Sommo Pontefice per sollecitare l'autorizzazione
a imporre i tributi della Chiesa nei loro regni al fine di coprire le spese
necessarie alla conversione degli infedeli. Cosa cui mio padre acconsentì
benevolmente, a condizione che fossero rispettati gli accordi passati relativamente
alla donazione del ducato di Gandia a suo figlio Giovanni e all'unione
di questi con donna Maria Enriquez, cugina del re Ferdinando.
Dopo essere stato rassicurato, promise una nuova bolla a conferma delle
precedenti - che avrebbe avuto valore solo quando Giovanni, duca di
Gandia, avrebbe sposato donna Maria - aggiungendo che avrebbe preferito
che la regina Isabella fosse un po' meno cattolica e un po' più umana:
«Sappiamo bene quanto Sua Maestà soffra per la condotta del suo sposo,
ma la prova non deve trasformarsi in acredine e tormento che avvelenano la
devozione e privano la carità della sua essenza, che è dolcezza e umiltà».
Dopo aver baciato la babbuccia del papa, don Diego si ritirò, al contempo
sollevato e mortificato, poiché mio padre aveva detto, come parlando
a se stesso ma a voce sufficientemente alta per essere udito:
«Se la regina Isabella è così austera anche nei trastulli come nella religione,
non sorprende affatto che suo marito non frequenti più il suo letto
di quanto non ascolti la messa!».
Intorno a noi ci furono delle risate, alcuni cardinali si scambiarono degli
sguardi inquieti o pieni di ammirazione a seconda che fossero o meno
del partito spagnolo.
Un corteo prestigioso scortò Giovanni fino a Civitavecchia, dopo averlo
provvisto di casse piene di gioielli, pellicce, stoffe e tappezzerie preziose, argenterie
e vasellame in oro. Conoscendo la noncuranza del suo figlio preferito,
nostro padre aveva raddoppiato le raccomandazioni e, il corteo aveva
appena lasciato il Vaticano, che gli fece recapitare un ultimo messaggio:
State attento al modo in cui vi vestirete, curate la vostra persona e la capigliatura.
Soprattutto, fino allo sbarco a Barcellona, indossate dei
guanti, togliendoli solo all'arrivo poiché l'acqua salina del mare rovina la pelle, e nel nostro paese
si apprezzano moltissimo le belle mani.
Non riuscii a trattenere il riso quando seppi di questo messaggio, unita
a una copia della bolla Piis fidelium del 25 giugno 1493 relativa alle Indie
occidentali. Mio padre mi redarguì per l'insolenza, ciononostante volle
che, come consuetudine, partecipassi all'udienza.
...
L'epidemia di peste fu ben presto debellata. Non ebbi il tempo di annoiarmi,
era un continuo di fatiche, feste, divertimenti, e fu allora che
presi coscienza della mole del lavoro di mio padre, poiché mi pregava
di accompagnarlo o di stargli accanto in ogni circostanza. La mattina
era occupata dalle udienze. Il papa aveva le sue, l'amante del papa aveva
le sue, la figlia del papa aveva le sue, la cugina del papa aveva le sue.
Nel palazzo dove vivevamo, io, Adriana e Giulia ricevevamo, ognuna
nel proprio gabinetto privato, gente di ogni rango e posizione che veniva
a elemosinare un favore, sollecitare un privilegio o chiedere una grazia,
attraverso la nostra mediazione perché tutti sapevano quanto il papa
ci desse ascolto. Io ascoltavo, evitavo di promettere alcunché e chiudevo
in un baule le suppliche delle quali discutevo con mio padre una
volta a settimana. Incline a rispondere solo alle richieste di aiuto che mi
sembrassero giustificate, imparai nondimeno a dire qualche sciocchezzuola,
poiché era importante che mi creassi, se non degli amici, almeno
dei fedeli.
Il pomeriggio andavamo a visitare gli appartamenti che mio padre stava
facendo dipingere a Bernardino de' Betti e ai suoi alunni. Posai per
prestare i miei lineamenti alla martire Caterina d'Alessandria, per un affresco
della sala dei Santi. Il dipinto fu terminato a fine estate e mio padre
ci invitò a scoprirlo con lui. Alla visione del lavoro del maestro - aveva
già decorato con molta eleganza il Belvedere di papa Innocenzo - non
riuscimmo a contenere la nostra ammirazione e capimmo perché tutti lo
chiamavano “il Pinturicchio”. Nella composizione ero, proprio come
aveva voluto il papa, bella e splendente al centro del gruppo e in piedi
davanti a Cesare raffigurato come un imperatore seduto su un trono d'oro,
ai cui lati stavano Giovanni e Jofré e perfino il principe Zizim, vestito
alla turca con un abito bianco ricamato con pietre preziose e il cui capo
era avvolto in un turbante. In un'altra scena che raccontava il martirio di
Barbara si riconosceva Lella Orsini, con i capelli sciolti, il viso carico di
sofferenza, e vicino a lei Adriana. Sulla porta d'ingresso un tondo di
stucco raffigurava una scena graziosa con la Vergine Maria che insegna a
leggere a Gesù Bambino e san Giuseppe piegato verso di loro. Ci furono
dei sorrisi poiché Pinturicchio aveva preso a modello la bella Giulia e
mio padre. E, all'epoca, Giulia era incinta. Non credo fosse di mio padre,
che si mostrava contrariato della cosa e non nascondeva la sua irritazione,
arrivando ad apostrofare aspramente Orsino.
...
In quel periodo si strinse un'alleanza tra la Santa Sede e la corona di Napoli,
cosa che riempì tutti di stupore. Era l'oggetto dei dibattimenti che due
volte al giorno riunivano un consiglio nella Sala delle arti liberali. Tale gabinetto
di lavoro, sistemato in disparte negli appartamenti pontifìci, era aperto
solo agli intimi del papa. Io e Adriana vi eravamo invitate di frequente, e
lì incontravamo Cesare, nostro cugino di Monreale, il saggio e devoto Gian
Antonio di San Giorgio, vescovo di Alessandria, e a volte il cardinale Ascanio.
Di tanto in tanto perfino Giulia, che veniva malvolentieri: la politica
l'annoiava, ma non osava sottrarsi agli ordini del suo signore.
La sera dell'8 agosto, il papa convocò un consiglio privato. Utilizzando
come pretesto la stanchezza dovuta alla gravidanza, la sposa di Cristo si
astenne dal venire, motivo per il quale mio padre era di pessimo umore.
Quando fummo seduti intorno a lui, disse freddamente:
«Sapete della pace stretta tra il re di Francia e l'Inghilterra, l'imperatore
Massimiliano e i sovrani spagnoli. E a che prezzo! Ha acquistato per
475.000 scudi d'oro la neutralità dell'Inghilterra, ha ceduto
l'Artois, lo Charolais e la Franca Contea a Massimiliano, a
Ferdinando e Isabella il Cerdan
e il Rossiglione. Vuole avere libertà d'azione per entrare in Italia. Qui, A casa
nostra. Si sta preparando. L'ambasciatore francese è venuto a sollecitare
per il suo signore il riconoscimento dei diritti su Napoli e l'investitura del
regno. Se glieli rifiuto, Carlo ottavo dice che comanderà la crociata contro i
turchi, che gli varrà come pretesto per impossessarsi di Napoli in quanto da
lì farebbe partire la flotta della cristianità contro la Mezza Luna».
«Nessuno la vuole, questa crociata, neanche noi!».
Il vescovo di Alessandria aveva pronunciato queste parole con un tono
indifferente. Non vi era persona, infatti, che ignorasse gli ottimi rapporti
che mio padre e numerosi stati intrattenevano con il sultano Bajazet. Perfino
la mattina delle mie nozze, l'ambasciatore turco aveva consegnato,
da parte del suo sovrano, non solo il prezzo della prigionia del principe
Zizim, ma anche rotoli di stoffe sontuose, broccati splendenti, sete ricamate
con oro e argento, taffetà di una finezza senza eguali.
«È tutto un pretesto del re di Francia per venire in Italia. Provvediamo
con i nostri mezzi a fornirgliene altri, non ne ha già a sufficienza!».
Pronunciando queste parole, mio padre fissava con i suoi occhi scuri il
cardinale Ascanio. Mi ricordai dei propositi di quest'ultimo su quella
“stupida e frivola” di sua cognata.
«Vostra Santità è più che certa della mia devozione alla Chiesa e alla
sua persona...».
Combattuto tra i legami di sangue e la sincera ammirazione che nutriva
per mio padre, il cardinale non era ostile all'idea di un'alleanza tra Milano
e la Francia, che avrebbe consolidato la posizione del Moro tenendo
a distanza il re Ferrante; era però un politico troppo abile per non calcolare
il pericolo rappresentato dall'entrata dell'armata francese in Italia.
«Di fronte al pericolo, ritengo necessario concludere un'alleanza con
Napoli».
Il cardinale Ascanio impallidì:
«Il re Ferrante non ha alcuna considerazione per il seggio di Pietro...
Non ha forse spinto Virginio Orsini ad acquisire le piazzeforti di Cerveteri
e Anguillara, feudi pontifici?».
Adriana fece spallucce:
«Gli furono venduti da Francesco Cibo, che li aveva avuti da suo padre,
papa Innocenzo. L'affare, per quanto spiacevole, è regolare».
«Ammiro, mia signora, che tentiate di giustificare le azioni dei parenti
del vostro defunto marito. Ma avete forse dimenticato che un simile mercanteggio
richiede l'approvazione del Sommo Pontefice, unico a poterlo
legittimare conferendo l'investitura al detentore dei feudi?».
Irritata dall'intervento del vescovo di Alessandria, Adriana si morse le
labbra. Lui seguitò:
«Sua Santità non potrebbe rimproverare il re Ferrante di aver ricompensato
il suo più valoroso condottiero. Sicuramente, la macchinazione è
delle più sfacciate, ma si concepisce...».
«Tanto più che essa apre la strada per il nord alle armate napoletane!».
Il cardinale Ascanio anticipò il doppio gioco del Napoletano, peggiore
di quanto non potessimo immaginare, e fece presente che questi nutriva
un odio tanto feroce nei confronti di mio padre da impedirgli un qualunque
accordo con la Santa Sede. Mio padre sorrise e, estraendo un foglietto
da alcuni cumuli davanti a lui, lesse accuratamente:
Alessandro conduce una vita che è oggetto dell'esecrazione universale. Non
ha alcuna considerazione per il seggio che occupa. La sua unica preoccupazione
è il profitto dei propri figli e per conseguirlo impiega ogni mezzo, buono o
cattivo che sia. Prepara delle ostilità nei confronti del Regno di Napoli. Roma
trabocca di soldati: ve ne è un numero superiore a quello dei chierici. I consiglieri
del papa non hanno altro scopo che di tiranneggiare il papato perché diventi
uno strumento docile alla morte dell'attuale pontefice. Roma non diventerà
allora che un campo trincerato a uso e consumo del Milanese.
«È il testo di un rapporto segreto rimesso nelle mani di don Diego Lopez
de Haro da parte del re Ferrante. Appoggiava una richiesta di soccorso
armato, cui i sovrani spagnoli hanno opposto un rifiuto categorico.
Il nostro povero re di Napoli diventa vecchio, chi mai avrebbe potuto
sperare che il suo pericolo - reale o finto che sia- avrebbe commosso
persone tanto avare come Ferdinando e Isabella».
«Non basterebbe semplicemente promettere l'investitura di Napoli al
figlio di Ferrante?»
«Mio caro Ascanio, sappiamo quanto valgano le promesse. Il Napoletano
vuole un trattato nella debita forma. Se glielo concediamo, staccheremmo
da lui il nostro caro amico della Rovere: il cardinale Giuliano non
soffrirà del fatto che Napoli si allei alla Santa Sede, che è alleata di Milano...
e quindi a voi, il suo principale rivale alla mia successione, se Dio vi
terrà in vita all'uno e all'altro».
Mio padre parlava con gravità, ma vidi bene che i suoi occhi brillavano
per le risa soffocate. Siccome nessun altro di noi aggiungeva nulla, allontanò
con il dorso della mano i documenti che aveva davanti e che non
aveva neanche consultato:
«Ho firmato i preliminari di un accordo con Ferrante poiché l'ambasciatore
di Francia mi ha fatto sapere che il suo sovrano prepara una
marcia su Napoli, cosa che dobbiamo evitare con tutte le nostre forze».
Ci espose i termini: Virginio Orsini avrebbe ricevuto l'investitura di
Cerveteri e Anguillara, pagando alla Santa Sede trentacinquemila ducati.
Ciò avrebbe rinforzato l'alleanza tra Napoli e Firenze; mio fratello Jofré
avrebbe sposato Sancia, nipote di Ferrante, che gli avrebbe portato in
dote il principato di Squillace e la contea di Cariati; alla fine, il cardinale
della Rovere si sarebbe riconciliato pubblicamente con il papa.
Udendo quest'ultima clausola, non potemmo trattenere il riso, tranne
Cesare che, impassibile, non aveva detto una parola. Nostro padre concluse:
«Abbiamo sottoposto al re Ferrante queste proposte, che si è affrettato ad
accettare. Non appena ricevuto il suo assenso, abbiamo rimandato l'ambasciatore
di Francia presso il suo sovrano, con la preghiera di mostrare pazienza
affinché la spinosa questione di Napoli sia risolta. Ci aspettiamo da
voi che in quanto servitori della Santa Chiesa, assecondiate con ogni mezzo
la Nostra impresa, in vista della gloria e della pace universale».
E, dopo averci impartito una lunga benedizione, ci congedò affabilmente,
trattenendo con sé solo mio fratello.
Il vescovo di Alessandria accompagnò il cardinale Ascanio, mentre il
cardinale di Monreale scortò, me e Adriana, fino ai nostri appartamenti.
Mentre stava per ritirarsi, sussurrò a mezza voce:
«Mia cara cugina, siete stata perfetta in ogni dettaglio, perfino nell'espressione
seccata che avete mostrato quando Monsignore di Alessandria
vi ha punta sul vivo».
Gli rispose con una risata, di cui mi stupii, e mi condusse nei nostri appartamenti,
sempre ridendo:
«Era tutto già stabilito, per fare scacco alle obiezioni del cardinale
Ascanio».
Poi, diventando improvvisamente seria:
«Imparerai poco a poco a muoverti nell'orbita di Pietro e a occuparne
lo spazio che ti spetta».
Avevo ancora molto da apprendere...
 
Capitolo 12.
Notte di nozze.

(Diario, 11 maggio 1519.)
Io e Giovanni Sforza siamo rimasti sposati per quattro anni. Non mi ha
dato figli perché la nostra unione non è stata consumata.
Mi ripugna il dover tornare su tale argomento, ma chi potrebbe capire ciò
che sono, se non conosce ciò che ho vissuto? Che gli astri facciano sì che
siamo più inclini a governare o a subire gli eventi, che questi ultimi ci plasmino
a seconda delle circostanze nelle quali si profila o si nasconde l'armonia
alla quale tutti aspiriamo, ci resta sempre la libertà di andare al di là delle
contingenze per raggiungere il puro amore che trasfigura ogni esistenza.
È in questa luce che, per quanto mi costi, scrivo queste pagine su richiesta
del mio confessore, incoraggiata dalla preghiera di suor Lucia e delle altre
anime vicine a Dio che da qualche anno mi fanno la carità di accompagnarmi
in questo mio estraniamento da me stessa. Rendersi povera per amore
della verità equivale a lasciarsi depredare interiormente fino a restare nuda
e spogliata di sé di fronte alla luce dell'Amore. Per riuscirci, devo liberarmi
dei miei più intimi ricordi, per non avere più nulla su cui chiudere la mano:
«Vorrei, mio buon Maestro, essere fondata in te, e non lo sono affatto».
Qualche giorno dopo l'udienza in cui mio padre ci aveva illustrato il
suo progetto di allearsi al re Ferrante, il cardinale Ascanio mi pregò di
concedergli un'udienza. Desiderava che ci vedessimo privatamente. Lo
accolsi nei miei appartamenti con il rispetto e l'onore dovuti al suo rango,
e ne parve sorpreso:
«Madonna, non desidero in alcun modo che vi compromettiate. Siete
forse la sola a non aver visto che la mia buona stella sta per abbandonarmi?».
Con il pretesto di non voler dare acqua al mulino dei nemici degli Sforza,
mio padre lo aveva obbligato a lasciare il Palazzo apostolico, dove alloggiava
abitualmente dall'acclamazione papale. Era evidentemente una
disgrazia, ma non ne avevo cura:
«Eminenza, con i suoi indugi Ludovico il Moro esaurisce la pazienza di
Sua Santità».
«Teme che un'alleanza con Napoli finisca con il restaurare l'autorità di
nostro nipote Gian Galeazzo sul Milanese. Ora, questi è un incapace per
di più debosciato, che avrebbe portato in pochissimo tempo alla rovina i
nostri stati e la nostra casata».
Mi astenni dal rispondere. Se il giovane duca era un debosciato, nessuno
ignorava che la colpa era proprio del Moro che gli forniva cortigiane
con le quali sprecava tempo e forze. Il cardinale proseguì:
«Voi siete l'unica in grado di convincere Sua Santità a rinforzare i legami
che uniscono le nostre due casate».
«Permettetemi di chiedervi con quali mezzi».
«Attraverso il matrimonio, siete entrata nella nostra casata...».
Lo interruppi un po' bruscamente, cosa di cui mi pentii subito dopo:
«Io sono una Borgia, degli Sforza ho solo il nome».
Davanti alla sorpresa che gli si dipinse in volto, capii che avevo commesso
un errore, ma allo stesso tempo intuii quanto mi sarebbe servito.
Mi impegnavo, gli dissi, a ottenere da mio padre un segno manifesto di
benevolenza verso gli Sforza, e gli esposi il mio piano, pregandolo rispettosamente
di non conferirne con nessuno. Prese congedo dopo avermi
ringraziata con calore, ma la sua fronte era corrucciata e vidi quanto fosse
preoccupato. Ne ero dolente poiché lo avevo in grande stima, e non
potevo dimenticare quale ruolo aveva avuto nell'elezione di mio padre e,
conseguentemente, nella mia fortuna.
...
Non era mia abitudine sollecitare un'udienza da mio padre poiché non
passava giorno che non venisse a farci visita nei nostri appartamenti.
Neanche la gravidanza di Giulia lo dissuadeva, per quanto gli fosse sgradita.
Ma questa volta, non appena il cardinale Ascanio mi lasciò, mi recai
in Vaticano e chiesi di essere ricevuta da Sua Santità. Non mi fecero attendere,
mio padre non sembrò sorpreso nel vedermi:
«Vengo a sollecitare Vostra Beatitudine affinché richiami al mio fianco
il mio sposo Giovanni».
«E ne saresti innamorata, tanto da non poter fare ancora a meno della
sua presenza?»
«Non si tratta di questo. Ne va del mio onore».
Finse sorpresa. Io finsi indignazione:
«Tutti si fanno beffe di me che sono sposata solo a parole, a un marito
assente che, nella signoria di Pesaro, vive da debosciato e spende in lavori
inutili soldi che neppure ha!».
Mi fissò con aria dubbiosa per qualche istante, poi scoppiò a ridere:
«Piccola mia, non hai ancora l'età per prenderti gioco di tuo padre!».
La sua risata mi contagiava, dovetti stringere le labbra. Continuò, sullo
stesso tono scherzoso:
«Capisco che tu sia sensibile agli argomenti del nostro caro cardinale
Ascanio. So che ha appena lasciato i tuoi appartamenti. Non stupirtene,
il papa deve sapere tutto. Comprendo bene anche quali siano i tuoi scrupoli,
spinti da quali interessi. Ma non sbagliare politica, sforzati di guardare
a lungo termine».
E diventando improvvisamente grave:
«In futuro, fai sempre attenzione a ciò: non sbagliare mai politica!».
Queste parole furono sufficienti a farmi tornare seria. Mio padre mi assicurò
che non desiderava niente quanto conservare l'alleanza con il Milanese
- operava per gettare le basi di una lega universale contro la Francia
- e che avrebbe dato agli Sforza pegni sicuri della sua amicizia, cominciando
col richiamare il mio sposo. Ma neanche il Moro e suo fratello
avrebbero dovuto sbagliare politica! I suoi lineamenti si indurirono
pronunciando le ultime parole.
Qualche giorno più tardi, mi mostrò una copia della lettera che il cardinale
Ascanio aveva fatto inviare ai suoi parenti di Milano:
Molti pensano che il papa abbia perduto la ragione dopo esser stato eletto.
Pare, al contrario, che ne abbia anche di più. È stato capace di creare una lega
che ha fatto sospirare il re di Napoli. Ha saputo sposare la figlia nella casa Sforza
con un signore che possiede, oltre alla pensione datagli dal duca di Milano,
un reddito annuale di dodicimila ducati. Ha saputo ottenere da Virginio Orsini
trentacinquemila ducati e lo ha obbligato a fare ciò che voleva. Ha utilizzato la
minaccia della lega per spingere il re di Napoli a imparentarsi a lui e a dare uno
stato e una bella posizione a suo figlio. Non sono queste le azioni di un uomo
senza cervello: può ormai godersi il pontificato in pace e serenità.
«Devo ringraziartene, sei tu l'origine di tali lusinghieri apprezzamenti
rivolti a tuo padre. Ma te lo ripeto, Lucrezia, non sbagliare mai politica!».
Mi inchinai per baciargli la mano, mi trattenne stringendomi tra le
braccia senza aggiungere altro. Mi ritirai, certa che avrebbe mantenuto la
parola. Infatti, una settimana dopo, era riuscito a
rassicurare completamente il Moro, portandolo a condividere il suo punto di vista sull'alleanza
con Napoli, e sollecitò il mio sposo a tornare a Roma.
...
Giovanni non mostrò alcuna fretta nell'accogliere l'invito di mio padre,
benché questi lo avesse informato che lo aspettavamo in ottobre:
«Dopo aver lungamente conferito con il cardinale Ascanio, Nostro caro
figlio in Cristo, abbiamo convenuto che tornerai dopo il 10 o il 15 del
prossimo mese di ottobre, quando l'aria sarà più fresca e più sana, per
consumare totalmente il matrimonio con la tua sposa».
Quest'ordine - e lo era - non ebbe alcun effetto, nonostante mio padre
avesse precisato che solo allora sarebbe stata versata la dote al mio indigente
marito, di cui avevo scoperto con grande sollievo che, nonostante
piangesse miseria, disponeva di un patrimonio di tutto rispetto...
Il 20 settembre ebbe luogo un concistoro durante il quale mio padre nominò
dodici cardinali. L'elevazione di mio fratello Cesare, divenuto cardinale-diacono
presso Santa Maria Nuova non fu motivo di stupore. Cesare
l'accolse come di consueto, con noncuranza e freddezza, e si limitò a far
sostituire ai suoi vestiti di seta nera il colletto viola con uno rosso. In compenso,
si notò la promozione del protonotaro Bernardino Lunati, grande
devoto degli Sforza. E, per tutt'altre ragioni, quella di Alessandro Farnese,
fratello di Giulia, soprannominato subito “il Cardinal fregnese”, cosa che
fece ridere tutti tranne lui. Mio padre lodò ancora una volta il saggio e devoto
vescovo di Alessandria, e il giovane Ippolito d'Este, figlio del duca di
Ferrara, a quell'epoca mio cognato. Era, allora, un bell'adolescente di
quindici anni, eccellente cavaliere e temibile spadaccino, davanti al quale
le donne svenivano, gelose per le sue lunghe ciglia e per la magnifica capigliatura;
aveva l'abitudine di farsi uno chignon che fermava con pettini d'avorio
e che amava lasciar sciogliere al ritmo delle cavalcate; allora, dai suoi
boccoli bruni, di colpo liberi e ondeggianti al vento, cadevano i pettini per
i quali si litigava aspramente, con suo sommo divertimento.
Per più di un mese fu un continuo di feste e intrattenimenti nei palazzi
dei nuovi cardinali: in quell'occasione si vide, per la prima volta, Lucrezia,
figlia della famosa cortigiana Diana Cognati, che stupì Roma con la sua
bellezza e intelligenza. Aveva appena dodici anni, ma il corpo era quello di
una donna dal seno ben formato, gli occhi azzurri acquamarina e i lunghi
capelli di un color oro senza pari. Leggeva il latino, conosceva Boccaccio e
Petrarca a memoria, suonava meravigliosamente il liuto e la cetra.
Giovanni tornò a Roma verso la metà di novembre. Non che avesse
fretta di ricongiungersi a me - lo aveva ampiamente dimostrato -, ma la
consumazione del matrimonio era la condizione posta da mio padre al
versamento della dote, e tornò spinto dalla necessità. Intorno a me si
mormorava che «il conte di Pesaro veniva a rendere i suoi omaggi a Sua
Santità e a stabilirsi definitivamente in compagnia dell'illustre moglie».
Si stabilì presso di me, ma non completamente poiché la sua presenza
non cambiò nulla nella mia vita. In compagnia si mostrava galante nei
miei confronti, ma non avemmo alcun momento di intimità: non appena
rientravamo nei nostri appartamenti, si ritirava nella sua stanza dopo
avermi augurato la buonanotte. Erano spesso le uniche parole che mi rivolgeva
nel corso della giornata e io non osavo parlargli, per timore di
contrariarlo. Sembrava che tra noi ci fosse un muro invisibile, aveva il
tatto di comportarsi in modo tale che nessuno se ne accorgesse. Benché
soffrissi per questo comportamento quantomeno insolito, non lo diedi a
vedere. Con chi avrei potuto confidarmi? Adriana e Giulia erano completamente
occupate per il parto imminente di quest'ultima, Lella Orsini
era tutta presa dalla gioia per la sua recente unione con Angelo Farnese.
Se qualcuno avesse mai potuto dimostrarmi che si poteva essere felici nel
matrimonio, era proprio lei, che un amore ricambiato aveva fatto sbocciare,
conferendo alla sua bellezza, fino ad allora un po' austera, una sottile
dolcezza, come un vaso in alabastro illuminato dall'interno. L'unica
alla quale mi sarei potuta rivolgere era Lucrecia Lopez, ma mi ricordavo
fin troppo bene le sue parole riguardo a mio marito. Quindi, rimasi chiusa
nel mio silenzio e, pur non avendo alcuna colpa, mi sentivo responsabile
di tutto. Il mio viso perse la sua lucentezza, delle occhiaie si formarono
sotto gli occhi stanchi per i continui pianti notturni, e tutti quelli intorno
a me se ne rallegrarono: pensavano che fossi incinta!
Fu in quei giorni che Giulia partorì una bambina bellissima, assai minuta,
che aveva già dei sottili capelli biondi. Pretendeva di chiamarla
Alessandra, in onore di suo fratello il cardinale, diceva lei. In realtà per
assicurarle la protezione di mio padre, che vi si oppose fino all'ultimo,
ben sapendo che il bambino non era suo. Siccome lei non voleva tenerne
conto, intervenne Adriana e finì per riportarla alla ragione al termine di
una lite le cui urla arrivarono fino alla mia stanza:
«Non ti basta allora essere insultata, soprannominata “la sposa di Cristo”,
e di aver gettato la vergogna sulla porpora di tuo fratello? Vorresti
disonorare ancor più il nome di tuo marito - il mio nome! - e diventare
lo zimbello di tutta Europa? Ricordati, figlia mia, che neanche i papi sono
eterni!».
Alla fine, dopo molti pianti, urla e singhiozzi, Giulia chiamò la piccola
Laura. In molti resero visita alla culla, ma andavano soprattutto per ammirare
la madre, languida e radiosa:
Mi recai al palazzo di Santa Maria in Portico per vedere madonna Giulia. La
trovai che si era lavata la testa e stava vicino al fuoco con madonna Lucrezia, figlia
del Santo Padre, e madonna Adriana. Avendo preso un po' di peso, madonna
Giulia è bellissima; in mia presenza sciolse i capelli, che le arrivano ai
piedi, e li fece pettinare magnificamente; poi si coprì con un velo molto sottile e
successivamente con una reticella impalpabile le cui estremità erano dorate, per
cui sembrava l'apparizione del sole...
Questi sono i termini esatti di una lettera che un prelato fiorentino indirizzò
a suo fratello, raccontandogli di una visita che ci fece e della quale
conservai un pessimo ricordo. Esasperata dalla piaggeria del monsignore,
stavo per ritirarmi con il pretesto di cambiar d'abito, quando, sulla
soglia della stanza, lo sentii prorompere in esclamazioni davanti alla
piccola Laura:
«Oh, ma è il ritratto vivente del papa! La bambina proprio sua!».
Voltandomi, vidi Giulia che si pavoneggiava. Mentre stavo per rispondere
con una frase mordace, colsi lo sguardo di Adriana e a malapena riuscii
a trattenere una risata. Quindi, raggiunsi i miei appartamenti con
passo leggero. Mi bagnai il viso con dell'acqua fresca e poi indossai un
vestito di damasco viola che mi donava molto, al quale aggiunsi un velo
di seta color miele. Raggiungendo la compagnia, incrociai Cesare, che
era appena andato a presentare i suoi omaggi all'amante di nostro padre.
Contrariamente alle sue abitudini, si fermò, mi diede un bacio in fronte e
mi guardò con attenzione:
«Sei raggiante. Ma perché questo viso corrucciato? Tuo marito ti trascura?».
Non mi lasciai ingannare dal suo sorrisetto e gli diedi un buffetto sulle
mani quando, per gioco, cercò di mettermi le mani sul seno:
«Caro il mio cardinale, la mia espressione rammaricata non è dovuta
che alle stupide lodi che i lusingatori rivolgono alla “sposa di Cristo”».
«Gelosa della bella Giulia ?», rise, e credo che lo fece senza cattiveria.
Era la prima volta che lo vedevo così. Risi con lui:
«Gelosa? Non credo di esserlo. Semplicemente irritata dalla leggerezza
e fatuità di troppe persone che devo sopportare».
«Sorellina mia, il mondo ne è pieno. Dovrai abituartici, oppure ritirarti
in qualche monastero. Ma sarebbe un vero peccato!».
Di nuovo, portò la mano verso il mio petto come per pesare uno dei seni.
Il suo sorriso mi metteva a disagio. Mi allontanai, sempre ridendo, ma
ero turbata e lui lo vide. Si piegò, mi prese per un braccio ed entrammo
da Giulia.
...
Giovanni ci lasciò subito dopo le feste di Natale del 1493, e io ero ancora
vergine. Non volevo parlarne, ma finii per cedere alle domande insistenti
di Adriana, preoccupata di vedermi ogni giorno più pallida e irritabile.
Ne informò mio padre, che si infuriò oltre ogni dire visto che aveva
versato la dote a mio marito. Il cardinale Ascanio ne subì la collera -
ma come lo si poteva ritenere responsabile della mancanza di desiderio
di suo cugino nei miei confronti? - e venne a trovarmi, mortificato:
«Madonna, rimpiango vivamente di aver operato per l'alleanza delle
nostre due casate, a causa del disonore nel quale vi tiene il conte di Pesaro...».
«Che Vostra Eminenza non si senta in nulla debitore verso di me. Abbiamo
ubbidito agli ordini del Vicario di Cristo».
Aveva sempre quell'espressione corrucciata. Siccome non diceva nulla,
continuai con tono sicuro:
«Essendo una Sforza solo di nome, non mi sarà difficile tornare a essere
completamente una Borgia. Sarà sufficiente la testimonianza di qualche
matrona...».
Se fosse stato bruciato con un ferro incandescente, non avrebbe reagito
con maggiore vigore:
«Madonna, non lo faccia! Che disonore per il mio sangue!».
«Vostra Eminenza converrà che non posso attendere all'infinito che
mio marito faccia di me una donna. Se ne va della gloria degli Sforza, ne
va altrettanto del mio onore. E, in fin dei conti, è sulla vostra casata che
ricadrà l'ignominia dell'impotenza di mio marito».
Si ricompose, asciugò con il dorso della mano il sudore che gli imperlava
la fronte:
«Mi sembra difficile sostenere l'impotenza di Giovanni. La prima moglie
è morta di parto».
«Mi rimetterò al giudizio delle matrone, accordandovi che siate voi
stesso a sceglierle».
Si alzò per prendere congedo. Era ferito, ciononostante si comportò da
perfetto signore:
«Lucrezia - permettetemi di chiamarvi così in segno dell'amicizia con
voi e con vostro padre -, farò in modo che Giovanni torni per consumare
la vostra unione. Se così non sarà, state certa che in me troverete in
primo difensore dell'annullamento del matrimonio».
Una volta sola, mi sciolsi in lacrime. Non volevo che il mio matrimonio
fosse annullato. Non sapevo cosa farmene dell'amicizia del cardinale
Ascanio o della sollecitudine di Adriana. Ero giovane e pura e aspettavo
solo che mio marito mi amasse e che mi desse la possibilità di amarlo.
Nient'altro mi importava.
...
Giovanni tornò a metà gennaio del 1494. La corte pontificia era occupata
nei preparativi dell'alleanza con Napoli, che avrebbe sancito l'unione
del mio giovane fratello Jofré con Sancia di Aragona, nipote del re
Ferrante. Questi morì proprio in quei giorni, «senza luce, senza croce,
senza Dio», disperato e ribelle come era sempre stato: non si era ripreso
dalla morte brutale della sua adorata figlia, donna Eleonora, moglie del
duca di Ferrara, che una febbre perniciosa aveva richiamato a Dio tre
mesi prima. Suo figlio Alfonso - padre di Sancia - inviò immediatamente
una legazione che venisse a prestare giuramento di ubbidienza al papa.
Mio padre si affrettò a rispondere confermando l'investitura pontificia e
nominando legato mio cugino di Monreale, che sarebbe andato a Napoli per incoronare il nuovo re.
Seguivo con interesse gli avvenimenti, per trovare uno svago alla mia
malinconia, e per non intromettermi nelle frequenti liti che di continuo
scoppiavano tra mio padre e mio marito, senza che peraltro nessuno dei
due me ne informasse. Finalmente, dopo una giornata in cui si era mostrato
squisitamente galante con me, Giovanni mi fece sapere che mi
avrebbe raggiunto dopo la cena. Mi pregò di attenderlo nella mia stanza
e di prepararmi. Una volta giunta nei miei appartamenti, mi misi nelle mani
delle dame di compagnia che, dopo avermi sciolto i capelli, mi lavarono
e poi mi frizionarono con l'acqua celeste di cui mia cugina Caterina
Sforza, dama di Forlì, mi aveva rivelato il segreto come regalo di nozze:
Pestare in parti uguali noce moscata, zenzero, pepe lungo e pepe tondo, bacche
di ginepro, scorza di cedro, foglie secche di geranio, salvia e basilico, rosmarino,
origano e menta, fiori di sambuco, petali di rose bianche e rose rosse,
fichi e uva secca. Aggiungere una giusta quantità di miele e allungare con un'identica
quantità di grappa. Esporre per due giorni al sole, in una bottiglia ben
tappata. Poi, distillare cinque volte con l'alambicco, a fuoco lento.
Mi lasciai cadere tra le lenzuola profumate, avevano disposto su una credenza,
in un angolo, una caraffa di vino di Frascati, delle coppe con frutta
e altre con dolci. Quando Giovanni entrò, vidi che aveva bevuto oltre misura,
e tra me e me, ne rimasi stupita: essendo vedovo, mi sembrò quanto
meno strano che avesse la necessità di darsi coraggio. Forse era intimidito
dalla mia giovane età? Si spogliò in fretta, lasciandosi ai piedi vestiti e scarpe.
Aveva un bell'aspetto, prestante, e ciò mi piacque poiché immaginai
che come marito e moglie, alla fine saremmo stati bene. Siccome lo contemplavo
a occhi socchiusi, con un gesto brusco allontanò il lenzuolo che
copriva la mia nudità e mi guardò per qualche secondo. Socchiusi le labbra,
nell'attesa di un bacio che sarebbe stato il preludio della nostra unione,
ma si lasciò cadere pesantemente su di me e, mentre con il braccio sinistro
mi cingeva per stringermi a lui, spinse la mano libera tra le mie gambe
che chiusi d'istinto. Siccome insisteva, con il fiato corto, mordicchiandomi
la spalla, all'improvviso capii il suo piano. La vergogna e il furore mi invasero,
mi spinsi all'indietro non senza difficoltà e, con un calcio, scagliato
con tutte le forze che avevo, lo allontanai. Rotolò ai bordi del letto:
«Capisco che non abbiate alcun rispetto nei miei confronti. Ma almeno
abbiatene per voi stesso!».
Impallidì. Improvvisamente sobrio, alzò la mano. Con il cuore in gola e
il viso in fiamme, gli tenni testa:
«Picchiatemi pure! Preferisco la vostra mano sulla guancia piuttosto
che lì dove volevate metterla!».
Abbassò la testa. Sembrava sul punto di piangere. Per un attimo, fui
sul punto di cedere alla pietà, ma ripresi il controllo di me e non dissi una
parola. Allora, si allontanò dal letto, si piegò lentamente per raccogliere i
vestiti e lasciò la stanza senza guardarmi.
Per tutta la notte non riuscii ad addormentarmi. Non appena mi assopivo,
rivedevo l'immagine di quell'uomo che cercava di deflorarmi con le
dita, e mi svegliavo di soprassalto coperta di sudore. Alle prime luci dell'alba,
chiamai le mie dame di compagnia poiché il mio unico desiderio
era di fare un bagno bollente. E, soprattutto, avevo bisogno di non essere
più sola ad affrontare il ricordo della notte precedente. Mi lasciai scivolare
nell'acqua profumata, sforzandomi di non pensare a niente. Intuitivamente,
le mie dame diventarono dolci e silenziose mentre mi strofinavano,
mi cospargevano il corpo di un olio profumato e infine mi pettinavano
i capelli. Scelsi di vestirmi con una semplicità che sottolineasse lo
splendore di alcuni gioielli che indossavo e, senza toccare la colazione
che avevano preparato, andai da Adriana, rifiutando perfino la compagnia
della fedele Caterina.
Adriana era ancora a letto e mi ricevette nella sua stanza. Mi salutò con
affetto, nascondendo male la sua sorpresa. Fece allontanare l'inserviente
che stava disponendo su una credenza i dolci e le confetture che, secondo
la moda spagnola, amava gustare a letto, e mi chiese, inquieta, cos'è
che mi portava da lei così di buonora. Mi si strinse la gola, volevo parlare
ma non ci riuscii e rimasi in piedi piangendo a dirotto. Fece un gesto
per attirarmi a sé, ma la sola idea che qualcuno mi toccasse mi faceva
rabbrividire, e piansi ancora più forte. Mi indicò allora uno sgabello accanto
al comodino. Una volta seduta, riuscii a parlare. Con la testa bassa,
una voce sorda, rotta dai singhiozzi, le raccontai l'incubo di quella che
avrebbe dovuto essere la mia notte di nozze. Poi, il mio pianto divenne
calmo, interminabile, silenzioso. La guardai, era molto pallida, la mano
davanti alla bocca e lo sguardo fermo:
«Gesù Maria! Allora era vero!».
Per un istante rimasi inebetita, incapace di proferir parola. Poi fui invasa
dall'indignazione e dalla collera e gridai:
«Allora era vero, allora era vero... Voi lo sapevate, e non avete esitato a
farmelo sposare!».
I singhiozzi raddoppiarono, tumultuosi, scontrandosi con un lungo lamento
disperato che non riuscivo a trattenere. Tremavo come una foglia.
Alla fine tacqui, sfinita dai troppi pianti, lasciandomi sfuggire un flebile
gemito simile a un mormorio lancinante. Adriana mi prese le mani, le abbandonai
tra le sue:
«Lo avevo sentito dire, ma non ho mai potuto o voluto crederlo».
«E mio padre? I miei fratelli? Il cardinale Ascanio?».
Sospirò:
«Non potevano esserne a conoscenza. Io l'ho sentito dalla
bocca di Aidea Baglioni, che fu la confidente di Maddalena Gonzaga, la prima moglie
di tuo marito. Era l'unica a saperlo, e lei stessa non ci credeva troppo.
Mi ha fatto giurare che non ne avrei fatto parola con nessuno».
Ero inorridita. Adriana era troppo avvilita perché mettessi in dubbio la
sua buona fede e sincerità.
«Io e Aidea abbiamo sempre creduto che si trattasse di una vendetta di
Maddalena che sapeva fin troppo bene quanto suo marito la disprezzasse
per il fatto che fosse grassa e troppo flemmatica, oltre che assolutamente
poco portata per le cose dell'amore».
Non sapevo cosa pensare né tanto meno rispondere. Adriana mi fece
bere un bicchierino di vino e poi mi suggerì con dolce determinazione:
«Dì a Giovanni che sei disposta a essere sua moglie a tutti gli effetti, se
ti rispetterà su tutto. Lui capirà, e io veglierò su di te. Per adesso, non
parliamone a tuo padre».
La lasciai subito dopo, sempre tramortita ma almeno un po' rasserenata.
Contessa di Pesaro per matrimonio, mi rendevo conto che tutti mi riconoscevano
come tale, a cominciare da Giovanni.

 Capitolo 13.
Contessa di Pesaro.

(Diario, 11 maggio 1519.)
Alla fine del mese di aprile, mentre si davano le ultime disposizioni per
le nozze tra Jofré e Sancia di Aragona, venni a sapere di una lite tra mio
padre e mio marito. Quest'ultimo aveva avuto l'audacia di lamentarsi
dell'alleanza stipulata tra la Santa Sede e Napoli:
Essendo al servizio di Vostra Santità, mi vedrò costretto a dover servire il Napoletano
contro il Milanese... Supplico Sua Santità di non obbligarmi con la
forza a diventare nemico del mio proprio sangue e a dover rompere i vincoli cui
sono sottoposto sia verso Vostra Santità che verso lo Stato milanese.
Era una balordaggine tanto più grossolana considerato che il Moro, su
rassicurazione del cardinale Ascanio, vedeva sotto una luce meno minacciosa
l'unione della nostra casata con quella di Napoli. Ma Giovanni,
tenuto in disparte negli affari della Santa Sede dalla sua condizione
di feudatario, si piccava di politica e voleva condurne una sua, che si rivelò
sempre disastrosa. E chiese consiglio a suo cugino il cardinale invece
di confidarsi con me! Mio padre gli rispose duramente «che si occupava
troppo dei suoi affari e che sarebbe dovuto restare al soldo di entrambi»
e lo incitò a raggiungere Pesaro per organizzare le truppe con le
quali avrebbe combattuto accanto ai napoletani se le armate francesi
avessero invaso l'Italia. Giovanni gli chiese il permesso di portarmi con
lui, per poter presentare ai sudditi la loro giovane contessa. Mio padre
acconsentì più che volentieri poiché, sapendo che l'invasione francese
era imminente, voleva preservare me, ma soprattutto Giulia, dalla guerra
e dalla peste che nuovamente infestava la Città. Adriana ci avrebbe
accompagnato, ciò mi rassicurava, insieme a Juana de Moncada che, vedova
del fratello del cardinale di Monreale, era nostra cugina acquisita.
Ottenni che Lucrecia Lopez si aggiungesse a noi, me lo aveva chiesto insistentemente
poiché si era invaghita di un cavaliere al seguito di mio
marito. Ci occupammo dei preparativi per tre settimane, ordinando ai
valletti di mettere nei bauli vasellame, ninnoli e arredi, arrotolare i tappeti,
fare fagotti con le tende che intendevamo portare con noi, mentre
le nostre dame di compagnia si occupavano dei nostri vestiti, ciprie e
gioielli. Dovevamo pensare anche a delle scorte di cibo per il viaggio e ai
regali da offrire ai duchi di Urbino, che avevano dato la loro disponibilità
ad accoglierci.
Il 2 maggio 1494, in nome del papa, il cardinale di Monreale incoronò
re di Napoli il figlio di Ferrante, cosa che - venimmo a sapere subito -
suscitò l'ira della corte francese. Qualche giorno dopo fu celebrato al Castel
Nuovo il matrimonio di Jofré e Sancia, e del quale il cerimoniere
Burkhard, che vi assistette, non ci risparmiò alcun dettaglio:
Dopo la cena, donna Sancia fu condotta al suo palazzo dal legato e dal re suo
padre. Lo sposo e altre persone del seguito la precedettero. Gli sposi entrarono
nella stanza in cui era stato preparato il letto. Le damigelle e le dame di compagnia
spogliarono i due giovani, facendo stendere lo sposo alla destra della sposa.
Quando, svestiti, furono stesi sotto le lenzuola e la coperta, il legato e il re
entrarono. In loro presenza, gli sposi novelli furono scoperti dalle damigelle fino
all'altezza dell'ombelico, all'incirca. E lo sposo baciò la sposa senza vergogna.
Il legato e il re rimasero lì a parlare tra loro per una mezz'ora circa. Dopo
di che lasciarono gli sposi e si allontanarono.
Al suo ritorno, mio cugino di Monreale mi disse che lui e il re erano rientrati
sotto la pioggia a causa di una violenta tempesta e che mio fratello«si era mostrato accorto e intraprendente», aggiungendo: «Pagherei
oro perché gli altri lo avessero visto come l'ho visto io».
Sempre sotto la pioggia battente feci il mio ingresso a Pesaro, l'8 giugno,
alla fine di un viaggio durato una settimana che, attraverso la campagna
umbra, ci portò nelle Marche. La maggior parte del tempo cavalcavo
con Giovanni e i suoi amici in compagnia di Giulia e Lucrecia Lopez,
mentre Adriana e Juana de Moncada preferivano la comodità delle
lettighe. Procedevamo a piccole tappe, evitando i tumulti delle città, riposando
di notte nelle tende che ogni sera venivano montate per essere
smontate l'indomani. Facevamo i nostri pasti nelle radure, al riparo nei
boschi se faceva troppo caldo. Mi ricordo ancora di quei paesaggi verdeggianti,
le strade pacifiche dalle quali intravedevamo, tra gli alberi incipriati
dal sole, il calmo scintillio dei laghi dai quali, al mattino,
si alzavano vapori leggeri come volute di incenso. A volte, su una deviazione
della nostra strada o alla fine di una foresta, vedevamo in lontananza le
mura e i tetti di una città. Mi ricordo di una sosta che facemmo una sera,
tra Rieti e Terni, vicino alla cascata delle Marmore: sotto un cielo viola,
una doppia caduta di acqua scendeva di roccia in roccia da un'altezza
vertiginosa, in una nebbiolina fitta che colorava con le tonalità dell'iride
la luminosità del tramonto. Visitammo anche i santuari di Assisi, che da
lontano mi sembrò un possente vascello di pietra posato sui campi di papavero
che ondulavano come flutti sotto la brezza. Il penultimo giorno,
la pesantezza dell'aria lasciava presagire una tempesta e fummo felici di
godere dell'ospitalità offerta dai duchi di Urbino nel loro
palazzo di Fossombrone. Ci avevano fatto preparare dai loro inservienti un'accoglienza
delle più gentili, e dai loro servitori un ricevimento fastoso, ma non osarono
incontrarci nel timore di contrarre la peste di Roma. Potemmo lavarci,
anche i capelli, e la sera, dopo una cena deliziosa, facemmo suonare
e danzammo. L'indomani una pioggerellina fu il pretesto per ritardare
la partenza e gustare così il fascino del nostro alloggio, ma alla fine dovemmo
rimetterci in marcia.
Quando arrivammo a Pesaro, la brina mattutina si era trasformata in
un acquazzone che scagliava su tetti e strade della città forti raffiche di
vento. La burrasca aveva fatto cadere gli archi di piante eretti nelle piazze
dal popolo, e strappato numerose ghirlande e drappi stemmati che
erano appesi alle finestre delle case, le persone si appoggiavano ai muri,
cercando un derisorio riparo sotto pensiline e portici; i fiori che mi lanciavano
in segno di benvenuto volavano, o meglio cadevano, appassiti,
nel fango e nell'acqua che scorreva lungo le strade. Li vedevo, delusi,
mentre mi acclamavano comunque gridando degli evviva e, dispiaciuta
per la loro delusione, ebbi la premura di rispondere loro con sorrisi e gesti
della mano, per cui corsero intorno a noi, sfidando la pioggia, ritardando
la nostra marcia. Nonostante avessero steso un velo sopra le nostre
teste, l'acqua colava lungo i miei capelli, e perfino sul collo, ma mi
era indifferente. Mi sarebbe dispiaciuto lasciare tutte quelle persone deluse,
e ridevamo, Lucrecia Lopez, Giulia e io, nel vederci in quello stato,
con i vestiti zuppi e le acconciature disfatte dal vento e dalla pioggia. Finalmente
raggiungemmo il palazzo. Eravamo di ottimo umore e, dopo
esserci sistemate, passammo la serata davanti al caminetto del salone delle
feste. Poi mi ritirai nella mia stanza.
...
L'indomani dormii fino a mattina inoltrata. Al mio risveglio, Giovanni
venne a ringraziarmi, essendomi riconoscente per la benevolenza mostrata
verso i nostri sudditi, malgrado la pioggia che, affermava, «ha rovinato
il vostro ingresso in questa città di cui siete ormai signora»
«Ne abbiamo riso, io e le mie compagne, lo avete visto. Dopo aver percorso
le foreste umbre come delle driadi, abbiamo avuto così modo di fare
le naiadi!».
Sorrise, un po' sconcertato, e proseguì:
«Ho scritto a vostro padre per fargli sapere del nostro fortunato arrivo
e raccontargli che abbiamo passato la serata di ieri ad asciugarci. Oggi il
sole ha cacciato nuvole e acquazzoni».
Non trovando altro da dirmi, si ritirò lasciandomi nelle mani delle dame
di compagnia.
Nel pomeriggio visitammo la città, che dispone prudentemente i palazzi
e le case intorno a una fortezza massiccia circondata da un fossato nel
quale si ammirano quattro solide torri ad angolo. La città di Pesaro è modesta,
ma ha un'ottima posizione in riva al mare e vicino a un fiume del
quale ho dimenticato il nome. Gli abitanti sono cortesi, si stringevano al
nostro passaggio, un po' intimiditi, offrendomi dei fasci di iris e rose e
balbettando complimenti ai quali rispondevo con un sorriso. L'aria era
dolce, una brezza leggera trasportava fino a noi l'odore acre del mare, e
la luce primaverile si posava su tetti e muri come una polvere bionda.
Andammo al santuario della Madonna delle Grazie, proprio accanto al
nostro palazzo, dove ammirai degli affreschi pregevoli e pregai la Madre
di Dio. I padri francescani ci offrirono un pranzo nel chiostro. Fummo
ricevuti anche dai magistrati della città, con grandi discorsi e complimenti
che ascoltai distrattamente. La sera, Adriana ci fece la sorpresa di
una tarda cena alla spagnola, con musica e balli ai quali partecipai con
entusiasmo. Ho sempre amato ballare e ho avuto eccellenti maestri:
I movimenti aggraziati e fluidi, leggeri quelli dei piedi, i gesti ben definiti, gli
sguardi non devono vagabondare. Una volta terminate queste figure, la dama
lascerà il proprio cavaliere con un sorriso che gli rivolgerà in maniera diretta, rispondendo
con una riverenza educata al saluto del cavaliere.
L'indomani partimmo per la Villa imperiale, che sarebbe stata la nostra
residenza estiva. Tale dimora è situata in un vasto parco sul monte San Bartolo,
a una lega e mezza dalla città, al di là del fiume. Lì Giovanni dava una
festa per le nozze del suo archiatra Gian Francesco Ardizio, che sposava
Lucrecia Lopez. Si erano incontrati in occasione del nostro matrimonio e
si erano innamorati, un amore rafforzato dall'opposizione puramente formale
del padre della mia amica. Ero felice per loro e, lo confesso, anche un
po' gelosa. Ma la vista della loro felicità e la magnificenza dei festeggiamenti
mi fecero presto dimenticare quella mia piccolezza. Ritornammo a
Pesaro nel giro di qualche giorno per ricevere Caterina Gonzaga, sposata
al conte di Montevecchio. Famosa per la sua bellezza, era altrettanto fiera
dei suoi figli, conosciuti per i loro talenti naturali e l'intelligenza.
Accogliemmo con fasto questa vicina, che tornava dalla villeggiatura a
Fano, deliziandola per due settimane con balli, passeggiate, cene rese ancor
più piacevoli dalla musica e dalle danze valenziane che le piacquero
immensamente. In suo onore, io e Giulia gareggiavamo in eleganza, sfoggiando
stoffe rare e i nostri gioielli più preziosi, tanto che il popolo e perfino
le dame della città manifestarono la loro gioia nel vederci. Giovanni,
vestito con una ricercatezza che rendeva anche lui molto affascinante, ci
manifestò il suo piacere nel presentarci ai suoi sudditi tanto elegantemente
agghindate: bisognava che fossero fieri del loro signore e della sua
compagnia, come se da questo splendore e magnificenza potesse derivare
parte della loro dignità. Non ci fu difficile crederlo, tanto entusiasti furono
gli evviva e le grida di ammirazione che salutarono il nostro passaggio.
Ci lanciarono fiori, i bambini si avvicinavano per guardarci con gli
occhi pieni di meraviglia, e io mi dilettavo ad accarezzarli e a coprirli di
baci. Le donne si complimentavano per gli abiti, gli uomini si mostravano
galanti, e Giulia ne scrisse la sera stessa a mio padre: «Sembrava che
avessimo depredato Firenze di tutti i suoi broccati e l'intera assemblea ne
era stupefatta».
Avevo un unico desiderio: brillare, stupire, essere ammirata per quello
che ero, non lo nego. In quei giorni andammo alla Rocca di Gradara, che
Giovanni aveva fatto risistemare con i soldi della mia dote. Il posto era incantevole.
La fortezza si innalza in cima a una città cinta da mura merlate
che, a tre ore di cammino dalla parte nord di Pesaro, in corona una collina
lussureggiante. Da lì, la vista - particolarmente bella al tramonto - si estende
da un lato sui monti e le vallate di San Marino, e dall'altra fino al mare.
Il castello è elegante con i suoi edifìci costruiti intorno a un cortile spazioso
e circondato da una galleria a due piani interamente affrescata. Arrivammo
lì la sera, c'erano ovunque candele profumate che mi ricordarono
Subiaco,e ci fu una cena seguita da un ballo in maschera. Vi rimanemmo
una settimana. Rappresentarono l'Orfeo di Poliziano che vedemmo con
piacere benché l'argomento fosse drammatico. Era recitato ad arte.
...
Una sera in cui suonavamo, Adriana propose un concorso di bellezza
tra le dame: ognuna si sarebbe vestita e sistemata al massimo del proprio
splendore, poi avrebbe danzato, e le persone presenti ne avrebbero scritto
al papa, pregandolo di farsi arbitro della competizione. Ciò sarebbe
piaciuto al Santo Padre, diceva lei, che così avrebbe avuto notizie dei
suoi cari e conosciuto meglio i fedeli di Pesaro. Il progetto piacque e per
un intera giornata i preparativi furono febbrili. Ognuna di noi rimase nei
propri appartamenti tra le mani delle dame di compagnia, per scegliere
l'abito, farsi vestire, acconciare e incipriare. Giulia chiese aiuto a Juana
de Moncada e io chiesi consiglio ad Adriana:
«Giulia, mi disse, vorrà strafare nella convinzione che la bellezza è nell'eccesso.
Per questo non potrà competere con Caterina Gonzaga. Tu, invece,
potrai eclissarla con la semplicità».
«Ciò non ha molta importanza perché, in ogni caso, a mio padre racconteranno
che la bella Giulia sarà stata all'altezza del suo nome».
«Lascia stare tuo padre, qui non ha importanza perché ciò che conta è
che tu lusinghi i tuoi sudditi... e tuo marito. Più egli ti rispetterà, meno ti
importunerà».
Seguii i suoi consigli, aiutandomi anche con le ricette della dama di
Forlì. Dormii fino a tardi e consacrai quindi il resto della mattinata alla
cura della pelle, che risentiva ancora delle recenti intemperie. Cosparsi
viso, mani e gola con un unguento a base di lardo di maiale sciolto con
un albume, olio d'oliva e un po' di aceto di Modena, che rende la pelle
liscia e bianca come l'argento. Dopo un'ora, feci un bagno, lavai i capelli con l'aiuto delle inservienti e li asciugai al sole mentre facevo uno
spuntino insieme a loro. Poi mi distesi un paio d'ore e, per intrattenermi,
cantarono sul liuto: ciò conferisce alle parole una grazia dall'effetto
meraviglioso. Alla fine mi misero un vestito di broccato
bianco sul quale sistemammo una sottile tunica argentata con delle fasce di seta verde
pallido, e le cui maniche avevano uno spacco di un verde più scuro. Mi
pettinarono i capelli sistemandovi alcuni fili di perle e io mi incipriai
leggermente. Non ho mai amato coprirmi il viso di unguenti e colori,
convinta che ciò rovini la pelle. Come tocco finale, Adriana mi aiutò a
scegliere una parure, che volevo fosse sobria: una collana di smeraldi e
diamanti, con bracciale coordinato, e al dito l'anello di diamanti, dono
di Ludovico il Moro. Per via del caldo, non utilizzai fragranze forti ma
un'acqua di iris molto dolce, per sbiancare i denti li strofinai con polvere
d'osso di seppia e di corallo bianco e anice stellato per la freschezza
dell'alito.
Quando Giovanni venne a chiamarmi, faceva buio. Si era sistemato
con cura e aveva abbinato il suo abito al mio, nei toni dell'argento e del
grigio. Adriana e le mie dame di compagnie indossavano vestiti in ogni
sfumatura di verde, con delle fasce di seta rosa o bianca. Raggiungemmo
il cortile che sfavillava di luci nel quale i tavoli erano stati sistemati in modo
da lasciare libera per le danze le parte centrale. I musicisti stavano
nella galleria al piano superiore. C'era già molta gente e ci si guardava
con allegria, bevendo vini di Orvieto e Fano, arrivati in abbondanza su
ordine di Caterina Gonzaga. Seduta in un angolo, in compagnia delle dame
e di cavalieri del suo seguito, in cerchio intorno a lei, si alzò per venirci
incontro e ci scambiammo dei complimenti. Era bella e aveva un tono
di voce piacevole. Sotto i capelli raccolti in bandeau alla lombarda, i
suoi grandi occhi azzurri sembravano velati come se lo sguardo fosse rivolto
verso l'infinito. Ne ammirai l'abito di broccato ricamato d'oro su
oro, una decorazione in rubini ne sottolineava il seno, e le maniche erano
di raso porpora e indossava una parure di rubini e diamanti. Mentre conversavamo
sulle attrattive della regione, arrivò Giulia, preceduta dai profumi
decisi che utilizzava solitamente. Come previsto da Adriana, aveva
ecceduto: un vestito a fasce dorate e di velluto rosso, con un corsetto d'oro
dai lacci rossi e con spille di rubini, delle larghe maniche di seta rossa
a sbuffo sopra altre, color oro e strette fino ai polsi, una profusione di rubini
e diamanti sul suo petto abbondantemente scoperto, tra i capelli intrecciati
e annodati artisticamente, alle mani e alle dita. Molte dame,
nonostante fossero agghindate a loro volta, la guardarono colpite e ammirate,
gli uomini avevano occhi solo per lei. Scintillante è la parola che
meglio la definiva. Uno degli uomini di Cesare, che si trovava
allora a Pesaro, ne rese conto a questi: «Colorito bruno,
occhi neri, viso tondo e
una certa andatura costituiscono il fascino di madonna Giulia».
Prendemmo posto a tavola e la cena si svolse nel buon umore e tra le risate,
tra mille galanterie da parte dei signori. Ricordo che quella sera
mangiammo dei pasticci di luccio e anguilla, capponi bolliti con germogli
di vite e salvia, lingue di cervo in salsa di mandorle. Dopo cena, si iniziò
a suonare e si cantarono delle frottole, poi ci fu un ballo e infine la
gara di danza. Io avevo scelto quelle danze valenziane nelle quali eccello,
e che la chitarra accompagna allegramente mentre le mie dame di compagnia
battevano le mani: la fantasia spagnola non si può paragonare alle
figure rigide delle danze italiane. La serata proseguì fino a notte inoltrata
e nessuno seppe dire chi fosse la vincitrice di quella gara di bellezza
e musica. Alcuni tenevano le parti di Giulia, sicuramente nella speranza
di entrare nelle grazie di mio padre; altri puntavano al favore del signore
del posto e mi accordarono i loro voti. Altri, infine, su esempio di Giovanni
che voleva fare il gentiluomo, votarono per Caterina Gonzaga. Ciò
ci fece sorridere e non ci impedì di assistere, con piacere, a un concerto
finale di quattro viole, che ci preparò dolcemente al sonno.
L'indomani indirizzai a mio padre una lunga lettera in cui gli raccontavo
i fasti della serata, che sarebbero rimasti a lungo impressi nella memoria
dei sudditi:
Parlerò un po' a Vostra Beatitudine della bellezza di Caterina Gonzaga di cui,
sicuramente, conosce la grande fama. E di sei dita più alta di madonna Giulia, e
ben fatta, con la pelle bianca e delle belle mani. Ha molto stile, ma la sua bocca
non ha grazia alcuna, i denti orribili, i grandi occhi chiari, il naso piuttosto brutto,
il colore dei capelli opaco e il viso lungo, piuttosto maschile. Si esprime elegantemente
e con disinvoltura, l'ho guardata danzare, ma non mi è piaciuta
molto. Insomma, tutto considerato presentici minuti famam (la sua presenza ne
diminuisce la fama).
Rimpiansi in seguito quelle righe scortesi per una persona che si era
mostrata di una cordiale affabilità nei miei confronti, soprattutto quando
venni a conoscenza di ciò che aveva scritto su di me a mio padre: «È tutta
originalità e intelligenza, ha i modi regali di una grande dama».
Per piaggeria e vanità, avevo - nel ritratto tracciato di
Caterina Gonzaga -, per così dire, calcato la mano. Di sicuro aveva la bocca piuttosto
grande e i denti non erano perfettamente allineati, ma erano
bianchi e sani. E il naso appena un po' arcuato, lungi da
rovinarle il viso, le conferiva
un certo fascino serioso.
I giorni seguenti trascorsero tra passeggiate a cavallo, pranzi campestri
nei pressi della Rocca, serate passate a giocare a scacchi, cantare e far
musica. Con la gran folla dei nostri invitati mi mostrai affabile e sorridente,
cosa che gradirono molto, senza che sospettassero minimamente
dello sforzo che dovevo esercitare su di me per offrir loro un viso piacente,
parlare con leggerezza e condividere gioie e dolori.
...
Ogni giorno c'era un via vai di corrieri da e per Roma, a causa della fitta
corrispondenza che si scambiavano il papa, la sua amante e il canonico
Francisco Gacet, cappellano che mio padre aveva inviato presso di
noi. Questo prete spagnolo era di una rara discrezione e di una devozione
totale, per cui, dopo qualche giorno, non esitai a scrivere a mio padre:
Conoscendolo come servitore molto affezionato a Vostra Santità, e anche per
le sue virtù e il modo di agire nei nostri riguardi, mi vedo spinta a raccomandarlo immediatamente a Vostra Beatitudine,
affinché ne voglia riconoscere il ferventissimo attaccamento con qualche beneficio.
Credo che fosse la prima volta che sollecitavo espressamente un favore
per qualcuno. Avevo confidato a questo prete la mia ansia ed era riuscito
a trovare le parole per tranquillizzarmi. Ignoravo che riferisse tutto a mio
padre. Poteva farlo poiché parlandogli io al di fuori della confessione,
non era legato al segreto sacramentale.
Mentre io ero occupata a dimostrarmi sempre all'altezza del mio ruolo,
Giovanni volle esercitare su di me i suoi diritti di marito. Il ricordo della
prima notte di nozze mi riempiva di terrore, temevo che cercasse ancora di
abusare di me come aveva fatto in precedenza. Mi assicurò che non sarebbe
affatto andata a quel modo, che si sarebbe comportato onestamente, a
patto che acconsentissi a diventare sua moglie non solo a parole ma anche
carnalmente. Avrei preferito che parlasse di sentimenti, soprattutto visto
che le feste date in occasione dei matrimoni prima di Lucrecia Lopez e poi
di Caterina Gonzaga, ci avevano fatto un po' avvicinare: era sempre premuroso
verso di me, pieno di rispetto, si diceva fiero di me e tutti credevano
che la nostra unione fosse perfetta, al punto che erano in
tanti ad invidiarci. Ne avevo parlato ad Adriana. Mi incoraggiava a cedere al desiderio
di Giovanni, assicurandomi che avrebbe saputo rispettarmi.
Per alcune notti, mi inflisse delle parvenze di accoppiamenti che terminavano
invariabilmente in un umido spasmo dal quale uscivo umiliata,
disgustata e con l'impellente desiderio di fare un bagno in cui mi sarei
strofinata a sangue per cancellare dal mio corpo la sozzura, per diluire il
suo odore che mi si attaccava addosso peggio dei miasmi infernali. Penso
che sarei stata capace di immergermi in un piccolo tino di acquafòrte
se avessi avuto la certezza che mi avrebbe restituito alla mia primordiale
integrità. Vergine nel corpo, mi sentivo più ignobile dell'ultima debosciata.
Inoltre, egli prendeva piacere nell'imprimermi, in quei momenti,
sulla spalla o alla base del collo, un succhiotto o il calco dei suoi denti,
come si trattasse di un morso di innamorati cosa di cui si meravigliavano
le persone a noi vicine. Sempre sorridente in pubblico, recitavo il mio
ruolo, fingendomi la sposa che ero solo di facciata. Rientrammo a Pesaro
i primi giorni di luglio, e fui molto contenta quando Giovanni mi disse
che gli appartamenti che mi aveva destinato a Gradara erano gli stessi
che avevano accolto un tempo i tragici amori di Francesca da Rimini.
Conservato da Dante nella sua Divina Commedia, era ancora vivo il ricordo
di questa principessa, figlia di Guido da Polenta, bramata da
Gianciotto Malatesta, signore di Rimini e Pesaro. Brutto e deforme, aveva
inviato a chiederne la mano il suo giovane fratello Paolo, sperando che
la vista del bell'adolescente avrebbe fatto credere alla ragazza che il fratello
maggiore non fosse da meno al suo ambasciatore. Francesca rimase
molto colpita dalla grazia di Paolo, da cui si difese pensando al suo futuro
sposo. Ma quando lo vide, ne fu disgustata e trovò consolazione in
Paolo che si era innamorato di lei. Un giorno furono sorpresi dal marito
tradito, che li mandò immediatamente al patibolo. Non ho mai capito
perché Dante li abbia collocati nel secondo girone dell'inferno visto che,
dopo tutto, si era trattato di un tradimento e chi poteva arrogarsi il diritto
di giudicare l'amore? Quando Giovanni mi disse che mi aveva fatta sistemare
negli appartamenti testimoni di questo dramma, non riuscii a
trovare riposo al pensiero di muri schizzati di sangue e convinta di udire
durante il sonno i lamenti e le urla dei due amanti che avevano interrogato
nell'adiacente sala delle torture, prima di esser condotti nel cortile
in cui li avrebbero decapitati. Di questo luogo incantevole mi divenne
tutto insopportabile, nei miei incubi vedevo Giovanni che mi trascinava
verso il ceppo sul quale sarei stata decapitata insieme al mio amante del
quale non conoscevo neanche il viso.
Non appena Caterina Gonzaga e il suo seguito ci ebbero lasciati, mi
misi a letto, sfinita, in preda a crisi di pianto, febbricitante e bagnata da
abbondanti sudori, alla fine caddi in delirio. La malattia mi offriva lo scudo
più sicuro contro mio marito e lì mi riparai come in un rifugio salvifico
dal quale non volevo più uscire. Vegliarono su di me Adriana, Giulia,
e perfino Lucrecia Lopez che lasciò il marito per venire ad assistermi, inviando
a mio padre notizie che volevano essere rassicuranti. Dal canto
mio, aspiravo solo a morire e la voce della mia morte imminente si diffuse.
Alla fine, dopo cinque giorni, la febbre scese e io piansi per ore senza
fermarmi, poi, spinta da Adriana scrissi a mio padre per rassicurarlo.
Non ne avevo alcuna voglia, in quanto lo ritenevo responsabile della mia
infelice unione con il conte di Pesaro, ma lo feci. Ricevetti una sua lettera
che ebbe ragione sulle reticenze che nutrivo per lui:
Lucrezia, bambina mia cara, Ci hai fatto passare quattro o cinque dolorose
giornate, piene di timori, a causa delle crudeli notizie diffusesi a Roma secondo
le quali eri morta o malata al punto che non rimaneva alcuna speranza di salvarti.
Puoi immaginare quale dolore abbia provato la Nostra anima a seguito di tali voci, visto l'immenso amore che nutriamo per te, più che per qualsiasi altra
creatura al mondo; e fino a quando non abbiamo ricevuto la lettera scritta di tuo
proprio pugno, benché la brutta calligrafia dimostri che tu non sia guarita, non
ci siamo sentiti in pace neanche per un istante. Ringraziamo Dio e la gloriosa
Nostra Signora, che ti hanno messa in salvo da ogni pericolo, e stai certa che
non sarò soddisfatto finché non ti avrò vista personalmente.
Mi ripresi poco a poco. Né per mio padre, né per nessuno che non fossi
io. Non volevo morire a causa di altri e avevo preso la ferma decisione
di riprendere in mano il mio destino. Ebbi una conversazione con Giovanni
che stabilì i termini della nostra unione: che andasse a cercare il
suo piacere dove preferiva purché non ferisse il mio onore. Non amandolo
- non avevo più la volontà di amarlo sapendo che non sarei mai riuscita
a guadagnarmi il suo amore -, non avrei sofferto. Ma gelosa della
mia dignità, esigevo che mi circondasse del riguardo e del rispetto dovuti
al mio rango. Si impegnò a farlo.

 Capitolo 14.
Ingrata e perfida Giulia.

(Diario, 12 maggio 1519.)
Non appena mi fui ristabilita, giunsero le notizie più allarmanti da Capodimonte,
residenza degli Orsini: Angelo, fratello di Giulia, era in punto
di morte, e supplicava la sorella che andasse a trovarlo prima della sua
dipartita. La mia amica era in preda alla disperazione. Non osavo incoraggiarla
a recarsi al capezzale del fratello, nel timore degli anatemi di
mio padre. Ma anche per egoismo poiché, se Giulia mi avesse lasciato,
avrebbe portato con sé Adriana e il canonico Gacet, in cui vedevo una
protezione da Giovanni: trovandosi solo con me, non avrebbe tentato di
far prevalere i suoi diritti coniugali, nonostante l'impegno preso? Avevo
perso ogni fiducia in lui. Dal canto suo, si opponeva alla partenza di Giulia,
ma era per codardia: temeva la collera di mio padre, che aveva posto
sotto la sua protezione la donna di cui era invaghito.
All'alba del 12 luglio 1494, Giulia partì, con Adriana e il
canonico Gacet. Erano accompagnati da una piccola scorta. Non la potevo biasimare,
pensando anche alla mia cara Lella che, dopo soli due anni di felicità,
stava per perdere uno sposo amato teneramente. Mi ribellai contro il cielo:
perché Dio non preservava Angelo Orsini sbarazzandomi invece di
Giovanni? In quei giorni, lo confesso, desiderai la morte di mio marito.
Avevo tutte le ragioni per preoccuparmi. Non appena fui sola, si fece di
nuovo pressante, lusinghiero. Quando gli ricordavo i termini del nostro
accordo, supplicava e piangeva, minacciandomi poi di ricorrere alla forza,
cosa che non fece mai quando mi rifiutavo a lui. Fu in quel periodo
che imparai, mio malgrado, a odiarlo, presto a disprezzarlo, poiché tutto
il mio essere si rivoltava alla sola idea di dover subire il contatto della sua
mano, che si trattasse di carezze o di botte. Una lettera di mio padre per
Adriana arrivò il giorno stesso in cui lei partì, e io la lessi:
Se, fino ad oggi, Giovanni non vi ha detto nulla dei suoi progetti, agite, come
messer Francesco, con prudenza e discrezione, nei modi che
riterrete opportuni, per sondare il suo pensiero. Se accetta
che Lucrezia torni con voi mentre lui
resterà a Pesaro per far esercitare le sue truppe e proteggere la città e il suo stato,
soprattutto ora che i francesi arrivano da terra e dal mare, scriverò allora con
più insistenza al vostro suddito, poiché non mi sembra auspicabile che voi rimaniate
a Pesaro, vista la grande quantità di uomini d'arme che si raccoglie in
questa contrada.
Le delizie del nostro soggiorno e successivamente la malattia mi avevano
fatto dimenticare il pericolo. Questa lettera mi riportò alla realtà. Mio
padre mi voleva accanto a sé, non avevo alcuna voglia di rientrare a Roma,
non più che di ritrovarmi sola con Giovanni. Per fortuna, i loro affari
li richiamarono entrambi a occupazioni ben lontane dalla cura della
mia persona.
L'estate si riempì di voci di guerra. Erano ormai sei mesi che il re di
Francia aveva iniziato una campagna e scendeva verso i nostri stati a capo
di un esercito immenso. Il primo ad averlo appoggiato era il cardinale
della Rovere, che pensava di convocare, con il suo appoggio, un concilio
che avrebbe deposto mio padre; sulla sua scia, Ludovico il Moro ed
Ercole d'Este si erano alleati a Carlo ottavo, malgrado tutti gli sforzi del cardinale
Ascanio per tenere il Milanese fuori dal conflitto. Ma ciò non era
possibile, a causa delle ambizioni del Moro e soprattutto della stupida
frivola moglie, che voleva essere duchessa.
Io mi tenni in disparte da tali questioni, con la sola aspirazione di godermi
la pace del mio soggiorno a Pesaro. Omisi di scrivere a mio padre
con la stessa frequenza di un tempo, cosa che deplorava amaramente nelle
sue lettere. Mi rimproverava di aver lasciato partire Giulia, il cui fratello spirò pochi giorni dopo che ella lo aveva raggiunto: per consolazione
della madre, fu trattenuta dalla sorella Girolama presso l'altro fratello, il
cardinale Alessandro, nella Rocca di Capodimonte. Sicuramente, la sua
natura sensuale si sarebbe adattata senza reticenze a un riposo forzato che
non sarebbe mancato di intrattenimenti: con la compagnia dei suoi parenti,
la fortezza le offriva, oltre a un silenzio propizio al raccoglimento,
una vista ineguagliabile sul lago di Bolsena e sulle sue rive selvagge. Fu
quello il momento scelto da Orsino per esigere la presenza di sua moglie
accanto a lui a Bassanello, mentre mio padre la reclamava in Vaticano.
Orsino era spinto dall'austero cardinale Alessandro che, malgrado o a
causa del suo soprannome, non riusciva a rassegnarsi all'idea che l'onore
della loro casata si perdesse nell'alcova papale. Giulia tergiversò, addusse
pretesti per restare presso la sua famiglia: la necessità di osservare un periodo
di lutto imposto dalla decenza, poi i preparativi della partenza di
Lella che, annientata dal dolore, andava a chiudersi nel convento di clausura
delle murate di Firenze, dove sarebbe morta qualche anno più tardi.
Alla fine, sotto dettatura del fratello cardinale, Giulia indirizzò al papa un
biglietto con il quale lo informava dell'obbligo che le imponeva di consultare
il marito perché la autorizzasse a tornare a Roma. Questa missiva portò
al culmine il furore di mio padre, che le rispose in termini aspri:
Ingrata e perfida Giulia, l'emissario Ci ha consegnato una lettera nella quale Ci
significhi e dichiari l'intenzione di non venire senza l'autorizzazione di Orsino.
Benché il tuo spirito Ci sia sembrato cattivo così come quello di colui che ti ha
consigliata, non possiamo essere persuasi che agirai con tanta perfidia e ingratitudine
allorché, tanto sovente, Ci hai assicurato e giurato di restare fedele al Nostro
comandamento e di non avvicinarti a Orsino. Ecco che ora vuoi invece fare
il contrario e raggiungere Bassanello al rischio della vita, senz'altro per concederti
di nuovo a quello stallone; in breve, speriamo che tu e l'ingrata Adriana vi
rendiate conto dell'errore e farete la dovuta penitenza. Con la presente sub pena
excommunicationis late sententiae et maledictionis eternae (sotto pena di maggiore
scomunica e di maledizione eterna) ti ordiniamo di non lasciare Capodimonte
o Marta, e men che meno di andare a Bassanello per quanto ci riguarda.
Mio padre inviò una copia di questa lettera ad Adriana - che più tardi
me la diede - aggiungendovi una mercuriale verso sua cugina:
Avete scoperto la malvagità e malignità del vostro animo. Dopo tante promesse,
fate un voltafaccia, dichiarandoci espressamente di non voler condurre qui
Giulia contro la volontà di Orsino. Dovrò quindi credere che a Capodimonte
alla Nostra persona si preferisce quello scimmione di Orsino!
Smarrito a causa della passione, mio padre la minacciava verosimilmente
di scomunica. Lei, che lo conosceva bene, ne rise, mentre cercava
con Francisco Gacet qualche espediente che avrebbe potuto accontentare
tutti salvando le apparenze. Alla fine, come spesso in circostanze simili,
i soldi sistemarono tutto: al prezzo di forti somme destinate, diceva lui,
a equipaggiare e mantenere le sue truppe, Orsino concesse a sua moglie
il permesso di raggiungere il Vaticano.
Di questi intrighi non sapevo nulla allora. Ritirata con le mie inservienti
nella Villa imperiale, dove veniva a trovarci Lucrecia Lopez, trascorrevo
delle giornate tranquille sempre troppo brevi. Imparavamo a cantare
le frottole sulla viola o sul liuto, ma era la chitarra ad accompagnare le
nostre danze valenziane, di cui inventavamo nuove figure. Leggevamo
con una curiosità sempre rinnovata il Libro delle meraviglie di messere
Marco Polo e ci divertivamo con l'Orlando innamorato di Boiardo, morto
l'anno prima senza aver potuto scriverne il seguito che ci aveva promesso.
Mi ero rimessa a studiare il latino, da cui traevo grande piacere.
Alcuni artisti della regione mi insegnarono a dipingere la terracotta, alla
moda di Faenza, cosa che mi piacque molto: smaltavano i vasi nello stile
di Maiorca, da cui il nome di maioliche. Invece di fare costruire un forno
apposito nella villa (ciononostante ci pensai), consegnavo i piatti e le
coppe che ornavo di stemmi, e me li riportavano dopo la cottura. Questa
spensieratezza era resa possibile dalle frequenti assenze di Giovanni,
trattenuto nelle sue fortezze per raccogliervi e far esercitare le truppe che
avrebbe guidato per le armate di Aragona, oltre che dalla minore frequenza
della corrispondenza con mio padre, della quale ho parlato. Dopo
aver reclamato con insistenza la mia presenza al suo fianco, il papa ormai
mi consigliava di non lasciare Pesaro per alcun motivo, poiché l'invasione francese sembrava imminente.
Il 5 settembre 1494 apprendemmo dell'entrata in Italia di re Carlo ottavo avvenuta due giorni prima. Ritornato al mio fianco, Giovanni era molto agitato, ma non potevo conoscerne il motivo. Se lo avessi saputo allora!
Fingendo di riunire i fanti che avrebbero dato man forte all'armata pontificia contro l'invasore, informava in segreto il Moro sui movimenti delle sue truppe. Mio padre seppe già nei primi tempi di questo alto tradimento e, senza dire nulla - più per orgoglio che per risparmiarmi l'umiliazione di essere additata come la moglie di un traditore oltre che di un vigliacco -, non si risolse neanche allora a farmi rompere il matrimonio che tanto sfortunatamente mi aveva fatto contrarre. Non riesco a ricordare senza un sorriso ironico il consiglio che mi aveva dato di non sbagliare politica!
La discesa del re di Francia nei nostri stati avvenne con la velocità di un fulmine, annunciato dalla voce tonante del priore di San Marco di Firenze che, come un oceano in burrasca, sferzava tutta l'Italia per infrangersi alla fine ai piedi dello scranno pontificio. Gli avvenimenti sembravano dar ragione alle sue profezie, poiché le navi aragonesi, accorse per impedire alle flotte francesi l'accesso ai porti
di Civitavecchia e Ostia, subirono nel golfo di Genova una sconfitta senza precedenti: le pesanti caravelle e caracche del re di Napoli non erano in grado di competere con la leggerezza
e velocità delle galere nemiche. Avemmo tuttavia qualche motivo
di speranza: accolto da trionfatore ad Asti da Ludovico il Moro e dal duca
Ercole d'Este, il nuovo Ciro (fra Girolamo Savonarola chiamava così
Carlo ottavo) dovette allettarsi, colpito dalla mano divina - a meno che non
si trattò di quella del diavolo - con una febbre porporina. Ma il 21 settembre,
lo stesso giorno in cui Savonarola fu colpito dalle febbri durante
una predica nella cattedrale di Firenze, il sovrano francese si ristabilì inopinatamente.
Quando seppi queste cose, mi ricordai, rabbrividendo, le
parole di mio cugino, il cardinale di Monreale, e della stima nella quale
teneva il domenicano. In seguito, ho letto a lungo e meditato sull'omelia
di fra Girolamo, che fu sicuramente un uomo di Dio: annunciava la fine
del mondo, il diluvio che avrebbe purificato la superficie terrestre, e
spesso mi hanno ricordato che quel giorno «qualcuno, mezzo morto,
percorreva la città senza parlare». A messer Pico della Mirandola si drizzarono
i capelli in testa e il giovane Michelangelo Buonarroti fuggì dalla
città dei gigli, investito dall'impressione di infinita potenza che ebbe del
Sovrano Giudice. Credo che a ciò si sia ispirato per l'incantevole affresco
con cui successivamente ha decorato la Cappella Sistina.
Furono tempi strani. A Trino, nel ducato del Monferrato che aveva accolto
fastosamente il nuovo Ciro, la povera Maddalena de' Panattieri cadde
in dolorose estasi durante le quali gridava con voce dolente: «Disgrazia
all'Italia! Disgrazia all'Italia!». Rischiò la lapidazione. Dappertutto non si
parlava che delle apparizioni della Madonna e delle effigi sante che piangevano
sulle disgrazie a venire, anche se devo confessare che non vi prestai
grande attenzione. Non volevo, infatti, sapere nulla delle agitazioni che, distruggendo
l'ordine del mondo, minacciavano di sconvolgere la mia pace.
Non appena guarito, Carlo ottavo si recò a Vigevano per i festeggiamenti
in suo onore organizzati da Beatrice d'Este. Qualche giorno più tardi incontrò
a Pavia la sfortunata donna Isabella che lo supplicò, in nome del
diritto e dell'onore, di ristabilire le prerogative che spettavano a suo marito
Gian Galeazzo e al loro bambino, il bellissimo duchetto. La gente affermava
che il sovrano fu commosso alla vista di quella fiera principessa,
ma non fece nulla per aiutarla. Meno di un mese dopo, Gian Galeazzo si
spense proprio nel momento giusto: si diceva che fosse consumato da un
veleno lento somministratogli dal Moro, che con lui completava l'opera
mortifera delle sue depravazioni, l'ho letto in una lettera inviatami sub secreto
dal canonico Francisco Gacet, che gli era amico:
Nessuno dubitava che se si era trattato di avvelenamento, fosse stata opera di
quello zio che, non pago di governare con assoluta autorità il ducato di Milano,
aveva voluto prendersi la potenza e il nome di duca, perché era avido, conformemente
al desiderio dei grandi uomini di diventare ancor più illustre con i titoli
e gli onori e, soprattutto, perché stimava come necessaria per la sua sicurezza
e per la successione dei propri figli la morte del principe legittimo; si pensava
che tale avidità avesse forzato un essere, solitamente dolce e impressionabile
dal sangue, a commettere un'azione tanto scellerata.
Sembrava che nulla avrebbe potuto sbarrare la strada al conquistatore.
Savonarola gli andò incontro a Pisa, sollevando la città in suo favore.
Non era una cosa difficile in quanto i pisani avevano fretta di liberarsi
del giogo fiorentino, ma il sant'uomo ottenne dal «grande ministro della
giustizia divina» - così veniva chiamato il sovrano francese - che fosse risparmiata
la Città dei gigli, che nel frattempo si era sollevata contro i Medici.
Continuavo a ricevere dispacci contraddittori su tali avvenimenti.
Alla fine, il 17 novembre, re Carlo ottavo fece il suo ingresso solenne a Firenze
tra le grida di «Viva la Francia!». Fu salutato da Marsilio Ficino
che, paragonandolo a Cesare e Carlomagno, lo esortò ad andare a liberare
il Santo Sepolcro di nostro Signore a Gerusalemme. Nelle strade si appesero
drappi e veli azzurri disseminati di fiori di giglio d'oro. Qualche
giorno dopo, si spense il giovane signore Pico della Mirandola, assistito
nei suoi ultimi istanti da fra Girolamo. Piansi quando il cardinale di
Monreale mi riferì le sue ultime parole:
Molti immaginano che la più grande felicità nella vita consista nel godere della
potenza, dell'abbondanza, delle più alte cariche nello sfarzo di una corte.
Non mi è mancato niente di tutto ciò... Ebbene, lo dichiaro: le uniche e vere
soddisfazioni le ho assaporate nella religione e nella solitudine.
Come lo capisco oggi, dopo averlo sperimentato da me! Allora si parlò
di veleno, affermarono che la Madonna era apparsa al moribondo per riconfortarlo
e assicurargli la salvezza, ma non diedi importanza a queste voci:
mi sembrava che con lui, che aveva riempito i miei sogni di adolescente,
si spegnesse qualcosa della mia innocenza. Fu sepolto con
l'abito domenicano, conformemente al desiderio da lui
espresso. Era morto nella
stagione di gigli - non quelli primaverili, ma quelli francesi che si mischiavano
ai fiorentini -, proprio come aveva predetto suor Camilla Rucellai.
...
Ero dolente per via di tali tristi novelle. Giovanni non faceva che passare
dalla Villa imperiale, sempre agitato e sempre distante. Quando veniva,
mi annoiavo poiché non avevamo niente da dirci e mi ricordai delle
lamentele di Giulia nei confronti di Orsino. Ma non avevo più il timore
che forzasse la porta della mia stanza, la sua testa era altrove. Sicuramente
valutava i rischi che correva a fare il gioco del Milanese contro il proprio
campo. Ma non era l'unico a tradire: contro il volere di Francesco
Gonzaga, che era al confino in Veneto, sua moglie Isabella d'Este aveva
liberato il passaggio alle truppe francesi e aveva addirittura autorizzato
che si accampassero a Borgoforte, aprendo così loro la strada verso gli
stati pontifici. Ne scrisse a Francesco per sollecitare il suo consenso, ma
lo fece sufficientemente tardi da metterlo davanti al fatto compiuto. Poi
si recò a Parma per vedere sfilare i soldati nemici, e non si vergognò affatto
di rimpiangere a voce alta di non esser stata a Firenze ad ammirare
l'ingresso di Carlo ottavo. Tale fu sempre la politica di colei che attualmente
è mia cognata: essere sempre in vista, in ogni cosa farsi notare sempre
e comunque, in modo tale che nessuno possa offuscare la sua persona.
Fu allora che mi giunsero le più tristi notizie. L'emissario pontificio presso
il sultano Bajazet era stato catturato di ritorno da Istanbul, gli trovarono
indosso delle missive in cui i turchi garantivano il loro appoggio al papa
contro i francesi. Bajzet offriva a mio padre anche trecentomila ducati per
la morte del principe Zizim. Il cardinale Giuliano denunciò a gran voce
l'alleanza del Vicario di Cristo con lo «scherano di Maometto» contro un
sovrano cristiano, e chiese ancora una volta che fosse riunito un concilio
per deporre mio padre. Soprattutto, non omise di trattenere i quattrocentomila
ducati della pensione del principe portati dall'emissario. Re Carlo
ottavo approfittò di questo incidente e dello scandalo che sollevò nella  cristianità
per esigere da mio padre la via libera per le sue truppe verso il Regno
di Napoli, da cui diceva di dover partire per una crociata. Nel frattempo,
re Alfonso, che era verosimilmente legato ai turchi, mostrò la sua crudeltà:
minacciò di decapitare con le proprie mani mio fratello Jofré, che aveva
sposato sua figlia Sancia e che viveva allora nel suo palazzo, se il papa avesse
ceduto al volere del francese. Ma al tempo stesso, faceva offrire a quest'ultimo
delle enormi somme di denaro affinché rinunciasse a scendere a
Napoli, ben sapendo che la crociata era solo un pretesto. Erano tutti imbrogli
e mio padre le sapeva meglio di chiunque altro.
Tali avvenimenti non turbarono in alcun modo la pace che io e i miei
amici ci godevamo a Pesaro. Arrivò l'inverno, con le sue sempre più frequenti
piogge e i freddi che ci costringevano a passare le giornate davanti
al caminetto, ma non per questo ci annoiavamo. Una settimana di tempo
clemente ci consentì di recarci in pellegrinaggio al santuario della Madonna
delle Grazie, a Cartoceto, dove venne a incontrarci Caterina
Gonzaga. Tra una preghiera e l'altra, avemmo la possibilità di conoscerci meglio
e di apprezzarci, e ci invitò al suo palazzo di Fano. Lì diede in nostro
onore una cena seguita da un ballo in maschera in un'ampia sala illuminata
da centinaia di fiaccole, e tornammo a Pesaro solo l'indomani. Fu
allora che ricevetti la notizia di un avvenimento che ai miei occhi risultò
molto più scandaloso dell'alleanza stretta tra il papa e il sultano.
Per assecondare la volontà di mio padre, Giulia si era messa in marcia
per Roma il 29 novembre, accompagnata dalla sorella Girolama e da
Adriana. Avevano una scorta di soli trenta cavalieri, nonostante le strade
fossero insicure per via delle truppe nemiche che si aggiravano nella zona.
Nei pressi di Montefiascone, caddero in un'imboscata; un'avanguardia
dell'armata francese si impadronì della loro carrozza, mentre la scorta
fuggiva, e furono condotte nella città dove il comandante d'Allègre le
trattò con la massima civiltà. Come riscatto, non pretese meno di tremila
scudi in nome di re Carlo ottavo, che mio padre si affrettò a inviargli tramite
il fratello del cardinale San Severino, appartenente al partito francese:
Mi recai, scrisse a mio padre, presso il Re molto cristiano, e sottoposi a Sua
Maestà il caso della detenzione delle due dame designate... Nei termini e con
parole che mi sono parse più appropriate, lo pregai di voler dare la soddisfazione
a Vostra Beatitudine della loro liberazione. Sua Maestà mi rispose benevolmente
che non soltanto voleva che le due dame venissero liberate, ma che egli
decideva di inviare da quella sera stessa una scorta di onore al loro seguito che
le avrebbe accompagnate a Roma.
Erano già di ritorno in Vaticano quando seppi, attraverso le battute
mordaci e le risate che non tardarono a risuonare in tutta
Europa, la disavventura della sposa di Cristo riscattata dal
papa al Re molto cristiano.
Gli scherni furono numerosissimi, il Moro fu uno dei primi a prendersi
gioco dell'Anticristo - chiamava così mio padre - il quale, secondo lui,
dormiva ogni notte con una vecchia monaca di Valenza, una nobildonna
di Castiglia e una giovane sposa di quindici anni che aveva fatto prelevare
la sera stessa delle sue nozze. Tali orribili calunnie colpirono tanto duramente
il mio onore che rimasi a letto per tre giorni. Irritarono enormemente
gli Orsini che, vedendo sbeffeggiato il nome della loro casata, si
staccarono dal partito di mio padre e passarono ai francesi offrendo loro
la fortezza di Bracciano. Alla fine, il cardinale Alessandro usò la forza per
costringere la sorella a lasciare la Città e a rientrare, sotto la scorta del
condottiero Savelli, alla Rocca di Bassanello dove l'attendeva suo marito
Orsino. Mio padre, preoccupato allora per l'avanzata delle truppe di
Carlo ottavo, fu così saggio da rinunciare per qualche tempo alla passione
per la bella Giulia.
  Capitolo 15.
Mio fratello Cesare.

(Diario, 13 maggio 1519.)
Durante gli anni della giovinezza, non ebbi molte occasioni di vedere
mio fratello Cesare. Nelle fantasticherie di bambina, era il fratello maggiore
più affascinante che potesse esistere, perché inaccessibile. Era veramente
di una bellezza senza confronti, più delicata e raffinata di quella di
Giovanni, ma anche più misterioso a causa del suo ruolo. Nutrivo nei
suoi confronti, per via del mistero che lo avvolgeva come un nimbo celeste,
lo stesso amore che provavo per il principe Zizim. Entrambi popolavano
i miei sogni di ragazzina.
Dopo la nomina a cardinale da parte di nostro padre, lo incontrai più
spesso, poiché risiedeva a Roma. Ormai sposata, in lui non vedevo altro
che il servitore devoto di nostro padre: io ero la figlia del papa, lui il figlio,
eravamo unici. Agli altri non facevo più tanto caso: mi ero allontanata
da Giovanni la cui famiglia ormai, dopo il matrimonio in Spagna,
era quella dei duchi di Gandia; quanto a Jofré, non solo era troppo giovane,
ma era lontano per via dell'unione con Sancia di Aragona. Durante
i mesi antecedenti all'invasione dei nostri stati da parte delle truppe
del re di Francia ebbi l'impressione che io e Cesare stessimo al fianco di
nostro padre, sole universale, come la luna bianca e quella nera, che vivono
della sua luce e ne riflettono tutt'intorno lo scintillio. Proprio come
due astri gemelli che allo stesso tempo si attirano e respingono.
Per quanto distante, Cesare aveva nei miei confronti degli atteggiamenti
che non mancavano di mettermi a disagio. Il suo sguardo cupo a
volte si posava su di me come se non mi vedesse, ma sembrava che stesse
cercando, sepolto in fondo alla mia anima, un qualche arcano cui neanche
io avevo accesso. Nei primi tempi successivi al mio matrimonio, non
stavo ancora allerta e permettevo che si prendesse delle confidenze che
una donna più avveduta non avrebbe mai tollerato. In ciò trovai un espediente
alla solitudine nella quale mi confinava Giovanni oltre alla
sicurezza che anche io potevo piacere ed essere amata: uno
sguardo ardito mi
illuminava, un lieve tocco sulla guancia o sulla spalla mi riconfortava irritandomi
al tempo stesso, in quanto esasperava la mia ricerca di qualcosa
che non riuscivo a definire. Ciò che Cesare si permetteva - in quanto fratello,
pensavo - era sicuramente ciò che altri gentiluomini avrebbero voluto
fare se non fossero stati trattenuti dal timore rispettoso che nutrivano
nei confronti della figlia del papa, e, soprattutto, ciò che mi aspettavo
da mio marito. Dopo l'incubo della prima notte di nozze, ogni volta che
la mano di Cesare mi sfiorava era una tortura per i sensi e un dolore per
il cuore, mi sentivo svenire ed ero sempre sul punto di urlare di non toccarmi,
cosa che non osavo fare per paura che scoprisse la mia vergogna e
lo smarrimento in cui versavo. Perciò ne ridevo, fingendo che si trattasse
di uno scherzo. Soffrivo per la repulsione che nutrivo verso Giovanni ma
soprattutto per le carezze di mio fratello, che ignorava - ma lo ignorava
davvero? - quanto dolcemente mi torturasse.
...
Durante l'invasione francese, Cesare si eclissò dalla scena politica. Non
che fosse indifferente alle disgrazie dei nostri stati, ma agiva nell'ombra,
consigliando nostro padre nelle questioni politiche, incoraggiandone le
imprese, frenandolo nella passione per Giulia. Quando a metà dicembre
le truppe nemiche raggiunsero le rive del Tevere, il re di Napoli convinse
il papa a ripiegare nel porto di Gaeta: nostro padre stava per cedere, Cesare
lo dissuase ricordandogli che il cardinale Giuliano non aspettava altro
che lui si allontanasse da Roma per convocare un concilio in cui sarebbe
stato deposto. Il papa aveva fatto fortificare Castel Sant'Angelo per
mettervi al riparo i tesori vaticani, vasi sacri, ostensori, preziose tiare, tende
e stoffe rare, ornamenti liturgici di valore, teche, reliquiari, avori, smalti
e gioielli vari. Aveva fatto sistemare sale e stanze, avendo dato per scontato
che vi si sarebbe ritirato con i famigliali al riparo delle mura di cinta
e del fossato non appena le truppe straniere fossero entrate nella Città:
Cesare obbligò nostro padre a restare in Vaticano, nei cui appartamenti
ridipinti dal Pinturicchio ricevette i legatari del re di Francia, venuti a reclamare,
in nome del loro sovrano, il diritto di passaggio attraverso gli stati
pontifici, la consegna dell'ostaggio del principe Zizim e l'investitura del
Regno di Napoli. Il papa li accolse nel fasto, fece ammirare
loro dalle finestre i giardini che si estendevano tra aranceti, labirinti di bossi e viali di
carpini... e rifiutò di accogliere le loro richieste. Ma su consiglio di Cesare
andò ben oltre e trattenne come prigionieri il cardinale Ascanio e gli altri
prelati del partito francese, come Girolamo Tuttavilla, figlio del cardinale
d'Estouteville. Volente o nolente, Carlo ottavo dovette piegarsi alle esigenze
del papa, che gli inviò il cardinale Ascanio e mio cugino di Monreale
a stabilire le condizioni dell'entrata dei francesi a Roma.
Il 31 dicembre 1494, nell'ora calcolata dal suo astrologo, il re di Francia
fece il suo ingresso solenne a Roma sotto una di quelle piogge battenti
portate dall'inverno. Il papa gli aveva mandato incontro una modesta
delegazione di prelati cui si unirono alcuni patrizi rimasti tra le mura, visto
che la maggior parte aveva trovato rifugio nelle campagne. Al contrario,
il popolo, sempre avido di avvenimenti e feste, si portò in massa verso
il sovrano per accompagnarlo con delle fiaccole fino a Palazzo San
Marco, che sarebbe stato il suo quartier generale. Per tutta la notte, le
porte della Città rimasero aperte, consentendo il libero passaggio alle
truppe nemiche: «Erano spaventose a vedersi, un'accozzaglia di pendagli
da forca, gentaglia, avanzi di galera, e soprattutto molti marchiati con un
giglio sulla spalla, allegra combriccola, ma di poca ubbidienza».
Si trattava di reggimenti di svizzeri con le loro temibili picche, mercenari
svevi e bavaresi armati di asce, alabarde, di guasconi con balestre e archibugi
in spalla. Seguiva la cavalleria, i lancieri e i mazzieri a piedi, e, infine,
l'artiglieria: trentasei cannoni in bronzo, trainati da carretti e accompagnati
da uomini che portavano ogni sorta di bocca da fuoco di cui non ho mai
saputo altro all'infuori dei nomi, come falconetti, colubrine e spingarde.
In pochi giorni, i soldati buttarono la Città nella desolazione, aggiungendo
le razzie alla carestia che incombeva, a causa dei briganti che infestavano
le strade e si impadronivano dei convogli di viveri. Molte case e palazzi
furono saccheggiati, gli ebrei raggruppati e taglieggiati, cosa per la quale
mio padre protestò presso il re di Francia, il quale ordinò che cucissero
una croce bianca sui loro abiti in modo che li si potesse riconoscere e lasciarli
in pace. Fece impiccare quattro o cinque furfanti colpevoli di aver
rapinato dei bottegai, e restituire a molte persone i beni e gli oggetti di valore
di cui erano stati derubati. Di tutto ciò non vidi nulla, ma lo venni a sapere
da mia madre Vannozza, la cui casa in piazza Branchis era stata saccheggiata.
Si era ritirata nella sua villa vicino a San Pietro in Vincoli, da dove
mi scriveva lamentandosi che mio padre non la proteggeva a sufficienza.
Le trattative andarono per le lunghe: Carlo ottavo esigeva il libero passaggio
nelle terre pontificie, cui mio padre opponeva la restituzione del porto
di Ostia, caduto nelle sue mani; voleva che il papa gli conferisse agli occhi
della cristianità l'investitura del Regno di Napoli, in cambio del quale
mio padre reclamava un giuramento di obbedienza in quanto legittimo vicario
di Gesù Cristo; egli pretendeva la custodia del principe Zizim in
ostaggio, contro cui mio padre chiedeva in cauzione quaranta signori del
suo seguito. Il sovrano voleva tutto, mio padre era determinato a non concedergli
nulla. Allora, avanzò altre pretese: che il papa abbandonasse Castel
Sant'Angelo e gli desse Zizim. Per tutta risposta, mio padre si rinchiuse
nella fortezza, difesa da quattrocento spagnoli comandati dall'arcivescovo
di Agrigento; fece puntare i cannoni contro Palazzo San Marco
oltre che esporre in cima ai bastioni le teche con le chiavi di San Pietro e
Paolo, con il velo della Veronica: i francesi non osarono attaccare, forse
per devozione o forse per timore superstizioso. E si riaprirono i negoziati.
Cesare, nostro cugino di Monreale e il cardinale Ascanio agirono con
pazienza e abilità per far giungere il papa e il re a un compromesso: i prelati
del partito francese avrebbero conservato i loro benefici, il principe
Zizim sarebbe stato consegnato come ostaggio al sovrano - il papa
avrebbe tuttavia conservato la pensione di annuale di quarantamila ducati
versati dal sultano Bajazet - e Cesare avrebbe scortato l'armata francese
fino a Napoli ove, in qualità di legatario, avrebbe incoronato Carlo
ottavo. Da questi si esigeva unicamente il solenne riconoscimento di mio
padre come legittimo successore di Pietro. Il re promise, ben deciso a
non mantenere la parola, e il papa si piegò, altrettanto determinato a non
cedere alcunché. Si incontrarono il 16 gennaio 1495 in Vaticano. Il sovrano
sollecitò in primis la concessione del cappello al suo
favorito Briçonnet, diventato vescovo di Saint-Malo dopo la morte della moglie. Per
sottrarsi a una richiesta che lo ripugnava e che i francesi volevano fosse
esaudita immediatamente, mio padre finse uno svenimento, ma Carlo
ottavo attese che riprendesse i sensi: e così fu nominato cardinale Briçonnet,
«uomo scaltro e che godeva di grande credito e stima presso il re».
Il re pretese anche che il papa lo investisse del Regno di Napoli e lo proclamasse
re della crociata, alla qual cosa mio padre rispose, giustamente,
che non poteva farlo finché egli non lo avesse riconosciuto come legittimo
e unico pontefice. Quindi, dopo ulteriori consultazioni con i suoi consiglieri,
Carlo ottavo finì per accettare di prestare il giuramento di obbedienza:
«Santo Padre, eccomi qui venuto a prestare obbedienza in ossequio a
Vostra Santità come fecero i miei predecessori, i re di Francia».
La formula era veloce, un fremito corse tra i cardinali e i prelati riuniti
intorno allo scranno pontifìcio nella Sala del pappagallo. Alcuni del partito
francese mormoravano che il giuramento non era valido, quelli fedeli al
seggio di Pietro brontolavano minacciando di venire alle mani. Vedendo
ciò, l'emissario del re si affrettò a continuare in nome del suo signore:
Egli vi riconosce, beato Padre, come sovrano pontefice dei cristiani, come vero
vicario del Cristo e successore degli apostoli Pietro e Paolo. Vi rende l'omaggio
filiale e obbligato che i suoi predecessori, i re francesi, hanno sempre reso ai
sovrani pontefici, e si offre, egli, con tutto ciò che gli appartiene, a Vostra Santità
e alla Santa Sede.
Chiese allora a mio padre di concedere al suo signore l'investitura del
Regno di Napoli e il comando generale della crociata contro i turchi. Il papa
gli rispose gentilmente, con tutta la maestà della sua carica - per l'occasione
aveva indossato il mantello porpora senza cuciture e la mitra d'oro
tempestata di pietre preziose -, che non avrebbe potuto fare una concessione
simile senza aver prima conferito con i cardinali in concistoro. Poi
impartì a tutti la sua benedizione apostolica e si ritirò, mentre i francesi,
costernati, rimasero di stucco, eccetto il cardinale Péraud che nonostante
fosse debitore per tutto nei confronti di mio padre, lo aveva tradito: «Rinfacciò
al pontefice i suoi misfatti, la simonia, i peccati carnali, i rapporti
con i turchi e la reciproca intesa. Se ciò che mi riportarono è vero, dichiarò
che il pontefice era un grande ipocrita, un vero impostore».
Lo lasciarono dire.
...
Carlo ottavo aveva fretta di partire. Il popolo, che lo aveva accolto con
tanta partecipazione tre settimane prima, era così scoraggiato per i soprusi
dei soldati che minacciava di sollevarsi contro i francesi. Ci furono
scontri tra i mercenari svizzeri e i soldati catalani della guarnigione di Castel
Sant'Angelo, disordini nelle strade e nelle piazze intorno a Palazzo
San Marco, grida e insulti in seno alla curia romana. Sostenuto da Cesare,
nostro padre si mostrava sorridente e sereno, rinviando ogni giorno il
concistoro, mentre onorava il re di Francia con cerimonie devote e celebrazioni
liturgiche: gli offrì in venerazione il velo della Veronica e la Santa
Lancia fattagli arrivare da Bajazet, lo invitò a offrire l'acqua delle abluzioni
durante la messa privata, lo tenne al suo fianco durante la cavalcata
della conversione di san Paolo, lo riempì di reliquie e indulgenze. Senza
concedere nulla in merito alle crociate e all'investitura.
Seguivo tutto ciò in disparte, con viva soddisfazione, attraverso le lettere
inviatemi da mio fratello, il cardinale Ascanio - me le faceva giungere
attraverso emissari segreti - e nostro cugino di Monreale. Fui ben felice
di sapere che finalmente i francesi avevano lasciato Roma il 28 gennaio,
visto che vi mancavo da molto tempo ormai e che a Pesaro, io e le mie
dame, ci annoiavamo per via delle giornate piovose e interminabili.
Carlo ottavo e le sue truppe ripartirono portando con loro il
principe Zizim e mio fratello, che lo avrebbe incoronato. Cesare aveva una dotazione
di diciannove muli riccamente bardati e carichi di bauli contenenti
stoffe preziose, vasellame d'oro e d'argento, spezie rare, come videro con
ammirazione le persone del seguito del re di Francia, cui mostrò il contenuto
di due bauli. Il primo giorno sparirono due muli, verosimilmente
persi per strada. Cesare si mostrò contrariato, ma gli fecero presente che
li avrebbero ritrovati presto e che ne restavano altri diciassette. L'indomani,
a Velletri, cercarono invano mio fratello. Con l'aiuto di persone fidate
che abitavano in città, era scappato travestito da stalliere attraverso
alcuni passaggi segreti che gli erano stati indicati. Come vendetta, il re di
Francia prese in consegna i bauli di mio fratello. Quando li aprirono, trovarono
solo pietre e stracci: gli unici muli carichi di tesori erano quelli
fuggiti e che Cesare aveva dovuto mostrare al momento della partenza...
Furioso per essere stato gabbato, il re voleva saccheggiare la città e passarne
a fil di spada gli abitanti, ma il cardinale Giuliano, che era vescovo
di Velletri, riuscì a furia di suppliche e minacce - che sarebbe passato
dalla parte del papa - a distoglierlo dal suo proposito. Inviò degli emissari
affinché si lamentassero del tradimento di suo figlio, cardinale per
giunta! Mio padre li ricevette tra gli onori, mostrandosi assai afflitto:
«Il cardinale mio figlio ha agito molto, molto male».
Non riuscirono a cavarne nient'altro e ripartirono colmi d'ira. Cesare si
era rifugiato a Spoleto, aspettando il suo momento. I francesi avanzarono a
spron battuto, incontrando resistenza solo a Monte San Giovanni. Dopo
essersi difesi con coraggio, gli abitanti dovettero capitolare e Carlo ottavo ne
ordinò il massacro. Per via di questo spargimento di sangue, gli si aprì la
strada: Capua non oppose alcuna resistenza e, il 22 febbraio, le truppe francesi
fecero il loro ingresso a Napoli. Il giovane Ferrandino, figlio del re Alfonso,
ebbe giusto il tempo di rifugiarsi nell'isola di Ischia portando con sé
mio fratello Jofré e sua moglie. Da lì, ripararono in Sicilia. Ma in tutta Italia,
eccetto a Firenze e nella Serenissima, si scherniva il sovrano francese:
Viva Ferrandino, simbolo di ogni virtù,
e morte al re di Francia,
parente di Belzebù!
Perfino Ludovico il Moro, indispettito della mancata deposizione del
papa, si riavvicinò a lui, con il potente ausilio del cardinale Ascanio.
Il 27 febbraio mi giunse la notizia della morte del principe Zizim, richiamato
da Dio la notte prima. Partito sofferente da Roma, non era
riuscito a rimettersi e si era spento dolcemente, all'età di trentacinque
anni. Noi lo chiamavamo Zizim, ma in realtà il suo nome era Djem Sultan
ed era un perfetto gentiluomo, di gran lunga superiore a tanti di mia
conoscenza. Galante con le signore, gentile con chiunque e dai modi piacevoli,
si era guadagnato la stima e il rispetto di quasi tutti. Parlava latino,
greco e toscano come la sua lingua madre, e componeva rime con
disinvoltura. Lo piansi, amandolo istintivamente perché era un bell'uomo
e perché aveva incantato la mia infanzia.
Presto si diffusero le voci più incredibili, si mormorava che mio padre
avesse consegnato al re di Francia il principe Zizim dopo aver pagato un
chirurgo affinché lo avvelenasse. Altri affermavano che avevano usato
della polvere di sublimato o di cantaride:
Per odio verso il re di Francia e per assicurarsi la ricompensa promessa dal
sultano, il papa aveva fatto aggiungere una polvere mortale allo zucchero che
Djem metteva nelle bevande. Si trattava di una polvere molto bianca, dal gusto
non sgradevole, che non intaccava subito i segni vitali, ma che si insinuava poco
a poco nelle vene causando una morte tardiva.
Alcuni erano certi che fosse stato mio fratello in persona ad aggiungerla
al vino di Zizim, durante la cena antecedente alla fuga di Cesare. Dimenticavano
la stretta amicizia che li legava. E soprattutto che, come tutti
sapevano, il principe era già sofferente quando stava per
lasciare Roma. Il re di Francia fece imbalsamare il suo
cadavere e lo inumarono a
Gaeta. In seguito mio padre volle che fosse restituito ai suoi cari, affinché
riposasse accanto a loro, nella terra degli antenati.
Mi giungevano altre voci allarmanti. Si trattava dell'uccisione di quindici
mercenari svizzeri al soldo del re di Francia che, di passaggio da Roma
verso il loro paese, furono derubati, pugnalati e poi buttati nel Tevere. La
presenza tra le vittime di una donna incinta, rendeva il crimine ancora più
efferato; sui cadaveri furono ritrovati solo cinquecento scudi. Anche tale
misfatto fu imputato a Cesare che si sarebbe così vendicato del saccheggio
in casa di nostra madre. Tali dicerie mi avrebbero fatto sorridere se gli
accadimenti non fossero stati tanto atroci: la devozione filiale che egli aveva
nei confronti di Vannozza era decisamente misera. In seguito fu assassinato
Girolamo Tuttavilla, figlio del cardinale d'Estouteville, che ritrovarono
sgozzato vicino l'isola, non lontano da Roma. Lo avevano derubato
dei tremila scudi che portava con sé. Anche in quel caso, si mormorava il
nome di Cesare accompagnato dal segno della croce. Anche in quel caso,
feci spallucce, essendo gli introiti di mio fratello tali da dispensarlo dal ricorrere
a simili espedienti per ottenere una somma tanto misera.
Mentre furfanti e briganti di strada incrementavano le loro razzie, Cesare
era a Spoleto per incontrare segretamente gli emissari della Serenissima,
dei Re cattolici e dell'imperatore Massimiliano, che aveva sposato la nipote
del Moro, la triste e insignificante Bianca Maria Sforza: una dote favolosa
aveva avuto ragione delle reticenze del sovrano germanico. Il risultato di
tali colloqui segreti fu un trattato che a Venezia, il primo aprile 1495, firmarono
gli stati alleati in una «Lega dei buoni italiani per la salvaguardia
della pace e della tranquillità in Italia, la salvezza della cristianità, la difesa
degli onori dovuti alla Santa Sede e dei doveri all'impero romano». Perfino
il Moro, proclamato duca di Milano con l'appoggio del re francese, aveva
aderito all'alleanza. Quando lo seppi, non potei non ammirare l'abilità
di mio padre e di Cesare, né riuscii a evitare di ridere tra me e me: gli stati
italiani intendevano continuare a guerreggiare tra loro, come non avevano
mai smesso di fare, senza ingerenze esterne. E se il re di Francia «aveva
preso l'Italia con un pezzo di gesso» - come scrisse in seguito Niccolò Machiavelli
-, riferendosi al gesso utilizzato per segnare le dimore e i palazzi
che requisiva per sé, il suo seguito e le truppe, era prevedibile che avrebbe
dovuto restituirla nel sangue. Le mie risate erano bagnate di lacrime.

 Capitolo 16.
Suor Colomba.

(Diario, 15 maggio 1519.)
Non ho scritto per due giorni e i ricordi mi hanno colmata di un languore
amaro, per la prospettiva di dover far rivivere un passato che da
molto tempo, ormai, credevo fosse svanito per sempre. Avrei volentieri
abbandonato la piuma, se non lo dovessi ai miei figli, come mi ha ricordato
fra Lodovico. Dopo essermi confessata, ho preso la comunione per
fortificarmi attraverso il sacramento, poi ho fatto recapitare a suor Lucia
un biglietto in cui chiedevo l'aiuto delle sue preghiere. Non mi ha risposto,
sapendo che non ce n'era bisogno.
Alfonso è venuto regolarmente a trovarmi. Sembrava meno agitato visto
che non avevo più la febbre. Penso che ricompaia ogni volta che siedo alloscrittoio, a causa del turbamento che mi portano al cervello le riflessioni
e le immagini che vi si agitano: è così difficile riordinarle e trovarne l'ordine
esatto.
...
Carlo ottavo rimase in Italia fino alla primavera del 1495. Invano tentò di
strappare a mio padre la bolla d'investitura del Regno di Napoli, arrivando
perfino a offrirgli centomila ducati, con l'aggiunta di una rendita annuale
di cinquantamila. Non essendovi riuscito, dovette accontentarsi di
una parvenza d'incoronazione che ebbe luogo il 12 maggio nella più totale
indifferenza. Poi, nel timore di ritrovarsi prigioniero nel suo nuovo
stato, si mise in viaggio per la Francia a spron battuto, con truppe e cannoni.
Il papa, che non aveva il benché minimo desiderio di accoglierlo di
nuovo, si ritirò a Orvieto. A causa dell'ostilità dei romani, il sovrano rimase
nella Città solo due giorni ripartendo il 3 giugno. Avevo grande desiderio
di rivedere mio padre e di tornare al Vaticano, per cui Giovanni
acconsentì a scortarmi fino a Perugia, dove si era fermata la corte pontificia
prima di riprendere la strada del ritorno.
Mio padre mi accolse con una premura distratta. Mi parve preoccupato.
Confidai le mie inquietudini al cardinale di Monreale, questi mi spiegò
che aveva voluto incontrare suor Colomba, una delle mantellate di cui si
raccontavano meraviglie. Avevo sentito parlarne da Cesare: quando era
studente all'università di Perugia, aveva seguito la resurrezione di un
bambino a opera di questa pia donna, avvenuta quasi davanti ai suoi occhi.
Grifonetto Baglioni, signore della città, ne era stato testimone e, non
potendo celare la propria ammirazione, ne aveva parlato immediatamente
a padre Sebastiano Angeli, un domenicano dotto e prudente, confessore
di suor Colomba e professore di Cesare, con cui questi si trovava in
quel momento. Colto da entusiasmo, mio fratello aveva suggerito al prete
di far suonare le campane della città, provocando questa saggia risposta:
Monsignore, permettetemi di non farne nulla: un comportamento affrettato
potrebbe provocare confusione poiché, tutto considerato, noi ancora ignoriamo
chi sia questa monaca; è una novizia, solo da poco con noi. Mi assicurano che
non mangia né beva e, per quanto ne sappia io, Nostro Signore mangiava e beveva.
Sono assai lontano dal poter esprimere un'opinione su di lei. Teniamola
sotto osservazione: se da qui a dieci anni le sue azioni non hanno portato smentita
alcuna alla reputazione, allora potremo serenamente ritenerla santa.
Cesare si era fatto garante presso i suoi congiunti della sincerità di suor
Colomba. Affermava ch'ella leggesse nei cuori a che ai suoi occhi si svelasse
l'avvenire, per cui mio padre, solitamente molto incredulo, aveva
espresso la volontà di incontrarla. Appena giunta ai suoi piedi, nella
chiesa dei Predicatori dove egli aveva da poco terminato di celebrare la
messa, suor Colomba era caduta in estasi consentendo così ai medici
pontifici di analizzarla. Poi mio padre ebbe dei colloqui privati con lei,
pregarono assieme lungamente e le concesse numerose indulgenze per la
comunità della quale faceva parte.
«Il papa si è dichiarato molto soddisfatto della monaca e molto edificato
dalla sua virtù, ma da quel giorno è spesso pensieroso».
«Non so se mi piacerebbe incontrarla...».
Mio cugino mi guardò con aria pensosa:
«Potrebbe forse aiutarti? Vuoi che le chieda di riceverti?».
Non osai rifiutare. All'epoca era una fanciulla - di quindici anni appena -
e temevo un po' le stranezze di queste donne devote, chiamate dal popolo le
“sante vive”. Su di loro si raccontavano le cose più incredibili: con la forza
delle preghiere riuscivano ad allontanare la peste, guarire i malati, resuscitare
i morti, alcune presentavano sul corpo le ferite sanguinanti del Crocefisso,
altre spargevano intorno a sé profumi celestiali o luci inspiegabili, e alcune
addirittura, durante l'estasi, si sollevavano da terra. Ogni stato, ogni città
aveva la sua santa viva, venerata tanto dal sovrano quanto dai sudditi, alla
quale si chiedeva consiglio per usufruire del suo sapere profetico e della sua
intercessione. Perfino in Vaticano c'era una reclusa che viveva vicino alla
basilica: numerosi cardinali andavano a consultarla o a confidarsi con lei.
Alcune mi sembravano rassicuranti, come la squisita Maddalena
Panattieri, che il marchese di Monferrato chiamava “madre mia”
e con cui intratteneva
rapporti alla buona. Si prendeva cura dei bambini e dei poveri, che la
amavano molto, e si diceva che non esistesse qualcuno più bravo di lei a riportare
la pace nelle case. Altre erano misteriose e inaccessibili, come l'austera
Osanna Andreasi, consigliera ascoltata e rispettata di
Francesco Gonzaga; ma a me sembrava un po' troppo indulgente nei confronti di Isabella,
forse per semplice rispetto alla sovrana. O forse perché sapeva che non
avrebbe ottenuto mai nulla da quella donna vanitosa la cui pietà era solo di
facciata. A Soncino, ogni venerdì, suor Stefania Quinzani riviveva su se stessa
i tormenti della Passione del Salvatore durante spaventose estasi. Ma il
parlar franco e la severità delle esortazioni alla penitenza le valsero il disprezzo
del doge di Venezia, mentre Mantova, Ferrara e persino Ludovico il
Moro si contendevano l'onore di accoglierla, offrendole di stabilirsi nei loro
stati, cosa che lei non accettò mai.
Quando il cardinale di Monreale mi disse che suor Colomba mi avrebbe
ricevuta volentieri, e soprattutto dopo che gli assicurò che non aveva ricevuto
alcuna illuminazione a mio riguardo, mi sentii sollevata. Tuttavia declinai
l'invito, non avendo alcuna voglia di perdere tempo in conversazioni devote.
La monaca aveva suggerito a mio cugino il nome di una sua compagna
che forse mi sarebbe stata di maggior aiuto che lei stessa. All'udire il suo nome,
sentii il sangue gelarmi nelle vene: era Aidea Baglioni che viveva presso
le mantellate con il consenso della propria famiglia. Ricordandomi le parole
di Adriana, mi affrettai ad accettare, nella convinzione che suor Colomba
beneficiasse delle illuminazioni celesti senza neanche rendersene conto.
...
A Perugia ero alloggiata con il mio seguito a Palazzo Baglioni, dove la
contessa Atalanta ci ricevette con cortesia e deferenza. Avendo saputo -
non so come - che il verde era il mio colore preferito, ne aveva fatto tappezzare
i miei appartamenti, ammobiliati preziosamente e con oggetti assai
belli. Ero abbagliata da cotanta gentilezza e da tutte le premure che
aveva verso di me; attenzioni che arrivavano al farmi portare le prime rose
del suo giardino e, quando desideravo cenare nelle mie stanze, perfino
le squisite pietanze della tavola. Durante la cena cui mi invitò quella sera,
parlammo di suor Colomba, della quale lodò la discrezione, l'umiltà e la
saggezza. Ascoltai con interesse e la feci partecipe del mio desiderio di
incontrare la nipote che sapevo condividere la vita delle mantellate. Non
mi parve sorpresa e si impegnò a farla venire l'indomani dopo la messa
dei Predicatori.
Il giorno seguente, partecipai alla celebrazione papale. Intravidi suor
Colomba: gracile, le mani sottili, il viso diafano e gli occhi chiari mi ricordarono
i personaggi di Giotto e Cimabue che avevo avuto la fortuna
di ammirare negli affreschi ad Assisi. Al termine della cerimonia, passandomi
accanto, mi salutò sorridendo. Ebbi l'impressione che fosse un sorriso
triste, carico di cattivi presagi. È anche vero che avevo mille pensieri
amari che mi passavano per la testa.
Ritornando a palazzo, non ero più tanto certa di voler
incontrare Aidea, ma era troppo tardi. Arrivò poco dopo di me, accompagnata da
suor Colomba, che la contessa salutò affettuosamente. La mantellata mi
sorrise nuovamente senza proferir parola. La lasciai insieme alla padrona
di casa, mentre Aidea mi seguiva nei miei appartamenti, con il velo nero
delle penitenti calato sul volto:
«Mia zia mi ha fatto sapere che la Signoria Vostra voleva vedermi».
La invitai a sedersi accanto a me:
«Sì, sorella, desideravo parlarvi».
«L'argomento è amaro, per avervi condotta sino a me e per condurre
me da voi».
«Ditemi ciò che avete saputo dell'unione del mio sposo, Giovanni
Sforza, con Maddalena Gonzaga».
Sospirò. Fraintendendo le sue intenzioni, la supplicai:
«Cercate di comprendermi, ve ne prego. Ho bisogno di capire. Non
per tormentarlo, né tanto meno per vendicarmi. Solo per capire».
La mia voce si incrinò:
«Vorrei sapere se ho mancato nei suoi confronti, e in cosa. Allo stesso
tempo mi sento così avvilita, sporca...».
Mi ascoltava, con la testa bassa. Ero sul punto di piangere, avevo pena
di me stessa. Alzò il capo e lentamente si tolse il velo. Era pallida, ma anche
molto bella. Gli occhi semi aperti, quasi volesse tenere lo sguardo rivolto
dentro di sé, parlò piano e con una voce roca:
«Quando seppi che eravate promessa al signore di Pesaro, avrei voluto
scrivervi chiedendovi di ricevermi. Sarei venuta a Roma. Sono stata trattenuta
dalla certezza che non avreste dato alcuna importanza a una lettera
fra le tante che ricevevate».
Non osai rispondere nel timore di interrompere il filo del discorso.
«Pensai quindi di venire direttamente da voi, richiedendovi udienza.
Una volta arrivata in Vaticano, mi sono scoraggiata: che importanza
avrebbero avuto le premonizioni di una povera mantellata?».
Proseguì:
«Alla fine sollecitai un incontro con madonna Adriana, che me lo concesse
volentieri. Le dissi ciò che sapevo, avendolo appreso da Maddalena,
di cui riportai le parole esatte confidatemi piangendo poco prima
della sua morte:
Giovanni si è aperto la strada con le dita. Dopo, con l'indice insanguinato dalla
profanazione della mia verginità, si è dilettato a disegnare sul mio corpo degli
strani segni, poi mi ha picchiata e solo allora è stato in grado di copulare. Prima
di ogni nostro incontro, aveva bisogno di riempirmi di botte e di coprirmi di
schifosissimi insulti. A Dio chiedo solo di richiamarmi a sé dopo la nascita del
bambino che porto in grembo».
Io ero atterrita, lei distrutta:
«Maddalena fu esaudita. Madonna Adriana era talmente inorridita
che, pallidissima, mi chiese: “Siete certa di ciò?” Le risposi che le sarebbe
bastato vedere e ascoltare la povera Maddalena per convincersene
pienamente come me».
Esitò e poi mormorò:
«Vostra Signoria non ha nulla da rimproverarsi, mi sembra. Ritengo
che il signore Sforza sia uno snaturato. È dal giorno del vostro matrimonio
che suor Colomba e io preghiamo continuamente per voi e, in assoluta
discrezione, facciamo pregare l'intera comunità dicendo semplicemente
che si tratta di un affare caro ai nostri cuori».
Tali parole mi toccarono. Allora fui in grado di parlare, sorpresa di sentire
quanto la mia voce fosse pacata, per troppo dolore:
«Ma allora perché Adriana non ha fatto niente per impedire il mio matrimonio?»
«Più di una volta, le ho sentito dire come tra sé e sé: “Gesù Maria! Ora
è troppo tardi...” Ebbi anche l'impressione che si rifiutasse di crederci,
forse perché sapeva bene di non essere in grado di sciogliere la vostra
promessa matrimoniale».
«Vi ringrazio, sorella mia. In mancanza di consolazione, portate al mio
cuore la pace che gli mancava crudelmente fino ad oggi».
Si buttò ai miei piedi pregandola di perdonarla se aveva mancato nei
miei confronti. La feci rialzare e l'abbracciai:
«Siate ben tranquilla che non avete mancato in nulla, anche perché è
vero che tra l'enorme numero di suppliche che ricevevo allora non avrei
prestato molta attenzione alla vostra. Vi chiedo semplicemente di continuare
con il favore che già mi accordate e cioè di accompagnarmi con le
vostre preghiere».
«Non mancheremo. Voi, suor Colomba e io siamo le uniche a sapere
con esattezza per cosa preghiamo. È tutto nascosto nel silenzio dell'amore».
Anche Adriana sapeva... Pregava? Non avrebbe detto nulla, rifiutando
di guardare in faccia alla realtà. Presi coraggio:
«Sono rammaricata che suor Colomba mi sorrida con tristezza. L'ho
forse offesa, o vede nel mio futuro sinistri presagi?»
«Vostra Signoria non ha motivo di rammaricarsi. Il sorriso di suor Colomba
è triste perché fa sue le nostre pene. È simile alla spugna che assorbe
il mare che la circonda: assorbe i dolori e i tormenti nascosti di tutti
coloro che incontra, e di molti altri ancora».
Ormai rincuorata, ero decisa a prendere in mano le redini del mio destino.
Suor Colomba è morta in odore di santità il giorno della festa dell'Ascensione,
il 20 maggio 1501. Oggi, alla luce di ciò che è stata la mia vita, sono
convinta che fosse in grado di prevedere le prove che il destino riservava
ai suoi amici, tra i quali ho l'onore, anche se indegnamente, di figurare.
...
Tornai a Roma con mio padre e mio fratello, lasciando che Giovanni
tornasse a Pesaro da dove mi avrebbe raggiunta con il mio bagaglio. Mio
padre si mostrava a volte molto felice di avermi al suo
fianco, a volte pensieroso, assorto in riflessioni impenetrabili. Non osai chiedergli cosa fosse
a turbarlo.
Fui sinceramente felice di tornare al palazzo di Santa Maria in Portico,
dove ci avevano preceduti Adriana e Giulia. Mi sembrava che l'esistenza
dovesse riprendere esattamente come un tempo, ma da minimi dettagli
compresi che nulla sarebbe stato più come prima. Il favore della sposa di
Cristo si indeboliva poco a poco, capitava spesso che mio padre si irritasse
con lei, e a lei di tenergli testa. Adriana mi sembrava invecchiata,
come piegata da un fardello invisibile, aveva perso il suo vigore. Un giorno
le dissi che avevo parlato con Aidea Baglioni. Mi guardò, i suoi occhi
si inumidirono:
«Credi che Maddalena Gonzaga dicesse il vero?»
«Ne ho la certezza».
Lasciò scorrere le sue lacrime, in silenzio. La presi tra le braccia:
«Non potevi sapere, è troppo...».
Non dicemmo nulla, temendo di pronunciare l'unica parola che ci veniva
in mente: era mostruoso.
...
.
...
FINE Parte 1.